LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film
LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

domenica 29 gennaio 2017

23 #PICCOLE STORIE - L’URLO, IL CASTELLO ERRANTE E ALTRI TESORI

"Ed io ti sento l’anima battere,
dietro il silenzio,
come un filo vivo di acque
dietro un velo di ghiaccio"

Antonia Pozzi - Notturno Invernale
Avvicinamento - 13/12/2012

Daniele cerca la strada tra le meduse de L'urlo - 13/12/2012
Abbiamo scoperto queste colate ed abbiamo iniziato a salirle nel dicembre 2012. Quell’anno il gelo era arrivato già al termine della stagione autunnale. Stavo scorrazzando con Ennio sopra le piane di Lizzola, tra i colatoi e i pendii del Crostaro, quando, osservando i giganti delle Orobie nello splendore della luce del primo mattino, la nostra attenzione venne catturata dallo scintillio di alcune colate poste a sinistra del rifugio Coca. “Chissà se ci si scala! – ci diciamo – Certo che sono cacciate su in tanta malora e andarci alla base deve essere un bel casino.” Prima di riprendere la nostra salita scattiamo alcune foto con l’intenzione di riguardarcele, con calma e ben ingrandite, sul monitor del computer. A casa ci rendiamo conto che potrebbe valere la pena farci un giro. Cerchiamo informazioni su eventuali salite in zona ma non troviamo nulla. Consulto le carte ed individuo quello che potrebbe essere l’accesso migliore. Sento Daniele, gli mostro la foto e gli dico: “Dobbiamo andare a vedere!” La sua risposta è stata sintetica: “Ok! Quando?”. Nemmeno una settimana dopo stiamo salendo il ripido sentiero che da Valbondione porta al rifugio Coca senza avere alcuna certezza di riuscire ad arrivare alla base delle cascate e, qualora raggiungibili, di trovarle nelle condizioni per poterle scalare. Tutto potrebbe risolversi in una grande sfacchinata e in un niente di fatto. Giunti al rifugio procediamo e scolliniamo oltre il dosso, i canali di valanga hanno già scaricato, li attraversiamo. Stambecchi e camosci sono in ogni dove, loro sono i veri custodi di queste terre.
 
Scrutiamo i pendii del Monte Avert ma  non vi è alcuna traccia di cascate e di ghiaccio. Iniziamo a scendere sino ad un dosso successivo. Da lì si iniziano ad intravedere delle colate azzurre che incrostano un bastione di roccia scura. “Chissà  come potremo arrivarci alla base” mi dico. Scendiamo ancora un poco lungo i ripidi tornanti del sentiero e ci portiamo su un poggio da dove finalmente possiamo apprezzare la meraviglia di ciò che ci si presenta allo sguardo. La foto scattata da lontano lasciava solo intravedere una parte del tesoro che se ne stava racchiuso in quell’anfiteatro sospeso e nascosto. Il sentiero ora procede a mezza costa e taglia tre linee convergenti nel canale percorso dalle valanghe che precipitano sino a Valbondione.
la parte alta - 21/01/2017
la parte intermedia - 21/01/2017



la parte bassa- 21/01/2017
Difficile descrivere l’emozione di quell’istante in cui tutto ciò che abbiamo immaginato e sognato si materializza e prende forma davanti ai nostri occhi. In quel momento ci rendiamo conto che non sarebbe bastato un giorno per salire le tre colate di ghiaccio che abbiamo di fronte, così come prendiamo atto che quel gran muro in alto a destra è il gioiello più prezioso di questo forziere. Decidiamo quindi che inizieremo calandoci lungo il colatoio centrale e poi, una volta risaliti, procederemo lungo quello di destra sino alla base di quello che sarà “L’urlo”.
Era il 13 dicembre del 2012 e durante quella prima uscita abbiamo trovato le condizioni migliori, il cielo era coperto e nevischiava, le temperature appena sotto lo zero. Abbiamo salito “Vent’anni dopo” e poi “L’urlo” con il suo meraviglioso muro finale. Inutile dire della grande soddisfazione e gioia che abbiamo provato in quel giorno. Arrampicare dove, per quanto ne sapevamo, nessuno lo aveva fatto prima ci ha regalato sensazioni particolari e farlo tra le montagne di casa è qualcosa che non ha prezzo.
"L'urlo" risalendo il colatoio - 13/12/2012

