LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film
LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

mercoledì 14 agosto 2019

sisifofelice e #letraversiadi - Diario di produzione 12 - Sulle tracce di Franco e Angelo. Finalmente il trailer

LE TRAVERSIADI - IN AUTUNNO IL FILM AL CINEMA!

Le traversiadi. Cinque viaggi (più uno) con gli sci al limite delle Orobie.
Un film di Maurizio Panseri e Alberto Valtellina con la musica di Alessandro Adelio Rossi (2019, 80′).
La traversata delle Orobie con gli sci è stata pensata e percorsa da Angelo Gherardi, con Franco Maestrini e Giuliano Dellavite nel 1971. Nel 1974 Gherardi torna sull’itinerario con il francese Jean-Paul Zuanon. In ricordo di Angelo Gherardi, scomparso nel 1974, Maestrini nel 1980 porta otto giovani nembresi da Ornica a Carona di Valtellina e filma l’impresa in Super 8. François Renard legge l’articolo di Jean-Paul Zuanon su La montagne e reinterpreta la traversata a suo modo, nel 2011 e 2013. Maurizio e Marco nella primavera 2018 filmano il viaggio, questa volta da Varenna a Carona di Valtellina. Costruiamo il film Le traversiadi legando le riprese di Maurizio e Marco con incontri illuminanti: Alessandro “Geko” Gherardi, figlio di Angelo, Pina, la moglie di Angelo Gherardi, Maria, la moglie di Franco Maestrini, Giuliano Dellavite, che della traversata del 1980 possiede il filmato originale, che noi sottraiamo in allegria e scansioniamo in alta definizione, “Stenmark”, Paola e gli altri sciatori della traversata del 1980, Bruno Quarenghi, amico e sodale di Gherardi, il falegname Domenico Avogadro, che alla fine della guerra fabbricò i primi sci per il giovanissimo Gherardi…
Maurizio incontra brevemente e filma. sotto il passo Coca, gli alpinisti lecchesi che percorrono la traversata per la sesta volta.
Le traversiadi è girato in Cinemascope, perché se è vero, come diceva Fritz Lang ne Il disprezzo, che il Cinemascope va bene per riprendere serpenti, credo che allo stesso modo vada benone anche per gli sci.

lunedì 12 agosto 2019

#roccia - La Via dei Devoti


Il Camos e il Kita, nell'agosto 2001, aprono una nuova via a spit sui pilastri di verrucano della Spalla nord-est del Pizzo del Becco e la chiamano Via dei Devoti. Ieri sono salito con Cardu, da Carona sino a Sardegnana e oltre, sin contro le bastionate del Becco per scalare questi 230 metri di roccia. Il luogo è selvaggio e solitario, le tracce del sentiero labili e tutte da cercare. Insomma non si rischia di fare coda alla base della parete. La via è veramente bella, ci è piaciuta, soprattutto la prima lunghezza, un muro di 55 metri sino al 6b+. Poi le difficoltà mollano, due lunghezze di 6a si alternano a due di 4, e la roccia resta sempre stupenda. Alla fine della via abbiamo vagato a piedi nudi sul pianoro sommitale, tra decine di stambecchi al pascolo. Ma la cosa più gustosa è stata quella di scoprire in serata il perché di quel curioso nome. Io pensavo che Devoti devono essere quegli alpinisti che si recano pellegrini in queste lande selvagge e per mirtilli e ghiaioni giungono sino alla spalla nord est del Becco, invece Geko ci ha svelato l'arcano.
Il Camos e il Kita erano appena stati dal Don di Zogno per parlare della gestione della palestra d'arrampicata ospitata nell'oratorio (la prima palestra d'arrampicata indoor della Lombardia, giusto per fare capire che tipi erano il Don e i nostri beniamini). Il Don, che ben sapeva con che razza di mangiapreti aveva a che fare, ha accolto i nostri due con il sorriso e con grande ironia ha esclamato "Guarda te, arrivano i devoti!" come se li aspettasse per una funzione o la confessione. Camos e Kita a cui non difettava, così come al Don, l'ironia, alla prima occasione non hanno saputo resistere, e me li immagino al termine della salita ridere sornioni e dirsi: "Alüra chesta ché me la ciama: La Via dei Devoti."
La storiella e la prima lunghezza sono già in buon motivo per andarla a ripetere, poi tutto il resto viene di conseguenza. Di mirtilli e lamponi lungo il sentiero ne abbiamo lasciati e gli stambecchi vi attendono sul pianoro sommitale.
Buone scalate.

#perdersinmountainbike - sostenibilità


Tra il promontorio di La Rochelle e l'Ile de Ré un ponte di tre chilometri scavalca le acque dell'Atlantico, quindi non è esattamente una passerella ciclopedonale. Dopo avere rotto la catena (giuro che non è quella originale dei primi anni novanta) della gloriosa Ronzoni, proprio sulla rampa d'accesso, ed averla riparata alla faccia di quelle malelingue dei miei soci ciclocentrici, mi appresto a percorrere il ponte. La situazione è la seguente. Sul lato nord un'intera corsia in sede protetta ospita il flusso dei ciclisti in entrambe le direzioni. Sul lato sud un'altra corsia, un poco più stretta ma sempre sicura e ben protetta, garantisce il transito dei pedoni. Nel mezzo due corsie accolgono, a pagamento, il traffico veicolare. Quasi il 50% dello spazio di questa grande infrastruttura viaria pubblica è dedicato alla mobilità ciclopedonale, quindi mi viene da pensare che progettare e organizzare una mobilità sostenibile non solo è possibile ma è pure sostenibile anche in termini economici, sia per l'investimento iniziale che per la manutenzione successiva. Pedalo in un flusso continuo di ciclisti, il cielo è grigio e l'oceano è inquieto. Sino a metà si è in leggera salita. Davanti ho una famigliola, lui con cargobike trasportati due figlioli e lei pedala in testa. Dietro due bikepakers dall'aria vissuta, lui e lei, miei coetanei o forse con qualche anno in più, le bici e gli accessori sono vissuti e la polvere denuncia tutta la strada che hanno fatto e provo ad immaginare tutta quella che ancora faranno. Il vento è contrario e il flusso in direzione opposta non permette il sorpasso, ma parte che nessuno abbia fretta. Nella corsia opposta, oltre le auto, vedo gente che cammina con lo sguardo rivolto all'oceano, di tanto in tanto intravedo qualcuno che corre. Scollinata la metà del ponte inizia la discesa e tutti prendono il volo. I piccoli si affacciano dal cargo e urlano. Approdato sull'isola ritrovo Cristina che mi attende, non si era accorta del mio guasto meccanico. Mi fermo e osservo passare questa varia umanità a pedali e guardo l'elegante silhouette di questa opera mastodontica e a modo suo sostenibile.

