LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film
LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

martedì 25 aprile 2017

3 #CORRERE – La linea bianca

“Cerco la linea bianca e i piedi quasi la aggrediscono, se la mangiano a grossi morsi come per dire: oggi sei mia. Le gallerie si alternano agli spazi aperti e, concentrato nel godere tanta meraviglia, non mi accorgo del tempo che passa, avanzo. Sul lastricato di Riva, tra il castello ed il lago, sfioro i tavolini all’aperto dove i turisti, illuminati dal tiepido sole, si gustano la colazione. Poi la Valle del Sarca si apre, pare immensa. Sopra i vigneti ed i frutteti, si alzano sipari di pietra. In fondo emergono il Colodri e la Rupe di Arco.

Ogni occasione è buona per infilarsi le scarpette e correre. Tra una pedalata ed una scalata, tra il lungolago da Riva a Torbole e la Valle del Sarca, non mi lascio scappare l’opportunità di gustarmi questi paesaggi correndo lungo la ciclabile del Sarca. Mentre corro il pensiero va alle due edizioni della Lake Garda Marathon a cui ho partecipato. Allo spettacolo di correre lungo la Gardesana chiusa al traffico, da Limone sino a Malcesine, un’esperienza unica. La linea bianca è la piccola storia che ogni volta mi riporta a quel giorno di cinque ani fa.
http://vertical-orme.blogspot.it/2012/10/la-linea-bianca.html?m=0

(foto Cristina Paruta)
#gto #orobie #trailrunning

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2 #CORRERE – It’s a long road


“It's a long road behind me
It's a long road ahead”
Neil Young – “The Painter”

Ho preso un vizietto, non è quello a cui qualcuno di voi sta pensando, e ci sto prendendo pure gusto: tornare a casa correndo, dopo una giornata di lavoro. Partire dal centro di Bergamo ed uscire dalla città semplicemente correndo. Mi piace correre in città, salire lungo le mura e girovagare tra i colli. Bergamo è bella. Ma è ancora più bello attraversarla, uscirne. Raggiungere i piedi delle colline e dei monti, imboccare un sentiero ed iniziare a salire tra i boschi. Scivolare via dalle strade trafficate del centro, sfilarsi dai marciapiedi colmi di pedoni. Accorgersi che i rumori si sono placati e l’aria è più leggera, sentirne il buon sapore sul palato e il profumo nelle narici. Il sentiero si fa ripido. La falcata si accorcia e la velocità diminuisce, il ritmo cardiaco cresce ma gli occhi non smettono di guardarsi attorno. Tra le fronde scorgo in lontananza il profilo di Città Alta e mi rendo conto che di strada ne ho fatta e la città si stende tutta sotto di me. Ogni volta sperimento sentieri diversi. Oggi, nelle zone d’ombra, sulla pelle sudata, sento chiaramente il freddo dell’aria. Spingo sulle gambe e continuo a salire. Ora c’è solo il silenzio del bosco che mi avvolge. Ascolto con piacere il suono dei miei passi che spingono sulla terra arida e polverosa. Scollino oltre il crinale e la valle in cui vivo si apre davanti ai miei occhi. La grande e inconfondibile croce del Canto Alto si staglia nel blu. Da lì le creste boscose digradano verso il Canto Basso per proseguire sino al Monte Cavallo e alla Corna Piatta, incorniciando un cielo spazzato dal gelido vento del nord. Sotto è un tripudio di verdi, infinite tonalità che avvolgono e proteggono un pugno di case: il borgo in cui vivo. Oggi voglio salire sino a quelle creste e affacciarmi sulla Valle Brembana e sulle Orobie, per poi iniziare la discesa verso casa. Quanta strada ho davanti, penso. E inizio senza accorgermi a canticchiare una canzone che amo, una gran bella canzone che Neil Young a dedicato a sua figlia. Continuo a correre e canticchio, cercando di ricordarmi il testo della canzone, mentre i pensieri si accavallano l’uno sull’altro. Certo che di strada ne devo fare, non solo oggi, ma da qui sino al giorno del GTO e oltre. Quel giorno poi chissà come sarà, chissà se sarò pronto e se riuscirò a partire. Per ora mi godo la strada fatta, oggi e in tutti questi anni. Poi i pensieri mi riportano alla gara: proprio su questi sentieri si dovranno correre gli ultimi chilometri prima di arrivare in Piazza Vecchia nel cuore di Città Alta. Per ora questo traguardo è un desiderio, un sogno, vedremo di non perderci in questi mesi e di presentarci puntuali alla line a di partenza. Correre tra i prati del Canto Basso mi ha sempre entusiasmato. Neil Young mi fa sempre compagnia mentre inizio l’ultima ripida discesa e canticchio sorridendo: “If you follow every dream, You might get lost. If you follow every dream, You might get lost”
#gto #orobie #trailrunning #skyrace #neilyoung

venerdì 21 aprile 2017

39 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Negli occhi

Giovedì 13 ‎aprile ‎2017, ‏‎10:07:54 – Monte Gleno (Valle Seriana)