"L'urlo" risalendo il colatoio verso il muro finale - 13/12/2012

"L'urlo" risalendo il colatoio - 13/12/2012

"L'urlo" al cospetto del muro finale - 13/12/2012
"L'urlo" si aprono le danze - 13/12/2012
"L'urlo" uno sguardo verso "Il castello errante" - 13/12/2012


"L'urlo" sembra di muoversi tra le forme di un sogno - 13/12/2012

"L'urlo" sembra non finire mai - 13/12/2012

"L'urlo" un'arrampicata esigente - 13/12/2012

"L'urlo" - 13/12/2012
Pochi giorni dopo, la vigilia di Natale, ci siamo tornati ma l’isoterma era schizzata a 2000 metri. Abbiamo attraversato i canali di valanga con molta attenzione e ci siamo quindi calati nel colatoio più a sinistra, quello che non prende mai il sole e non presenta pendii valangosi alla sua sommità. Giunti in fondo alla goulotte abbiamo evitando di sostare nel canalone di valanga e da lì siamo risaliti sino al sentiero. Mentre percorrevamo l’ultima lunghezza, abbiamo assistito ad uno spettacolo impressionante. Dai pendii sopra “L’urlo” è scesa una colata di neve marcia, che ha dato origine ad una vera e propria cascata. La massa di neve, dopo un salto nel vuoto, si è abbattuta nel canalone, percorrendolo a gran velocità. Nonostante fossimo a debita distanza e fuori tiro, non nascondo che un brivido mi percorse tutta la schiena. Quel giorno terminammo lì le nostre scalate.
Poi negli inverni successivi queste cascate non si sono più formate o se c’erano l’innevamento ne proibiva l’accesso. Finalmente in questo inverno secco e freddo ci siamo ritornati. Il 21gennaio, pur non essendo riusciti a salire nuovamente il muro finale de “L’urlo”, a causa dell’innalzamento dell’isoterma che ha permesso al sole di scaldarla per bene, abbiamo chiuso i conti con le altre colate. È nata la parte alta di Calcifer e, dopo avere percorso il colatoio de “L’urlo”, al suo termine ne abbiamo salito il ramo di sinistra. Mancherebbe ancora qualcosa per completare la collezione, ma non abbiamo fretta, con calma attenderemo il momento giusto e cercheremo di cogliere l’attimo.


Preparativi alla base di "Vent'anni dopo" - 13/12/2012

"Vent'anni dopo" L1, a sinistra si vede il colonnato che da accesso alla goulotte di "Calcifer" - 13/12/2012

"Vent'anni dopo" L1,  chi avrebbe mai immaginato di trovare tanta meraviglia - 13/12/2012