 — pressoPont de l'île de Ré.

#perdersinmountainbike - vintage & fiftyfive


Erano i primi anni 90, quindi un quarto di secolo fa, era l'altro millennio, in pratica la notte dei tempi. La Cinelli, nel 1985, in Italia aveva aperto la strada alla mountain-bike con la sua Rampichino. E se in montagna si doveva andare servivano delle borse diverse da quelle utilizzate per il cicloturismo. Nascono così le Off Road, prodotte da Cinelli per il suo Rampichino. Io mica c'è l'avevo il Rampichino, io avevo una Ronzoni con un bel telaio titanizzato in acciaio Columbus. In quegli anni molti artigiani si erano ingegnati copiando l'idea e mettendoci del loro per comporre con guarniture e componentistica della più varia, bici decorose e anche più a buon mercato. Quindi io non avevo la Rampichino però le Off Road erano le uniche borse che volevo per i miei viaggi. Allora ho preso la decisione e sono andato sino a Milano, che per un Bergamasco è uno sforzo immane, a comperarmi queste ingegnose borse laterali. Per l'occasione questi della Cinelli mi hanno scucito pure più di centomila lire. Ma ne valeva la piena. Le due borse le potevi scomporre e grazie ad uno schienalino con spallacci le ricomponevi in uno zainetto. Quando lo sterrato si faceva duro e c'era da spingere o portare, le potevi togliere dal telaio e farne uno zainetto da mettere comodamente in spalla. A dire la verità lo avrò fatto un paio di volte in quasi trent'anni, ma questo è un dettaglio.
Però loro, le borse Off Road della Cinelli e la Ronzoni, sono sopravvissute all'avvento del nuovo millennio e resistono anche in questa placida vacanza da cicloturista. Loro mi accompagnano allegramente e fanno il loro sporco mestiere.
Porcaloca ma, ora che ci penso, se borse e bici sono vintage allora io sono matusa. 
Diamine! Necessito di un upgrading, shifterò su una gravel e mi darò al bikepacking ? Chissà, magari ringiovanisco pure. 
Approposito, grazie a tutti gli amici reali e virtuali per avermi fatto gli auguri di compleanno.
Viva i fiftyfive & il vintage.

#perdersinmountainbike - porcaloca


Porcaloca questa volta mi sono veramente perso. Viaggia e pedala, pedala e viaggia, e siamo arrivati davanti ad un immenso specchio d'acqua salata. E fino qui passi. Avevamo farne, siamo entrati in un locale e abbiamo chiesto del pesce. Invece che portarci un bel piatto di alborelle fritte o una tinca ripiena, ci hanno servito un grand plat degustazion conquillage con delle ostriche grandi così!
Mi sa che mi sono sbagliato sin dal primo bivio, lo sapevo che dovevo svoltare a destra e non a sinistra. E invece no, questa passione per la sinistra non mi abbandona. Poco male. Mi pappo con gusto le ostriche ed alla fine arriva la rivelazione.
La Cri si affaccia sulla spiaggia ed esclama: "Che bello l'oceano!".
Lo sapevo che volere fare del cicloturismo mi avrebbe portato alla perdizione. E poi il cicloturismo non è nemmeno più di moda, adesso si fa bikepacking.
A bon bon, vive se perdre en VTT et vive le huitree de l'Ile de Ré.

 — a La Rochelle.

#perdersinmountainbike - au contraire


Ora il treno sferraglia verso casa. Le chiacchiere con i colleghi piacevolmente fluiscono. L'aria viziata di fatica e di vita satura il vagone e ci si fa i conti anche con questo, con la vita. Lo sguardo si perde nel verde della pianura che sfreccia in direzione opposta, oltre il finestrino. All'orizzonte il nero dei temporali promette una sana lavata. Le prime gocce di pioggia picchiettano simpaticamente sui vetri sporchi. La Colnago se ne sta appoggiata sul pianerottolo e non appesa a ciondolare nell'apposito spazio, nel vagone di testa.
Oggi gli impegni di lavoro mi hanno portato a Milano. Ma io non volevo farmi semplicemente portare a Milano, io volevo andarci consapevolmente e attivamente. Allora ho preso la mia "way back home" e l'ho ribaltata per poterla percorrere "au contraire", da Olera alla metropoli.
La casa è avvolta nel sonno mentre mi alzo e mi preparo. Nel cielo, chiuso da una cappa di umidità e di nubi, la luce si spande inesorabile. Dal campanile giungono i sei tocchi della campana, si parte. Questi 85 km me li voglio gustare e godere pedalata dopo pedalata e farmi attraversare da tutto ciò che vedo. Le acque del Serio, i Colli di Bergamo, i campi coltivati dell'Isola, la frescura dell'Adda, la gente che prende il fresco lungo la Martesana. Tutto scorre attorno e dentro me mentre pedalo "au contraire" ed entro in una Milano diversa e più bella.
Ecco il treno si ferma in stazione e fuori diluvia.