In bilico tra il giorno e la notte,
vagava. Via dal quotidiano vivere.
Bianco e nero, equilibrio sospeso
silenzioso, saliva, senza farsi udire.
Neve e roccia, pennellate precise
in punta di piedi, senza disturbare.
Amava guardare il mondo, da lassù
firn o polvere, non importava.
Un continuo cercare, sottile linea
tra luce ed ombra, l’essenza,
ciò che desiderava. Sciogliere
nella fatica il respiro. Annullarsi
assorbito dal candore. Scomparire
in un alone di luce. Alzarsi nel vento
oltre lo sguardo. Mentre il corpo
pesante lo tratteneva, il sudore
bruciava negli occhi.

giovedì 20 aprile 2017

1 #CORRERE – Essere un lupo


“Corse per tutto il giorno, senza mai fermarsi per riposare. Sembrava fosse fatto per correre e correre per sempre. Il suo corpo d’acciaio ignorava la fatica, e anche quando la fatica iniziò a farsi sentire, la resistenza che aveva ereditato dai suoi antenati lo aiutò a continuare senza sosta in quello sforzo e a spingere sempre più avanti il corpo dolorante.”

Jack London – “Zanna Bianca”


Sarebbe bello essere un lupo. Sarebbe bello avere un corpo d’acciaio, ma siamo uomini: piccole, sciocche, inermi macchine di sangue, carne ed ossa. Sarebbe bello correre per ore ed ore senza sforzo, ma ciò non è dato al nostro mondo, non è nelle nostre possibilità. La forza di gravità ci richiama, ci lega inesorabilmente alla terra. L’attrito lentamente consuma le nostre energie. Ma una cosa ci hanno lasciato in eredità i nostri antenati: la caparbietà e la curiosità per spingerci ancora un poco più lontano, per scavare nel profondo del proprio animo, per esplorare oltre il nostro orizzonte. E ritrovarci sempre uguali e sempre diversi, al di là dell’ultima meta. Pronti per un nuovo inizio, soddisfatti e felici.
#gto #orobie #trailrunning #skyrace #lupo
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venerdì 14 aprile 2017

0 #CORRERE – Iniziare a ...


Da qualche parte si deve pure iniziare. A dire il vero di correre non ho mai smesso. Mi piace, mi diverte, mi fa stare bene: correre. Correre sui colli di Bergamo. Correre lungo la ciclabile del Serio. Correre sui sentieri e tra i monti. Correre è bello. Però ora mi devo dare un inizio, un punto da cui partire per un nuovo viaggio, rigorosamente correndo. Da due anni sulle montagne di casa si corre una gara spettacolare, anzi due gare l’OUT e la GTO: l’Orobie Ultra Trail di 140 km con 9500 m di dislivello e il Gran Trail delle Orobie di 70 km con 4200 m di dislivello. Se ne parla spesso con gli amici, la 70 km potrebbe essere a portata di mano, con la giusta preparazione, ma alla fine non ci si decide mai. È da anni che non mi iscrivo ad una gara e penso sia venuto il momento di riprovarci. A questo pensavo l’altro giorno mentre, correndo tra i boschi di casa, mi godevo lo spettacolo dei ciliegi in fiore, nuvole bianche ad abbracciare il borgo. Fioriture candide in ogni dove a spruzzare di luce il bosco ed annunciarne il risveglio. Passo dopo passo, metro dopo metro, osservavo la natura venirmi incontro, mentre dentro si faceva spazio la convinzione che ci dovevo provare. È venuto il momento di iniziare a prepararsi seriamente e cercare di raggiungere questa meta, senza perdere per un attimo il piacere e il desiderio di gustarsi sino in fondo ogni momento del viaggio. E quindi correre mentre i ciliegi sfioriranno e matureranno i frutti. Correre senza scordarsi di fermarsi, anche solo per un attimo, per coglierne alcuni e gustarseli.
#gto #orobie #trailrunning #ciliegi
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38 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Essenziale

Giovedì 6 ‎aprile ‎2017, ‏‎10:31:14 – Monte Trobio (Valle Seriana)


Ci sono attimi indispensabili per comprendere il senso del tuo agire, immagini che sostanziano il tuo sentire. Sciare in primavera non è altro che una ricerca di ciò che è essenziale per il tuo benessere: il desiderio, la neve, la fatica, le montagne. Una miscela da dosare con cura, può essere esplosiva.