"Vent'anni dopo" L2,  un altro bel muro ci attende - 13/12/2012

"Vent'anni dopo" L2 - 13/12/2012



SCHEDA TECNICA
ZONA: Rifugio Mario Merelli al Coca - Cima d’Avert e Pizzo Castello - pendii est, sud-est
È un luogo decisamente scomodo da raggiungere di cui non abbiamo trovato alcuna info di precedente attività alpinistica. Molto probabilmente si tratta di prime salite ma ciò è secondario rispetto alla selvaggia bellezza in cui ci si trova sospesi. Le quattro cascate che abbiamo scalato ci sono piaciute e quindi le proponiamo, le abbiamo salite in anni e giornate diverse perché raramente vanno in condizioni. Qui solo gli stambecchi e i camosci vi faranno compagnia, osservandovi pacifici. Non è però un luogo per tutti ed i rischi oggettivi, legati alle valanghe e all’esposizione, sono elevati e non devono essere sottovalutati. Soprattutto quando si sale L’URLO o quando, calatisi alla base di CALCIFER e VENT’ANNI DOPO, si deve fare sosta sul bordo del canale di valanga che, in caso di riscaldamento, diventa anche collettore del materiale che crolla dalle frange e dai colonnati de L’URLO.
Già la salita al rifugio in inverno non è da sottovalutare, per la presenza di neve e ghiaccio lungo il sentiero. Inoltre si deve mettere in conto che per valutare le effettive condizioni delle cascate, è necessario sobbarcarsi l’intero avvicinamento.
ATTENZIONE – I rischi oggettivi sono notevoli e sono da valutare con attenzione.
Accesso – Da Valbondione (925m slm) si sale lungo sentiero (segnavia 301) sino al Rifugio Mario Merelli al Coca (1892m slm) in circa 2,00h 2, 30 h. Si procede lungo il sentiero 330, la cosiddetta “Traversata bassa Coca-Brunone”. In breve si sale al poggio posto a quota 1950, quindi si attraversa un primo ed un secondo canale che collettano le valanghe che si staccano dai ripidi pendii della Cima d’Avert. Porre la massima attenzione. Oltrepassatili si scende sino ad un secondo dosso da dove, finalmente, è possibile vedere i tre colatoi e le rispettive cascate. Si scende lungo alcuni tornanti sino a dove il sentiero procede in quota portando prima alla base de L’URLO, poi all’uscita di VENT’ANNI DOPO e infine a metà di CALCIFER. Questo tratto di sentiero è decisamente esposto e attrezzato con catene. Complessivamente ci si impiega dalle 2,30 h alle 3,30h
Materiale – solo viti da ghiaccio e cordoni d’abbandono per le doppie sugli alberi.
Lungo il sentiero che da accesso ai colatoi, è pericoloso sporgersi.

"Calcifer" L2 - 24/12/2012

"Calcifer" L2 risalendo il ramo di destra - 24/12/2012

"Calcifer" L4 sopra il sentiero si procede nel canale intervallato da ripidi muretti - 21/01/2017

"Calcifer" L4  - 21/01/2017

"Calcifer" L5 lungo il ramo di destra - 21/01/2017

"Calcifer" L6 punti di vista - 21/01/2017

"Calcifer" L6 punti di vista - 21/01/2017

"L'urlo" e "Il castello errante"  - 21/01/2017

"L'urlo" e "Il castello errante" Quest'anno il colatoio è tutto ghiaccio vivo con ripidi e divertenti muretti - 21/01/2017

"L'urlo" e "Il castello errante" Quest'anno nel colatoio facciamo quattro lunghezze da 60m - 21/01/2017

"L'urlo" è bello cotto dal sole e dalle frange cola parecchia acqua, rinunciamo e a sinistra saliamo "Il castello errante"  - 21/01/2017

"L'urlo" e il Pizzo Coca. Che bella accoppiata. - 21/01/2017

Le frange terminali de "Il castello errante" sono veramente erranti e quindi ci limitiamo a salire la parte in ombra - 21/01/2017

"Il castello errante" tra ombra e luce - 21/01/2017

"Il castello errante" persi tra onde di ghiaccio - 21/01/2017

Si scende con lo sguardo calamitato da questo piccolo gioiello

1-CALCIFER
Difficoltà - IV/4 (6L)
Sviluppo - 330m
Quota attacco – 1650 m slm
Esposizione - est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 24/12/2012 (parte bassa) 21/01/2017 (parte alta)
È la cascata posta nel colatoio più a sinistra dei tre, non prende mai il sole. Il sentiero la taglia esattamente a metà, la parte bassa è quella più impegnativa. Si parte calandosi verso il basso. Prima calata dai fittoni del sentiero attrezzato, poi altre due su alberi. La base è posta nel canale di valanga, porre attenzione a dove si attrezza la sosta. Per la parte superiore le calate sono su abalakov.