#roccia - scala di grigi

Presolana del Prato, Torrione sud, via Verzeri - 23 giugno 2019, 09:35:41


Siamo appena giunti ai piedi della parete e già arrivano i primi veli di nebbia. Calore, umidità e convezione ci regalano sbuffi di vapore che risalgono veloci, cambiano forma, densità e consistenza, dapprima sopra i pascoli e i macereti per poi ingolfarsi contro i bastioni di calcare. A volte si dissolvono nel vento, oltre le creste. Altre volte si accumulano, velo su velo, e tutto avvolgono spegnendo i colori e rubando la profondità. E tutto è grigio come la roccia dove cerchiamo la nostra strada, la nostra scala di grigi appigli e appoggi. Ed è così per tutto il giorno in un continuo gioco a rimpiattino. Ora mi volto e non scorgo che le ghiaie basali, altre mi giro e lo spazio si apre sino all'orizzonte e alle acque del lago. Oggi però preferisco questa dimensione intima e sospesa di una scala di grigi, e sorrido quando la nebbia tutto avvolge.

#roccia - di nuovo

Presolana del Prato, Torrione sud, Via Vecchia Quercia - 6 luglio 2019, 12:08:54

Di nuovo in Presolana.

Di nuovo ad accarezzare la roccia della regina.
Di nuovo a stupirsi per le incredibili forme della pietra.
Oggi era tutto tranquillo, poca gente sulle pareti e sui sentieri.

Ci siamo così goduti la salita di due brevi vie che non avevo mai percorso.
Che bello scalare. 

mercoledì 26 giugno 2019

#roccia - sospeso

Presolana del Prato, via Attimo fuggente - 23 giugno 2019, 13:14:02

Che bello tornare a scalare e farlo accarezzando la roccia della montagna a cui sono intimamente legato, la Presolana.
Che bello farlo in questa prima domenica d'estate in compagnia di Re Cardu.
Che bello vedere cordate che scalano ovunque ma riuscire ad arrampicare tutto il giorno da soli.
Che bello, quando sfili l'ultima doppia, incontrare inaspettatamente gli amici alla base della parete.
C'è aria di festa.
Il vociare degli escursionisti lungo il sentiero sale alle pareti. 
I comandi delle cordate rimbalzano tra le guglie e i canaloni. 
Un parapendio ci sorvola con la sua grande ala colorata. 
Il sole gioca a nascondino con le nubi. 
La roccia è perfetta e continua a regalare un'infinita sequenza di appigli e di appoggi dalle forme e dalle dimensioni incredibili. 
Il vuoto è dovunque e ognuno di noi ci gioca, a modo suo.
Che bello tornare a scalare.


venerdì 21 giugno 2019

#neve - leggerezza


Andare in montagna forse è anche questo, un bisogno di leggerezza, la necessità di mettersi alla giusta distanza e cambiare prospettiva nel guardare il mondo.
E non posso non pensare a Calvino e alle sue "Lezioni americane" e all'esattezza del suo pensare.
E mi sento Perseo, ogni volta che mi soffermo sulla cima di un monte.
"Nei momenti in cui il regno umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell'irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio. Devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro…"

 — presso Combin de Valsorey.

#neve - ritorno


Dopo oltre dieci anni ritorno con gli sci sopra i 4000. Ed è fatica, emozione e soddisfazione.
Da Bourg Saint Pierre saliamo alla Cabane de Valsorey, al cospetto del Mont Velan, sullo sfondo l'intero massiccio del Monte Bianco fa da cornice.
Nel cuore della notte ci si prepara, si parte alla luce delle frontali e di una luna splendente.
La salita al Col du Meitin ci da la sveglia e poi proseguiamo nell'ombra, lungo la ripida parete NW, sino a sbucare sulla vetta del Combin de Valsorey, finalmente al sole. Calzati gli sci saliamo sull'elevazione massima del Combin de Grafeneire, la quota e il freddo si fanno sentire mentre lo sguardo con stupore spazia sopra il mondo. E sono intimamente felice, felice di essere lì, a godere di quello spazio sospeso e colmo di nulla.
Il Couloir du Gardien, bordato da impressionanti seraccate, ci riserva una discesa di tutto rispetto. Tutto procede per il meglio e nel tardo pomeriggio ci ritroviamo sulla strada di fondovalle, increduli di tutto il cammino percorso e consapevoli sino all'ultima sconosciuta articolazione e nel profondo di ogni muscolo di possedere un corpo felice, estasiato e immensamente stanco.
Che bello, ritornare.

Ringrazio Domenico Fenio Fabrizio Righetti Mauro Soregaroli per le preziose informazioni che hanno permesso a Marco e me di organizzare al meglio questa grandiosa ascensione.

 — presso Grand Combin.

#neve - mistero


Ci sono
Attimi che si possono tacere o raccontare.
Attimi di silenzio racchiusi in un immagine o poche parole.
Attimi che danno un senso a tutte le fatiche del vivere e non solo del salire sui monti. 
E quando alzi lo sguardo dal tuo cammino verso l'orizzonte
E vedi il profilo della terra proiettare la sua ombra là dove la luce non è ancora giunta,
vieni colto dal senso di mistero che solo tanta bellezza può donare.

 — presso Grand Combin.

#perdersinmountainbike - nuances


Il tono su tono è importante, non so quando l'ho già detto o se è una citazione, ma ciò non è importante. Importante è che non puoi avventurati con la tua bicicletta tra i sentieri del maquis e la sua esplosione di verdi senza acconciarti a modino e fare pendant con le giuste nuances. Diamine!
 


— presso Pic de l'Ours.

