mercoledì 22 novembre 2017

#perdersinmountainbike

Avete presente le vecchie cabine? Si, proprio le cabine telefoniche, quelle con la scritta SIP sull'insegna gialla e circolare, quelle che funzionavano con i gettoni e, prima che scomparissero con l'avvento dei telefonini, con le schede.
Oggi arrivo sulla piazza del piccolo borgo di Ceratello, da dove si gode di un panorama spettacolare sul lago d'Iseo, e la mia attenzione non va al lago ma viene catturata da una vecchia cabina, solo che all'insegna SIP hanno sostituito un pannello in legno con scritto BIBLIOCABINA. Mi avvicino. Apro le ante ed è piena zeppa di libri, in ordine su scaffali ed espositori. Sorrido e mi sento di buon umore. Queste sono piccole cose, segni di cura che una piccola comunità, arroccata tra i monti, dedica a se stessa e ai visitatori. "Perché la cultura è il primo indice di civiltà" recita un punto del decalogo, che inizia con una parola magica: Meraviglie. Leggo il decalogo, prendo un libro a caso e lo sfoglio, lo ripongo, faccio una foto, riprendo la mia bici e riparto. Mi sento più leggero, più felice ed ottimista.
MERAVIGLIE
Bibliocabina "Il Cerro"Decalogo
1 - La cultura non ha età e non ha tempo
2 - La cultura non è detto ricchi e non è dei poveri
3 - La cultura è il primo indice di civiltà
4 - Questi libri sono per tutti

...

martedì 21 novembre 2017

#perdersinmountainbike

Ruote grandi e ruote piccole, ingranaggi e meccaniche. 
Ruote immobili e ruote che girano, catene, ingranaggi e pulegge. 
E se non sei tu a farle girare, ci sarà sempre qualcuno o qualcosa d'altro che se ne farà carico. 
E non tiriamo in ballo la grande metafora della vita, 
queste alla fine della fiera sono solo 
ruote che girano.

venerdì 17 novembre 2017

#perdersinmountainbike

E poi, 
quando arrivi in cima, 
si apre un mondo 
davanti agli occhi. 
Geografie da immaginare, 
sprofondate tra i vapori 
delle nubi e delle nebbie.

#verticalorme #mtb #lagodendine#lagodiseo #visitlakeiseo #visitbergamo — conCarlo Cortinovis

#perdersinmountainbike

Ci si deve perdere.
Abbandonare la strada conosciuta. 
Essere pronti a lasciarsi stupire. 
Solo così potremo godere di nuove sorprese. 
E se ci si accorge di avere sbagliato? 
Poche balle! 
Si scende dalla bici e la si spinge,
per ritornare sulla retta via. 
Nuovamente pronti a perdersi. 
Recidivi, sempre.

#verticalorme #mtb#lagodendine #lagodiseo #visitlakeiseo#visitbergamo #versantesudedizioni — con Carlo Cortinovis

giovedì 16 novembre 2017

#perdersinmountainbike

A volte sono convinto di essere io 
a condurla per sentieri, 
di essere io a superare ostacoli. 
Povero illuso. 
Poi mi rendo conto che io 
devo solo cercare 
di restare in equilibrio, 
perché al resto pensa tutto lei. 
Allora mi rilasso e la lascio fare.

#lagodiseo #mtb #verticalorme #versantesudedizioni
— presso Adrara San Rocco.

#perdersinmountainbike

Andare in MTB richiede attenzione, per non mettersi nel pericolo. 
Massimo rispetto alla segnaletica stradale. 
Procedo circospetto.

 #lagodiseo #vallibergamasche #mtb#verticalorme #versantesudedizioni — presso Adrara San Rocco.

mercoledì 15 novembre 2017

martedì 14 novembre 2017

#APPUNTI - Geometrie

Geometrie seducenti, 
il suono.
Geometrie seducenti, 
lo sguardo.
Geometrie seducenti, 
il profumo.

#APPUNTI – Solo


Solitamente solo
sul filo, osservo.
Di qua o di là,
ombra o luce.
Fermamente solo
sul filo, rifletto.
Prima o poi,
un giorno o l’altro
il cammino verrà,
timidi passi tra
terra e cielo.
Ora non ho fretta
e qui, resto
meravigliosamente solo.

#APPUNTI - Come

Come luce tra gli alberi
Voglio perdermi
Come foglia nel vento

lunedì 13 novembre 2017

#APPUNTI - Notte

Notte di luna e
stelle buone
Notte di stanchezza e
corpi che danzano
Notte di musica e
Cristina non da
Tregua
Notte buona e
La luna è liquida

"Cristina Donà live - Tregua 1997 2017 Stelle Buone"

38 #PICCOLESTORIE – Fuori piombo.