2-VENT’ANNI DOPO
Difficoltà - IV/4+
Sviluppo - (3L) 150m
Quota attacco – 1650 m slm
Esposizione - est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 13/12/2012
È la cascata posta nel secondo colatoio, quello centrale. Prende il sole di primo mattino, dalla tarda mattinata tutta in ombra. Si sviluppa esclusivamente sotto il sentiero. Si parte calandosi verso il basso. Prima calata dai fittoni del sentiero attrezzato, poi altre due su alberi. La base è posta nel canale di valanga, porre attenzione a dove si attrezza la sosta.

3-IL CASTELLO ERRANTE
Difficoltà - IV/4+
Sviluppo - (1L) 40m
Quota attacco – 2000 m slm
Esposizione – est, sud-est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 21/01/2017
Si tratta dello scivolo e del muro finale posto a sinistra de “L’urlo”
ATTENZIONE – I rischi oggettivi sono notevoli come per “L’urlo”

4-L’URLO
Difficoltà - canale d’accesso IV/2, muro finale IV/5+
Sviluppo – canale d’accesso (4L) 240m, muro finale (1L) 50m
Quota attacco – 1780 m slm
Esposizione – sud-est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 13/12/2012
È la cascata più impegnativa e spettacolare, l’ultima lunghezza è la più impegnativa ed è posta alla sommità dell’ampio colatoio posto a destra, il primo che si incontra provenendo lungo il sentiero dal rifugio. L’esposizione sud-est la lascia esposta al sole sino alle prime ore del pomeriggio. Il colatoio si può presentare in ghiaccio vivo con brevi salti più ripidi o coperti di neve e quindi decisamente più facile. Discesa su abalakov e poi cordoni sulle piante sul lato destro (spalle a monte) del colatoio.

ATTENZIONE – I rischi oggettivi sono notevoli, dai pendii sospesi sopra la cascata si originano grandi valanghe che percorrono tutto il colatoio che si deve risalire e poi il canalone che precipita verso Valbondione. Non ci deve essere neve o deve essere poca e ben assestata. Inoltre serve un periodo freddo e con isoterma bassa, in quanto tutto ciò che si stacca dalle frange e dalle colonne percorre a gran velocità il colatoio di accesso. Valutare attentamente le condizioni prima di affrontare questa cascata e il suo colatoio d’accesso.

Grazie a Ennio Spiranelli "Grande Grimpe" e a Stefano Codazzi "Climbing Tecnology"

Parte bassa: 1 - Calcifer; 2 - Vent'anni dopo

Parte alta: 1 - Calcifer; 2 - Vent'anni dopo; 3 - Il castello errante; 4 - L'urlo