#perdersinmountainbike - tutto brilla


Sono salito nuovamente al Pic di Cap Roux, questa volta dal mare per poi scendere verso l'interno, lungo valli sinuose e solitarie. Oggi il blu del cielo e del mare non si sono mai velati, il vento spira costante e freddo da nord, per tutto il giorno. Tutto brilla nei riflessi di luce. I verdi delle foglie, le increspature di schiuma del mare, i rossi cangianti della pietra, le gocce di sudore sulla pelle delle braccia, gli occhi mai sazi di tanta bellezza.

— presso Pic Du Cap Roux.

#perdersinmountainbike - #seperdrenVTT


E quando a sera scendi sulla spiaggia e ti volti, ringrazi il vento freddo che ha ripulito l'aria da ogni umidità. E ti perdi con lo sguardo su quei versanti e tra quelle architettura di pietra, dove hai vagabondato tutto il giorno.
Incroyable! Aussi en France c'est possibile se perdre en VTT.


— presso Rocher de la Saint Barthelemy Massif de l'Esterel.

#perdersinmountainbike - ercinica


Torrioni di pietra antica squarciano di rosso il verde intenso del maquis d'oltralpe. Tra la Costa Azzurra e la Provenza si incastrano lembi di terre selvagge e d'arcana bellezza. Les massif de l'Esterel et des Maures sono ciò che resta dell'orogenesi ercinica, una catena montuosa che ha assistito alla nascita delle Alpi. Pedalare vista mare qui ha un sapore particolare, mi viene da dire dal gusto ercinico.
 — presso Pic Du Cap Roux.

giovedì 6 giugno 2019

#perdersinmountainbike - cartolina

Sabato è stata una di quelle giornate da incorniciare e farne una cartolina. C'erano tutti gli ingredienti per una giornata memorabile: il verde dei prati, il blu del cielo, il bianco delle nubi, le cime dei monti ancora coperte di neve, le mucche al pascolo, le faggete vestite di un verde delicato, le abetaie cupe e ombrose, i pascoli alpini tappezzati di crocus e narcisi. E poi c'eravamo noi, tre omini che attraversavano questi spazi spingendo sui pedali delle loro biciclette, due di loro li ritrovate anche in questa cartolina. 
La salita è stata lunga, dalle sponde del Serio sino a Capanna 2000, in equilibrio sulle due ruote e con l'ambiente. La discesa ci ha poi ripagato di ogni goccia di sudore che abbiamo lasciato lungo il cammino. Le pendici dell'Arera, la conca e le doline delle baite di Camplano, la val Gorgalina e la Val Nossana, un susseguirsi di paesaggi dal fascino austero e magnetico. Ci ha riportato a valle un sentiero selvaggio ed infinito, di cui non si spreca nemmeno una curva e dove ogni metro regala sempre nuove emozioni.
Una giornata perfetta.
E il timbro postale con cui marchiare questa cartolina, scelta tra le centinaia che ho catturato sabato, è senza dubbio: EPIC DAY 

#mtbdabergamoailaghidiendineeiseo #itinerario61
#verticalorme #mtb #mountainbike#versantesudedizioni @versantesudedizioni#visitbergamo @visitbergamo_official#terredelvescovado @terre_del_vescovado#invalcavallina @invalcavallina #valleseriana#promoserio #visitlakeiseo @visitlakeiseo
 — conFranco Zanetti a Zambla Alta, Lombardia, Italy.

#perdersinmountainbike - riflettendo


Appoggi la bici contro il muretto e ti affacci, giocando con il tuo riflesso. Poi sali sul bordo e lo percorri, camminando in equilibrio. Ti fermi e ti viene voglia di tuffarti e di immergerti sotto quella superficie liquida. Forse lo fai, lo fai, e poi riemergi e ti ritrovi in un altro mondo, un'altra vita, un altro corpo. Dovresti spaventarti, pure la tua bici è sparita, ma sei tranquillo e ti guardi attorno: una spiaggia, le onde di un mare, scogliere e isolotti. Nuoti con calma e a lungo con bracciate regolari, respiri ogni tre, una volta a destra, una volta a sinistra, osservando attorno, sopra e sotto. Ti godi il calore del sole sulla schiena, infine ti immergi e scendi, chiudi gli occhi e ti chiedi in quale mondo sarai quando avrai di nuovo bucato l'acqua, sopra di te. I polmoni bruciano, devi tornare in superficie e lo fai, senti l'aria fresca sul viso, apri gli occhi e ti accoglie la penombra di un bosco. Il manubrio della tua bici sbuca oltre l'orlo del muretto e ti ritrovi in piedi sul bordo.
Osservi a lungo quel pezzo di mondo riflesso, ne apprezzi i colori e il gioco di luci, ci navighi con lo sguardo, lo raccogli e lo porti con te. Passi la lingua sulle labbra, hai ancora il sentore di mare o forse è solo il sudore incrostato della lunga salita.
La tua bici ti attende, pronta a riprendere la discesa interrotta.

 — a Selvino.

#perdersinmountainbike - pascolando.


— pressoOlera.

#perdersinmountainbike - giù


Oggi Monte Rena Trail (It. 36 della guida MTB da Bergamo ai laghi di Endine e Iseo) non era esattamente in condizioni ottimali ma il socio scalpitava e allora, pronti via. Un bel Col del Batés per salire lontano dall'asfalto e dal traffico e poi giù.

#perdersinmountainbike - Meccanoscritto

"Come in un tango lento la strana coppia di carne e metallo oscillava sinuosa.'
Quale sorpresa arrivare al termine di questo romanzo di scritture collettive che racconta 50 anni di storie di lavoro e di lavoratori, di lotte di ieri e di oggi, scritte e narrate dai protagonisti. Autentiche "storie metallurgiche" sul valore e il senso del lavoro.
Quale sorpresa giungere al termine del libro e nell'ultimo racconto imbattersi in questa immagine di un futuro probabile, di un lavoro dignitoso che attende e verso cui il protagonista si avvia in bicicletta.
A queste parole pensavo l'altra sera mentre me ne tornavo a casa dopo il lavoro ed affrontavo il mio "cavalcavia" cercando di non scendere dalla bicicletta lungo l'erta salita.