28 #PICCOLESTORIE – FARE UNA FOTO


Fare una foto è una cosa semplice o per lo meno così appare. Lasciamo perdere le questioni tecniche e gli aspetti artistici che non sono secondari ma arrivano dopo. Concentriamoci sulle semplici azioni fisico meccaniche che il nostro corpo deve compiere e caliamole nel contesto di un’uscita scialpinistica. Ma non di un’uscita qualsiasi, bensì di una rugata con quei due sciamannati dei tuoi amici che sembrano delle locomotive, lanciati verso dove non si sa, ma in ogni caso lanciati. E dissennato sei pure tu, che questi amici te li sei scelti e ti diverti pure a scorrazzarci in giro per i monti innevati. Il problema vero è che questi disgraziati, quando hanno gli sci ai piedi, conoscono solo la modalità ON, ovvero sono in continuo, costante, eterno movimento. Le pause non son contemplate se non durante i cambi pelle, di cui si deve approfittare per bere e sgranocchiare qualcosa.
Ma torniamo alla questione: “fare una foto è una cosa semplice” e concentriamoci sulle azioni che preludono e seguono il momento del click.

Azione 1 - Infilare la fotocamera nello zaino. Già questa azione presuppone una scelta. Se lo fai vorrà dire che il giorno dopo ti toccherà faticare un poco di più.
Azione 2 - Agganciare la fotocamera allo spallaccio. Averla nello zaino è come non averla, se non in veste di zavorra addizionale. Quindi deve essere a immediata portata di mano. Perché sai già cosa accadrà, non appena avrete gli sci ai piedi. Pronti? Via! Si parte. E tu sei già alla canna del gas e fatichi a tenere il ritmo e sei cosciente che più o meno andrà avanti così tutto il giorno, una continua rincorsa, che ti vedrà sempre in ritardo e sempre più affaticato.
Azione 3 – FBL ovvero Fa balà l'öcc, che “non è il semplice guardare, ma il far danzare lo sguardo alla ricerca dell'occasione propizia o del pericolo incombente.” (op. cit: Animali Mitologici Bergamaschi). Più volte, durante l’uscita, i tuoi occhi colgono inquadrature e dettagli che subito accendono il desiderio di fare una foto. Eccolo il tuo socio. Lassù sulla cresta, nel posto giusto, al momento giusto e la luce è perfetta. Ed ora son cazzi. Una lotta interiore si scatena. Fai o non fai questa foto? È un poco come raccogliere una sfida, sapendo già che nella gran parte dei casi non riuscirai a fissare in uno scatto quello che hai colto con lo sguardo. Molte volte ci rinunci. Altre volte accetti l’ingaggio e, come uno sprinter, scatti dai blocchi di partenza.
Azione 4 – Prendere la fotocamera. Inizia una lotta contro il tempo. Il socio mica si ferma e nemmeno tu puoi farlo. Gli sci avanzano e le gambe spingono, mentre smetti di utilizzare i bastoncini. Prendi la fotocamera e la sganci dallo spallaccio. Dopo anni di esercizio e con il moschettone delle giuste dimensioni, riesci a fare tutto con una sola mano: la destra, mentre l’altra tiene i bastoncini con cui ti punti in modo maldestro per mantenere l’equlibrio.
Azione 5 – Sfilare la fotocamera dalla custodia. Con i guanti addosso, aprire le due zip della custodia, evitando di fermarti, per non perdere la giusta angolatura, senza lasciarsi sfuggire i bastoncini e, la cosa peggiore di tutte, senza lasciarsi scivolare la fotocamera tra le mani, richiede lunghe sessioni di preparazione e allenamento. Più o meno l’intera operazione si riesce a fare, anche se a volte le perdite di tempo sono notevoli, vanificando ogni sforzo.
Azione 6 – Accendere la fotocamera. Schiacciare quel bottone affossato nella sua ghiera di protezione, utile per evitare accensioni e spegnimenti casuali, è decisamente impegnativo. Con i guanti diventa una battaglia persa già in partenza. Lo sai benissimo, ma a volte ci provi ugualmente e raramente la fortuna ti è amica. Di solito hai perso tempo, quindi azzanni la punta delle dita del guanto coi denti e te lo sfili. Hai già problemi di respirazione e mica ti puoi fermare e, con questo guanto tra i denti, la ventilazione non migliora di certo. Ma alla fine la fotocamera è accesa e l’obbiettivo si apre.