mercoledì 25 gennaio 2017

22 #PICCOLE STORIE - L’urlo

L'urlo

Gocce. Gocce di mondi lontani, lente evaporano nei tempi e si disperdono nei venti, sino a quando si addensano in brume e precipitano in rugiade e brine, sino a quando si raccolgono in nubi, per sciogliersi in piogge e nevi. Un lento cammino, lungo e distante, perso negli spazi, guidato dai venti e dal sole. Sino a quando centinaia di gocce si inanellano in fili lievi a creare un impalpabile velo e, nel gelo dell’inverno, si trasformano in piccolissimi fiocchi. Cristalli di gocce che volteggiano nell’aria come piume delicate per posarsi nel silenzio leggero su bastioni di roccia nera. Tra le rocce, gocce venute da lontano, colano ovunque, per tuffarsi nel freddo vuoto dell’inverno dove il gelo le cattura. Notte dopo notte, goccia dopo goccia sbocciano le morbide forme del sogno, gioielli custoditi tra i monti in forzieri nascosti e inaccessibili, ad ornare un castello errante che sfugge allo sguardo dei più. Drappeggi, arazzi, colonne, vele, stalattiti, meduse, foglie, arabeschi, cesti d’acanto ricoprono le mura del castello, riflettendo le mille sfumature blu dei mari e dei cieli, memoria del lungo viaggio di quelle gocce.
Gocce di ghiaccio che si disvelano come un sogno. Gocce di ghiaccio che si dispiegano davanti ai nostri occhi, come una pagina bianca su cui scrivere delle proprie passioni, dove lasciare un segno dei propri desideri e della brama di salire, con una traccia invisibile ed effimera. Sulle mura del castello i ghiacci vegliano come guardiani, rilucendo nei primi raggi del mattino. Dalle mura si sprigionano riflessi luminosi e brillanti che ancor più attirano a loro, avvolgendoti nelle architetture di solide gocce. Al loro cospetto si resta ammaliati e gli occhi ne percorrono ogni piccola fenditura, forma, appiglio e appoggio. Si inizia così a salire e le infinite gocce, giunte da ogni dove, si lasciano accarezzare, si lasciano penetrare, accogliendo le punte degli attrezzi. Loro ti proteggono, ti avvolgono, ti accolgono nelle loro trasparenze opache, mentre sali, volteggiando con delicatezza su quel sipario effimero, la voglia di urlare la tua emozione esplode. Gocce di mare, gocce di nuvole, gocce di pioggia, gocce di neve catturate dal gelo per ornare quel muro nero di rocce. Così ci appaiono come un urlo di ghiaccio immobile nelle infinite sfumature dai suoni sospesi. Come un sogno. Ninna nanna nel blu della notte, ninna nanna con il blu dei ghiacci negli occhi e un urlo di felicità nel petto.

domenica 22 gennaio 2017

34 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE

Sabato 21 ‎gennaio ‎2017, ‏‎10:54:22 – Valbondione (Valle Seriana) – L’urlo e La fortezza errante
 “Ci vuole una strategia che unisca sogno e ragione, conoscenze rigorose e amore per i luoghi.” Franco Arminio

Esplorare tra le pieghe delle montagne e immaginare l’imprevedibile. Acquisire conoscenze e sapere attendere. Valutare le condizioni e decidere quando cogliere l’attimo. Ciò che mi affascina della scalata su ghiaccio è la totale accettazione del fatto che le regole del gioco sono dettate esclusivamente dalla natura e dalla montagna, noi non possiamo fare altro che accettarle. Non in tutti gli inverni arriva un gelo tale da cristallizzare il movimento delle acque in irreali architetture di ghiaccio. E poi, questo fenomeno che risponde a precise leggi fisiche ma che ai nostri occhi ha sempre quel non so che di magico, non si replica mai nello stesso modo in condizioni di quota ed esposizioni differenti e tanto meno si ripete uguale nel tempo. Infine non è detto che questi diamanti effimeri risplendano in luoghi accessibili, comodi da raggiungere e al riparo dai pericoli.

“L’urlo” è una sintesi di tutto questo. Io e Daniele lo abbiamo salito il 13 dicembre 2012 e da allora non si è più ripetuto quel mix di condizioni che ci potesse regalare ancora tanta bellezza e il piacere di salire quel flusso immobile. Ieri ci siamo inerpicati sino ai suoi piedi e, dopo oltre mille metri di cammino e quattro lunghezze di corda in un couloir di ghiaccio, non abbiamo potuto fare altro che goderne il fascino e apprezzare come il sole ne stesse lavorando la superficie, rendendo i colonnati e le frange luccicanti di gocce e fragili. Però nell’ombra sapevamo di potere trovare un altro dono prezioso, meno appariscente ma al riparo dall’incessante lavorio dei raggi solari. Ieri abbiamo salito “La fortezza errante”. Poi abbiamo continuato i giochi su altre linee, perché “L’urlo” e “La fortezza errante” non sono gli unici gioielli che questo scrigno custodisce.