"La prima sera di lavoro Giuseppe era dovuto scendere dalla bicicletta e spingerla fino alla cima. Ora. mentre illuminava la strada che sembrava sparisse, sapeva cosa l'aspettava. Smise di pedalare, respirò più lentamente, si piegò sul manubrio e immaginandosi altrove, curvò a sinistra. Affrontò il cavalcavia alzandosi sui pedali. Come in un tango lento la strana coppia di carne e metallo oscillava sinuosa.
Per un attimo, Giuseppe temette che il cavalcavia lo sconfiggesse di nuovo, ma non fu così. Stava per buttarsi nella breve discesa, quando si rese conto che di lassù si poteva vedere il suo quartiere e dietro l'intera città.
Diede un colpo di pedale e la discesa gli regalò velocità, spingendolo anche lungo il rettifilo."

sabato 25 maggio 2019

PEDALANDO CON IL MIO MITO


Anche quest’anno, come di consueto, si rinnova il rito tanto atteso da tutti gli amanti delle due ruote. Un rito collettivo che avrà inizio l’11 maggio e, al ritmo dei pedali, percorrerà tutta l’Italia lungo le strade e attraverso gli infiniti paesaggi del nostro paese. Dalle pianure ai monti, dalle città ai borghi più sperduti, lungo le vallate ed i fiumi, come fosse una grande festa in cui i protagonisti non sono solo gli atleti ma soprattutto il variopinto pubblico che li accoglierà ovunque. Appassionati o semplici curiosi che si assieperanno e attenderanno a bordo strada, per applaudire, per incitare, per vedere i propri beniamini o anche solo per respirare quest’aria di festa che solo il Giro d’Italia sa regalare.
Nell’edizione 2019 non mancheranno le tappe lombarde. La sedicesima tappa si concluderà a Como dopo che i ciclisti avranno affrontato due salite mitiche: il Ghisallo e la Colma di Sormano. Luoghi storici, dove attendere e vedere passare il serpentone colorato del Giro è già una festa. A seguire, la diciassettesima tappa avrà inizio a Lovere e, dopo 226 chilometri e 5700 metri di dislivello, terminerà a Ponte di Legno. Sarà un vero e proprio tappone alpino, sulle cui salite si è costruita l’epica di questo sport. Nell’ordine si scalerano il Passo della Presolana, giusto per scaldare la gamba, per poi rilassarsi con la Croce di Salven, qui si affronterà il primo piatto forte della giornata con la salita al passo Gavia ed infine i ciclisti dovranno vedersela con la portata più sostanziosa, affrontando il Passo del Mortirolo da Mazzo di Valtellina, salita per cui scomodare la parola "mitica" non è un’esagerazione. Insomma sarà una tappa durissima, dove tutto potrà accadere e la fatica accumulata, salita dopo salita, inciderà non solo sui risultati di tappa ma anche su quelli della classifica generale. Quattro salite e quattro passi dove il pubblico potrà gustarsi un grande spettacolo e tra quel pubblico magari ci saremo anche noi, con la nostra bicicletta appoggiata a bordo strada o semplicemente presenti per immergerci nel rito che anno dopo anno ci ripropone il Giro d’Italia. E proprio lì, dal bordo di una strada, è nata la mia passione per questo sport e soprattutto l’ammirazione per un grande campione del ciclismo, Gianbattista Baronchelli.