Azione 7 – Inquadrare il soggetto. Adesso viene il bello perché, ricapitolando, ti trovi con la fotocamera nella mano destra, i bastoncini nella sinistra, un guanto in bocca e in continuo movimento sugli sci. Se ci aggiungi che solitamente il desiderio di scattare una foto non ti viene mai quando ti trovi su un comodo pianoro ma al contrario nelle situazioni più improbabili, il quadretto che si presenta ad un eventuale osservatore esterno risulta essere decisamente ridicolo se non preoccupante. Venendo al dunque e alla scelta dell’inquadratura. Di usare l’oculare nemmeno se ne parla e quindi ti arrabatti osservando il display su cui, tra occhiali da sole e luce diretta, difficilmente cogli i dettagli della composizione. Se poi ti metti in testa di lavorare con lo zoom o modificare le esposizioni o i tempi, la situazione si fa tragicomica e ogni volta, che ti trovi in questa situazione, ti fai delle domande sulla tuo equilibrio psicofisico.
Azione 8 – Scattare. Non nel senso di accelerare il passo ma di fare questa benedetta foto. Ebbene si! Alla fine questo dito indice lo devi pure pigiare sull’apposito tasto. Anche se non sai bene che cosa ne uscirà. Perché tra il momento in cui accetti l’ingaggio e quello in cui la tua fotocamera ti rimanda il suono digitale di un vecchio diaframma meccanico che scatta con il suo bel “click”, trascorrono anni luce, ere geologiche, e tutto cambia, tutto è diverso, e ciò che hai inquadrato, più o meno alla cieca, ti verrà restituito in un’immagine improbabile. Ma le cose mica finiscono qui. Sarebbe troppo bello.
Azione 9 – Spegnere la fotocamera, litigando con il pulsante affossato nella ghiera protettiva.
Azione 10 – Infilare la fotocamera nella custodia, prendendo a male parole le zip che si incastrano nel cordino di sicurezza.
Azione 11 – Agganciare la custodia allo spallaccio dello zaino. Operazione che fai sempre alla cieca, con la massima concentrazione, sperando ogni volta di non vedere la tua fotocamera cadere tra la neve e, nella peggiore delle visioni, vederla scivolare a gran velocità lungo il pendio ghiacciato e ripido che si apre ai tuoi piedi.
Azione 12 – Togliersi il guanto dalla bocca. Finalmente puoi riprendere a respirare e uscire da quell’apnea forzata, scongiurando quindi la morte per soffocamento.
Azione 13 – Impugnare correttamente i bastoncini e fare scorrere gli sci, nel tentativo di riprendere i soci che nemmeno se ne sono accorti di tutta questa battaglia e sono ormai scomparsi da tempo oltre il crinale.
Meno male che non è sempre così, altrimenti sarebbe il caso di iniziare a farsi delle domande e programmare una bella seduta con uno psicoterapeuta. Quindi a volte accade che mandi tutti a quel paese e ti fermi, e fai le cose per benino, e le fai con comodo. Anzi a volte cerchi di risvegliare i soci dalla loro trans agonistica e urli “Fermati lì, che ti faccio una bella foto!” A volte non sentono, perché sono troppo lontani o troppo presi dal loro trip. Altre volte rallentano o addirittura si fermano. Se sei fortunato, ascoltano pure le tue indicazioni affinché si portino nella posizione ottimale per provare a fare uno scatto decente. Poi capita che, quando inizi ad essere veramente stanco e i soci sono dei punti all’orizzonte, fermarsi a fare una foto diventa un pretesto sempre più frequente, giusto per tirare il fiato e fare riposare un poco le gambe.
Infine accadono i miracoli. Dopo una stagione che sei in giro a ravanare con sci e pelli, in compagnia di quei due sciagurati dei tuoi amici, un dei due si presenta con lo smartphone a portata di mano, infilato nella tasca della tutina. Ma la cosa più inaudita è che lui inizia a fermarsi a fare foto e non parlo di due scatti fatti a culo, così tanto per fare, senza cura ed attenzione. Lui si ferma, si abbassa, si sposta e scatta, cambia inquadratura e angolazione e scatta. Non credo ai miei occhi ma è tutto vero e lui è un vero Re, anzi per gli amici è il Re ovvero Re Cardu. Il giorno dopo mi manda i suoi scatti e allora decido che questo accadimento deve essere festeggiato e quindi questa piccola storia non sarà accompagnata come d’abitudine da un solo scatto ma da un intero album fotografico, dedicato a questa giornata particolare passata a rincorrersi lungo il crinale orobico.


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