lunedì 16 gennaio 2017

3 #APPUNTI - Inquieto ti ritrovo

INQUIETO TI RITROVO
A te e agli amici
che ci hanno lasciato

e che vorrei avere 

ancora al mio fianco.
Ai magici momenti 
che mi regali
dove, tra sogno e realtà,
inquieto ti ritrovo.
- domenica 15 gennaio 2017 - #appunti


venerdì 13 gennaio 2017

12 ANNI DI ALBANI - In inverno sulla Nord

Era il 1999 quando Roby Piantoni, in compagnia di Domenico Belingheri e Magri Stefano, portò a termine l’apertura di una nuova via sulla parete nord della Presolana Occidentale. La nuova linea percorre i grandi strapiombi rossastri del settore sinistro della parete. Così nasce “12 anni di Albani”. Questo nome racchiude un’altra storia, Roby in questo modo la dedica ai coniugi Carrara, Renzo e Luciana, che per 12 anni hanno gestito con dedizione e passione il Rifugio Albani. La via si sviluppa per 540 metri, corre parallela alla via Grande Grimpe (E. Spiranelli, G. Rota, F. Nembrini, agosto 1989 – Invernale: E. Spiranelli, G. Angeloni, inverno 2000) e interseca al terzo tiro la Via dei Möch, una via aperta in artificiale il 29 e 30 settembre del 1967 da Placido Piantoni e Carlo Nembrini in cordata con B. Pezzini e A. Fantoni, a cui si ricongiunge nel colatoio finale e ne percorre le ultime tre lunghezze.
Nell’estate del 2000, Daniele ed io ne abbiamo fatto una delle prime ripetizioni, trovando la via decisamente impegnativa, un primo tiro pericoloso e poi tratti di roccia poco affidabile, anche nelle sezioni più difficili. Quel giorno, tornati alla base, incontrammo Roby e ci complimentammo per la sua nuova linea, convenendo con lui che sarebbe stato auspicabile dare una belle ripulita a tutto il materiale mobile, scaglie e lame superficiali, presenti soprattutto sul terzo e quarto tiro, i due più impegnativi della via. Poi non se ne fece più nulla ma negli anni la via veniva ripetuta da altre cordate e apprezzata, soprattutto per alcune stupende lunghezze che si snodano nella parte centrale, in grande esposizione e con roccia superlativa.
Purtroppo nell’ottobre del 2009 Roby viene a mancare e, da quel vuoto che lascia, ricompare l’idea e il desiderio di ripetere la sua via, meglio ancora se affrontata nel periodo invernale.
Nell’inverno 2014 ci proviamo, nonostante le condizioni proibitive della parete. Il 15 marzo, dopo un’intera mattina di arrampicata non ci siamo alzati da terra nemmeno di 50 metri. Ecco cosa avevo scritto sul mio diario: “Daniele scala, i ramponi grattano sulla roccia e le becche delle picozze cercano gli agganci più improbabili. Poche parole, qualche comando di corda, il tempo scorre e scorre. Se arriviamo agli strapiombi – penso tra me - lì potremmo usare le scarpette e muoverci veloci, ma ora su queste lunghezze di sesto grado ricoperte di neve polverosa, a grattare con picche e ramponi, la vedo durissima. Alzo lo sguardo e scorgo Daniele sbucare oltre una costola di pietra, si protegge e poi fa crollare una meringa di neve, quindi ne rimonta un’altra, questa sembra sostenere il suo peso. Ripulisce una fessura per posizionare una protezione. Succede tutto rapidamente, il terrazzino di neve crolla e Dan resta appeso all’ultima protezione. Nulla di grave, ma quello è un segnale. Non ci pensiamo due volte, lo calo in sosta e ci prepariamo alla discesa.”
Nell’estate successiva la ripercorro con Gio e Cardu, con piacere prendo atto che il tempo e le ripetizioni hanno un poco ripulito la roccia dalle scaglie e dagli appigli instabili, inoltre, sulla prima lunghezza, che era decisamente rischiosa, sono comparsi pure due chiodi, un grazie a Fulvio e Gibe. Nella recente estate con Daniele torno di nuovo e lui percorre la via in libera e propone come difficoltà per il terzo e quarto tiro, rispettivamente, un 7b e un 7b+, e l’obbligato si attesta attorno al grado 6c. Mentre arrampichiamo in questa torrida estate, al fresco della nord rispunta l’idea della salita invernale. I tiri più facili li percorriamo con la massima attenzione, cercando di memorizzare ogni dettaglio, sappiamo che d’inverno sarà su queste lunghezze di corda che ci dovremo guadagnare metro dopo metro, la riuscita della salita. Comprendiamo immediatamente che in ogni caso non sarà semplice e con troppa neve, come nel tentativo del 2014, anche se si superassero la parte basale e poi i grandi strapiombi, una volta giunti all’ottavo tiro, al traverso e al colatoio che porta nella grotta a metà parete, così come nella parte alta, queste lunghezze sarebbero difficilmente percorribili se non prendendosi dei rischi improponibili e prevedendo più bivacchi in parete.
Così iniziamo a fantasticare sulle condizioni ottimali che ci servirebbero. Servirebbe un inverno con poca neve e quella poca, che si andrebbe ad incrostare sullo zoccolo, sulle cenge, nel traverso e nel colatoio finale, dovrebbe bagnarsi e compattarsi per divenire sufficientemente dura e portante, permettendo così una progressione più agevole e con margini di sicurezza accettabili.
Arriva dicembre e arriva l’inverno. Teniamo d’occhio le condizioni meteo e quelle della parete. Tutto ci fa presagire che i nostri desideri potrebbero venire esauditi. Salgo a far vista alla Regina, giusto per farmi vedere e per dirle “Ehi! Sono ancora qui.”, per capire se è dell’umore giusto e se sia disposta a concederci l’opportunità di un tentativo. Lei non risponde e non dice nulla, il suo silenzio lo prendo come un invito. Non c’è tempo da perdere, sento Daniele prima che lei cambi idea. Tre giorni dopo, alle cinque del mattino, siamo a Colere e ci incamminiamo per raggiungere i bastioni del suo reame. È buio, tutto dorme, camminiamo nel freddo della notte inseguendo il cono di luce delle frontali. Per la prima volta saliamo lentamente, senza correre.