Lunedì 3 giugno 1974.
La cronaca. Quel giorno, la tappa lombarda del Giro d’Italia parte da Como e termina ad Iseo, dopo avere scalato due Gran Premi della Montagna, al Colle Gallo e ai Colli di San Fermo. Eddy Merckx, Felice Gimondi e Gianbattista Baronchelli sono in testa alla classifica.
In quegli anni, per me, il mondo del ciclismo e del Giro d’Italia era rappresentato esclusivamente dalle palline di plastica, metà colorate e metà trasparenti, che contenevano l’immagine del volto di un ciclista con il suo nome stampato sul bordo. Sapevo solo che Gimondi e Merckx erano i più forti al mondo e vincevano tutto ed in spiaggia, dopo avere preparato una bella pista nella sabbia, avrei conteso aspramente con gli amici le palline con le loro facce e i loro nomi.
Io, quel lunedì di giugno, me ne stavo seduto al mio banco di scuola. Avevo 10 anni e una maestra giovane che adoravo. Lei, ogni settimana, ci raccontava delle sue avventure in montagna e, regolarmente, ci faceva lezione camminando tra i campi ed i boschi del paese. Probabilmente, in quel giorno d’inizio estate, stavo solo pensando che la scuola sarebbe finita ben presto. Ma quella mattina lei, la maestra, ci fece l’ennesima sorpresa “Bambini oggi, proprio fuori dalla scuola, passa il Giro d’Italia. Se state buoni usciamo prima che suoni la campanella e andiamo a vedere i ciclisti”. Poi ci raccontò che Eddy Mercks era primo in classifica ma due bergamaschi erano al secondo e al terzo posto, e lo stavano mettendo in difficoltà. Aggiunse che Felice Gimondi era l’eterno rivale di Merckx, ed erano due grandi campioni ma a lei piaceva molto di più Gibì Baronchelli, un giovane di soli vent’anni che abitava nel paese vicino al suo. Se questo Gibì piaceva alla mia maestra non poteva che piacere anche a me. Infine uscimmo in ordine dalla scuola, in fila per due, mano nella mano, le bambine davanti e noi maschietti a seguire. La maestra ci accompagnò lungo il marciapiede sino sulla via dove sarebbe passato il Giro. C’era tanta gente lungo la strada, c’era aria di festa e profumo di vacanze, faceva caldo. Ad un tratto l’attenzione di tutti fu calamitata dall’arrivo delle vetture che aprivano la corsa, il nostro sguardo incuriosito si volse in fondo alla via e ben presto un gruppo compatto di ciclisti comparve da dietro la curva e sfrecciò velocissimo davanti a noi. C’era chi applaudiva, chi incitava, chi urlava il nome del proprio beniamino. Io me ne restai un poco frastornato,avevo visto quella massa indistinta, senza riconoscere Mercks, Gimondi e Baronchelli, insomma non mi sembrò un grande spettacolo. Poi, nei giorni successivi, inizia a seguire sui giornali e alla TV, non tanto il Giro d’Italia, ma cosa combinava Baronchelli, perché se piaceva tanto alla mia maestra voleva dire che era una persona importante. Finì la scuola e finì anche il Giro. Gibì, così l’aveva chiamato la mia maestra, fece una cosa incredibile, non solo aveva preceduto Gimondi ma, per dodici secondi, era arrivato secondo dietro a Merckx, che per definizione era imbattibile. Quindi, per me, Gibì Baronchelli aveva vinto quel giro d’Italia. Nella mente di un bambino di 10 anni, anche se arrivi secondo dietro a quel campione, che i giornalisti chiamavano “Il Cannibale” e che aveva già vinto per ben due volte sia il Giro d’Italia che il Tour de France, quei dodici secondi di distacco non sono nulla, tu hai vinto ugualmente, sei il numero uno. Perchè hai dimostrato ai più forti, ai più grandi, che li puoi battere. Quell’estate e tutte le estati successive, sulla spiaggia, la mia pallina preferita fu sempre quella con la scritta Baronchelli e l’immagine di lui piegato sul manubrio, con la divisa bianca e nera della Scic e il cappellino con la visiera girata all’indietro.
Passano gli anni e di quella passione per il ciclismo e per la figura mitica, che per me è stato Gianbattista Baronchelli, mi restano non tanto i ricordi delle sue vittorie ma quelli delle sue vicende sportive ed umane. E se penso a Gibì mi viene da dire che nulla è impossibile, se si cade ci si può sempre rialzare e ripartire con più determinazione e se davanti alla tua ruota c’è un campione, che tutti dicono imbattibile, tu puoi dargli filo da torcere sino all’ultimo chilometro. Dopo quei dodici secondi di distacco da Mercks, che non sono nulla rispetto alle 113 ore che ci sono volute per percorrere i 4001 chilometri, di quel Giro d’Italia del 1974, porto con me un altro ricordo e, ancora una volta, non è quello di una vittoria, ma di un secondo posto che vale più di una vittoria. Era il 1980, ai Campionati del Mondo partono in 107, il circuito è durissimo, il freddo e la pioggia massacrano i partecipanti che si ritirano uno ad uno, solo in 15 taglieranno il traguardo, Bernard Hinault è il favorito ma Baronchelli gli tiene testa sino all’ultimo giro e gli salta pure la catena, Hinault infine riesce a staccarlo e tagliare il traguardo con un vantaggio di 1’01”.