Non c’è neve e la terra arida e gelata crepita sotto i nostri passi, sbriciolandosi. Sotto le miniere, con i primi chiarori, iniziamo a pestare neve dura e gelata. Ci infiliamo in una baita. Mentre fuori fa chiaro, ci cambiamo e prepariamo per la scalata. Usciamo e calziamo i ramponi che crocchiano allegri, mentre avanziamo nella conca del Polzone. Eccoci siamo alla base e siamo pronti, molte sono le incognite che ci aspettano, ad una ad una le raggiungeremo e ad una ad una cercheremo di risolverle e di andare oltre. Ci stacchiamo da terra. La Regina ci fa da subito capire che non sarà semplice. Ad intermittenza dall’alto, cadendo dai nevai delle cenge mediane, spinti dal soffio del vento, ci investono nuvole di cristalli ghiacciati di neve, ogni appiglio ne è ricoperto. Le mani sono subito dure, insensibili, quando è possibili ci si ferma cercando di riscaldarle, quando non è possibile si va oltre, mentre con lo sguardo osservi le tue dita che stringono l’appiglio, ma il tuo sangue non circola, non scalda e non hai alcuna percezione tattile se non un freddo fottuto. Per i piedi non è da meno, sembrano due pezzi di legno.

Già dalla seconda lunghezza le cose migliorano, gli strapiombi ci proteggono e gli appigli sono puliti. Le lunghezze di corda si susseguono regolari e senza intoppi, con Daniele ci alterniamo al comando e, quando le dita si riscaldano, ci godiamo pure la scalata e la soddisfazione di essere lì, appesi sui bastioni della Regina. Al nono tiro ci attende la prima grossa incognita. Daniele parte con gli scarponi ai piedi e poco dopo calza pure i ramponi. 

Al termine del traverso stacca le piccozze dall’imbrago e si infila nel colatoio, la neve è sufficientemente compatta. Alle 16,30 siamo nel grande grotta del bivacco. Siamo soddisfatti ma sappiamo che il duro ci aspetta domani. Sei lunghezze ci separano dal Cengione Bendotti, cinque di queste sono ricoperte e incrostate di neve e poi, oltre il cengione, si devono scalare ancora tre/quattro lunghezze per giungere in vetta. Forse dovremo fare un secondo bivacco. Il 30 mattina si riparte, abbiamo addosso tutto il vestiario che ci siamo portati, fa freddo. Con esclusione di una lunghezza di corda scaliamo sempre con gli scarponi e i ramponi ai piedi. Le quattro lunghezze finali, che d’estate abbiamo percorso in meno di due ore, ci impegnano per oltre cinque interminabili ore. Daniele le conduce con grande perizia, non c’è nulla di facile e nulla di scontato, ogni passo è una scelta, ogni protezione messa una garanzia alla riuscita della salita. Io non posso fare altro che dargli corda e supportarlo, semplicemente esserci e raggiungerlo in sosta, aiutandolo nel recupero del saccone che ad ogni sperone si incastra. La Regina non si concede facilmente, non ne avevamo dubbi, però ci fa intravedere la fine e sino qui ci ha lasciato procedere, ci ha accolto nel suo abbraccio durante la salita e nel suo ventre di pietra per il riposo. La neve incrosta tutto, è dura quanto basta per salire ma a volte le croste si sfondano e si spezzano. Dove c’è roccia con le piccozze si cerca un aggancio e per le mani si cerca un appiglio, che diano maggior sostegno, che sollevino anche per un istante da quella sensazione di precarietà che ci accompagna. La Regina ci ha accolti, la Regina ci ha lasciato passare. Attorno alle diciasette siamo sul Cengione Bendotti, “12 anni d’Albani” è sotto di noi, ce l’abbiamo fatta anche se la strada da fare è ancora lunga e impegnativa e non possiamo permetterci di rilassarci. Occhi lucidi e poche parole. Tratteniamo ancora la soddisfazione e la gioia, anche se lasciamo uscire un poco l’emozione e cerchiamo di sciogliere la tensione. Per me e Daniele questa è la quarta salita invernale sulla nord della Regina, di cui tre salite insieme, legati alla medesima corda. Daniele mi guarda e mi dice: “Qui ho dato tutto, le altre invernali sono state delle passeggiate al confronto”. Dopo una breve pausa riprendiamo a salire, alle ventuno siamo in vetta e all’una di notte del 31 dicembre finalmente alla Grotta dei Pagani. Finalmente possiamo ringraziare la Regina, salutare Roby, mollare tutte le tensioni e iniziare a gustarci la soddisfazione e la gioia per la nostra salita. Lungo il sentiero, il buio ci avvolge, i silenzi si alternano alle parole e dentro è un caos di emozioni, immagini, ricordi, mentre la tensione lascia spazio alla stanchezza, a quella stanchezza che ti fa stare bene, che ti fa sentire vivo. Sospesa resta ancora una apprensione, un pensiero a chi è a casa e che ci attende e si preoccupa aspettando un messaggio e il ritorno. Sono le tre di notte dell’ultimo giorno dell’anno, quando giungiamo al passo della Presolana e, aspettando l’alba e un passaggio per Colere, stendiamo rispettosamente i nostri sacchi a pelo sulla paglia della capanna, costruita per le festività natalizie, sotto il portico della chiesetta del passo.

Note tecniche: PRESOLANA OCCIDENTALE - PARETE NORD - Via: 12 ANNI DI ALBANI - Primi salitori: R. Piantoni, D. Berlinghieri, S. Magri, 1999 - Prima invernale: D. Natali, M. Panseri, 29 e 30/12/2016 - Sviluppo: 540 m. (14L) - Difficoltà:7b+ (6c obb.)/SR3/IV

Ringraziamo Stefano Codazzi della Climbing Tecnology & Ennio Spiranelli della Grande Grimpe