Lo scorso anno la figura di Baronchelli rientra nella mia vita quando Luca mi regala un libro curato da Gian-Carlo Iannella “Gibì Baronchelli, 12 secondi”, mi racconta come è nato quel libro, di cui è l’editore, e mi dice che è molto amico del Tista, così lui chiama Baronchelli. Torno a casa e inizio a sfogliare le pagine del libro che mi trascinano in un bel racconto in cui documenti e testimonianze, si intrecciano ad interviste, ricostruendo così in modo originale la storia di Baronchelli atleta e uomo. Mentre leggo riemergono così i miei ricordi: quel lontano 1974, la mia maestra, le palline di plastica con i volti dei ciclisti. La lettura mi fa apprezzare ancora di più questo personaggio che durante la mia infanzia è stato un vero e proprio mito e come tale ritenevo fosse lontano ed intoccabile.
Lo scorso autunno sempre Luca, amico e fotografo, a cui avevo poi raccontato di questi ricordi, mi telefona e mi chiede se nel pomeriggio del giorno dopo fossi stato disponibile per una pedalata ed un servizio fotografico lungo l’Adda. Nicchio un poco, non ne ho tanta voglia, ed è allora che lui sfodera l’asso dalla manica “Dai che andiamo a fare una pedalata con il Tista”. I dubbi svaniscono in un secondo e la risposta è immediata ed affermativa. Non ci posso credere, sono passati quarantacinque anni, ed ho l’opportunità di conoscere e pedalare con quel “ragazzo di vent’anni” che per me è sempre stato un mito.
Il giorno dopo ci presentiamo ad Arzago, fuori dal negozio “Baronchelli Sport”. Sono le dodici e mezza lui è già pronto, vestito di tutto punto e con la sua mountain-bike. Alle 15,30 deve riaprire il negozio e vorrebbe tornare per tempo, anche per farsi una doccia e mangiare qualcosa. Ci presentiamo e saliamo in sella. Ha una bella stretta di mano, il suo sguardo è mobile e brillante, direi curioso. Mentre ci guida attraverso le stradine di campagna, in direzione di Rivolta d’Adda, iniziamo a chiacchierare e un poco per volta gli racconto di me bambino e di come lui fosse diventato il mito della mia infanzia. Io, un poco mi emoziono. Sorride e continua a pedalare. Non parliamo per nulla della sua carriera, di tecnica, tempi e biciclette. Parliamo di passione, quella passione che ancora oggi tre volte alla settimana, in pausa pranzo, lo spinge a prendere la bicicletta e percorrere le alzaie dell’Adda sino a Lodi e ritorno. Quella passione che lo ha portato alla mountain-bike, la stessa che gli fa continuare a seguire con dedizione il suo negozio. Mentre pedaliamo lungo l’argine e le golene dell’Adda, mi racconta che ci sono alcuni luoghi del fiume che continuano ad affascinarlo, anche se li ha visti centinaia di volte, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Ad un certo punto si ferma, proprio dove il fiume, oltre la golena, si fa ampio e la luce si scompone in liquidi riflessi d’argento. Si volta e mi dice “Mi piace questo posto”. Poche parole, asciutte ed essenziali, che mi trasmettono la sensazione di un uomo profondamente legato alla sua terra, a questo angolo di pianura e al fiume. Riparte lungo la sterrata. Io e Luca lo seguiamo a ruota. Imbocca alcuni sentierini che salgono e scendono tra i pioppi e i salici della golena. Accelera in maniera leggera e costante. Con regolarità si volta leggermente con il capo per controllare se siamo in scia. Continua ad accelerare. Luca non molla la sua ruota. Non ci posso credere: è partita la sfida. Io fatico a tenere la ruota di questi due demoni e, piano piano, mi staccano. Mi diverto nell’inseguirli e guardarli sfrecciare davanti a me sul limitare tra i campi e il fiume. Meno male che, di tanto in tanto, Luca ci richiama all’ordine e quando intuisce che la luce e  è perfetta e l’inquadratura è buona, non esita a rallentare e fermarsi e noi con lui. Posso quindi riprendere fiato e mentre Luca scatta io e Gibì pedaliamo tranquilli e ci scambiamo qualche battuta. Siamo ormai giunti nei pressi di Lodi, è ora di rientrare. Chiedo a Gibì se usa ancora la bici da strada, lui mi dice che la usa una volta la settimana, durante il weekend, però c’è un problema. Lo guardo un poco stupito e con sguardo interrogativo attendo che lui continui. “Mi piace ancora andare su strada e in salita ma quando vedo uno davanti non resisto, devo andarlo a prendere. È una costa istintiva, non riesco a trattenermi, è più forte di me. Il problema è che non ho più vent’anni” Mi guarda, si mette a ridere e aumenta il ritmo, mi stacca leggermente, Luca si mette nuovamente a ruota, io me ne resto in coda. È partito lo sprint finale, tra pochi chilometri saremo nuovamente ad Arzago. Cerco di tenere la loro ruota, non devo perderla, ma inesorabilmente mi staccano. E penso a Gibì ventenne, a quel Giro d’Italia del 1974 e al suo innato istinto di andare a prendere la ruota di quello che gli stava davanti, con generosità, semplicità e determinazione.
Eccoci giunti alla fine del nostro giro. Ci salutiamo e gli prometto che tornerò a trovarlo nel suo negozio. Solo mentre sono in viaggio per tornare a casa realizzo che ho veramente pedalato con quello che è stato il mio mito, con il Gibì per cui tifavo ad ogni tappa del Giro e che mi osservava da dentro una pallina di plastica ogni volta che era il mio turno di tirare.
E chissà se quest’anno una nuova e giovane promessa saprà farci sognare, scalando con determinazione e generosità la Presolana, il Gavia e il Mortirolo per poi piombare sul traguardo di Ponte di Legno con 12 secondi di vantaggio su un più affermato campione.

Articolo pubblicato sulla rivista OROBIE - Maggio 2019

venerdì 24 maggio 2019

FIRST LOVE – Raccontare il passato per trovare il futuro


First Love è un viaggio nella memoria, intimo e tormentato. Un’incursione nel passato, necessaria per ritrovare il Primo Amore e prendersene cura, per poi portarlo con sé in un “corpo felice, estasiato e stanco”.
First Love non è solo il titolo della canzone di Adele con cui Marco D'Agostin apre la sua performance. First Love è anche il titolo del suo spettacolo autobiografico e potente, in cui la componente artistica e quella agonistica si alimentano l’un l’altra, in un crescendo inarrestabile e palpitante di vita.
Primo Amore è l’oggetto delicato e fragile, attorno a cui tutto ruota e con cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi.
“Perdonami primo amore, ma sono stanca. Ho bisogno di andarmene per provare di nuovo sentimenti. Per provare a capire il perché” questa è una delle frasi che D’Agostin canta in playback, mentre la voce di Adele satura lo spazio scenico e avvolge il pubblico in sala. Lui va oltre e prova “a capire il perché” in una sfida personale in cui la nostalgia diventa motore della sua ricerca. Da subito chiama in causa il pubblico, testimone di questo Primo Amore, consegnando, ancor prima di entrare in sala, “un risarcimento messo in busta e indirizzato al primo amore”.
Venerdì sera, nello spazio del Teatro Modernissimo di Nembro, mentre attendo l’inizio dello spettacolo apro questa busta e tra le mani mi ritrovo un collage fatto di frammenti di un diario e foto di un album di famiglia. Poi cala il silenzio, D’Agostin è già in scena, sul fondo, in un angolo. Ho il privilegio ed il piacere di essere in prima fila, a pochi metri dal palco, a pochi metri da Marco D’Agostin che, con il corpo e la parola, ci racconta il suo Primo Amore. Vicino a me c’è pure Stefania Belmondo, musa ispiratrice di ciò che sta accadendo sotto il nostro sguardo. Chissà cosa pensa e quali emozioni le crescono dentro, mi chiedo.
Non è la prima volta che vedo uno spettacolo di danza contemporanea e non è nemmeno la prima volta che dovrò salire sul palco del Modernissimo, altre volte ho calcato quello spazio per raccontare della mia passione fatta di montagne, di alpinismo e di momenti di vita verticale. Però, questa sera, anche per me è una prima volta e sono emozionato. Alessandra Pagni e Nelly Fognini, curatrici infaticabili di Festival Danza Estate, mi hanno coinvolto per condurre il dialogo finale con Marco D’Agostin, Stefania Belmondo e il pubblico. Ho accettato, senza esitazione, mi piacciono le sfide ed ora eccomi qui mentre la performance prende forma, pronto a lasciarmi stupire da questo modo di raccontarsi per me insolito.
Fatico ad incastrare nei canoni della Danza Contemporanea quanto accade sotto il mio sguardo. Sul palco vedo molto di più: linguaggi differenti, mutuati dalla danza, dal teatro, dallo sport, si fondono in un equilibrio luminoso e pulsante.

U.S.A. - Salt Lake City. Olimpiadi 2002. C’è una gara di sci da fondo, non una gara qualsiasi, ma una di quelle gare che passano alla storia. Un’impresa titanica in cui la protagonista “contro tutti e contro tutto” vince. E c’è la telecronaca che cresce e si sviluppa con il trascorrere del tempo, sui ritmi e gli accadimenti che si susseguono in quei quindici chilometri a tecnica libera. Questo è il filo conduttore della narrazione: un evento pubblico.
Italia - Valdobbiadene. C’è un ragazzino che segue in TV questa gara, Stefania Belmondo è il suo idolo e lo sci da fondo la sua passione. Il ragazzino coltiva un altro sogno: danzare, ma in quel paese di provincia resta solo un sogno. E allora il ragazzino si ritrova a mimare i gesti del passo pattinato sulle scale e nei corridoi di casa, come fossero passi di danza. Sui campi da sci continua gli allenamenti e le gare, in un ambiente che gli è sempre più estraneo. Questa è la storia sottesa, anticipata dagli indizi presenti nella busta e che ora emerge, come la punta di un iceberg, durante lo spettacolo. La si percepisce, prima confusa e poi sempre più definita, quando D’Agostin arretra e si pone sullo sfondo, non più frontale ma di lato, e le incitazioni del cronista non sono più per la Belmondo; l’inflessione diventa dialettale la voce è quella dell’allenatore e chi spinge sugli sci è il giovane D’Agostin. I ricordi riemergono dalla memoria, in quegli attimi, nella penombra, la fisicità dei gesti e il timbro della voce vibrano in modo particolare quasi con sofferenza.
Poi si torna alle fasi concitate della gara, in cui la voce a volte anticipa e altre rincorre il movimento, in un gioco di rimandi e rilanci.
Mi incanto e mi faccio trasportare dal racconto, mi pare di sentire la fatica di quella gara anche nei miei muscoli e forse anche il ritmo cardiaco un poco sale, mentre i tasselli della storia si ricompongono nella mia mente.
Davanti a me ora c’è un uomo. Il ragazzo è cresciuto, si è preso cura del suo passato e con una consapevolezza matura si è fatto carico del suo Primo Amore. Forse c’è stata una rottura e anni di lontananza ma ora ha coronato il suo sogno negato. Gli è costato tempo e fatica ma adesso è un danzatore, pronto a riconoscere quel suo Primo Amore per quello che è: pietra d’angolo del suo vivere. Pronto a raccontarsi con il suo corpo e la sua voce, con una fisicità e frontalità che non possono lasciare lo spettatore indifferente, chiamandolo a condividere ogni secondo di quei 15 chilometri a tecnica libera e ogni attimo di quei 17 anni che sono passati da quella gara e da quando a passo pattinato sognava di danzare.
Duccio Demetrio apre il suo saggio “Raccontarsi” con queste parole “C’è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. … di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria.” Con First Love questo momento è giunto anche per D’Agostin che ci dona la sua esperienza personale attraverso questa performance, in cui frammenti autobiografici si ricompongono in un racconto inatteso. Storia intima ed epica che va oltre lo spazio ed il tempo, in cui ognuno di noi può riconoscere qualcosa di se.

Ed infine quelle mani alzate verso il cielo. “Che bello!” urla D’Agostin e lo ripete più volte modulando timbro e potenza della voce. Lo ripete più volte variandolo come varia la sua presenza nello spazio scenico, non più frontale ma sempre più arretrata nella penombra, sino a voltarsi, sempre con le mani alzate e sempre cadenzando le due parole “Che bello!”. Ed in queste due semplici parole scandite e ripetute sento la voce di Franco Bragagna cronista di quella gara epica; sento la voce di Stefania Belmondo che vince l’oro e la sua decima medaglia olimpica; sento soprattutto la voce di Marco D’Agostin prima quindicenne davanti alla TV, in quella domenica del 9 febbraio 2002, poi uomo che, nel suo viaggio tra ricordi e memorie, riconosce il suo Primo Amore, lo accetta, lo accoglie, lo racconta e ce lo dona con questo spettacolo unico.
“Che bello!”
E mentre il sole scende e l’oscurità tutto avvolge, la neve copre la scena e il corpo di Marco D’Agostin che, prosciugato da ogni energia e da ogni forza, si abbandona in un angolo, finalmente pacificato con se stesso.
E mentre osserviamo quel “corpo felice, estasiato e stanco” queste due parole riecheggiano ancora nella nostra testa.
“Che bello!”
E mi ritrovo a ripeterle a mezza voce o muovendo solo labbra, per soppesarle e, forse, per farle mie.
E mi rendo conto che lì c’è anche un pezzo del mio vivere.
Anche senza essere fondisti o danzatori, tutti abbiamo avuto un Primo Amore con cui fare i conti, a tutti si è rotto un bastoncino proprio quando avevamo bisogno di quel punto d’appoggio.
“Che bello!” potere riprendere il cammino con un paio di bastoncini nuovi e la consapevolezza che questo Primo Amore ritrovato è anche un pezzo della nostra storia e di quello che siamo oggi.

Olera, domenica 19 maggio 2019