Strana gente quella di laguna, per me che vengo dai monti. Ogni volta, che torno a girovagare per queste terre di acqua e di fango, li scruto e curioso osservo lo spazio e i paesaggi del loro vivere, per restarne ogni volta affascinato.
Però c'è questa cosa dei campanili fuori piombo che un poco mi inquieta. Quando appaiono nel mio orizzonte calamitano sempre la mia attenzione. Il mio sguardo torna quindi spesso ad osservare queste geometrie che si ribellano alla verticale, come a volere cercare la conferma di non avere le traveggole. Ma non c'è verso, sono proprio fuori piombo, loro non io, e sembra che nessuno ci faccia caso e se ne preoccupi. A Burano però se ne sono accorti, infatti lo hanno chiamato il "campanìl storto". A Torcello invece non è ancora storto abbastanza per essere degno di un nomignolo. Sarà che in laguna da sempre tutto si fonda su acqua, legno e fango e faccio fatica a capacitarmi che tanta meraviglia sia scaturita e appoggiata su un equilibrio così delicato. Massimo rispetto alla gente di laguna. E domani, al mio rientro tra i monti, quando scenderò in cantina, con uno sguardo diverso rinnoverò il rito di osservare, compiaciuto, le pietre dei muri portanti della mia casa, ben fondate sulla nuda roccia. Anche se forse essere a piombo non è una cosa tanto importante e ci si può serenamente convivere.

venerdì 10 novembre 2017

#APPUNTI - CON CURA

"Dalla complessità,
dalle distanze,
dalle infinite differenze
invisibili fili convergono:

a tessere ricchezza,
relazioni,
a costruire nuove trame,
legami,
a rammendare abiti,
esistenze.

Il diverso, il lontano
tesori di cui avere cura,
fili e colori per ricucire:
stoffe
che raccontano storie,
panni
per avvolgere sogni,
pezze
a narrare nuove vite.
Con cura."



Installazione - Lee Mingwei "The mending project"
Viva Arte Viva - Biennale Arte - Arsenale - Venezia
BiennaleArte2017 • #VivaArteViva

47 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE - La sfida

Domenica 29 ottobre 2017, 15:35:00 - Arsenale (Venezia)
In ogni muro c'è una porta.
Cercarla e scovarla è la sfida.




“Doorway” (2015) VADIM FIŠKIN
Arsenale / Padiglione del Tempo e dell’Infinito
#BiennaleArte2017 • #VivaArteViva

giovedì 9 novembre 2017

37 #PICCOLESTORIE - #SETTESOLOSETTE: IMPROBABILE DIARIO DI UN VIAGGIO

I piccoli ingaggi mi garbano, un poco meno le regole. Vero Donella? Quindi si fa a modo mio. Cosa c'è di meglio per iniziare, se non partire con una fotografia a colori? Dove però vi è solo il nero della notte e il bianco della Luna, i suoi riflessi sull'acqua. E poi cosa è questa storia di non mettere nessun commento? Se un immagine dice più di mille parole, le parole a volte toccano nel profondo evocando miriadi d’immagini.

"C'è una tenerezza
oggi
negli alberi,
quanta scapigliata bellezza
oggi
sotto vento."
Chandra Livia Candiani

Tenerezza e bellezza, egggià!
Ieri sera scendendo dal Monte Oddeu l'ho visto. Dai campi solcati di grigio calcare si erge un ginepro secolare. Meravigliosa scultura vivente che unisce la terra al cielo. Mi fermo sotto la sua chioma. Fatico ad abbracciarlo, ci provo. Poi poso la mano sul tronco ritorto. Lo ascolto. Alzo lo sguardo. Seguo le venature e i rami che si aprono in ogni dove. Mi chiedo: ma quante storie ha visto questo essere? Tenace nel succhiare minerali e umidità dalla terra. Fiero nel cogliere la luce del sole. Operoso nel trasformare tutto ciò in cibo. Caparbio nel crescere sulla roccia, giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo. Silenzioso. E il vento di tramontana freddo gli scompiglia la chioma. Silenzioso lo saluto e continuo a scendere.

"All'erta
all'erta come l'insetto sul filo
del vento
in accurato ascolto"
Chandra Livia Candiani

Mentre salgo verso il Monte Bonacoa mi guardo attorno. Ad ogni passo il ghiaietto scricchiola e suona sotto le suole, lo ascolto. Quando i lecci: lasciano spazio, la luce irrompe sul cammino e il cielo si spalanca. Lo sguardo percorre l'intero arco della linea di costa, cucitura di pietra candida, tra i verdi della macchia e i blu del mare. Mi rimetto in cammino, osservo i miei piedi che avanzano e lo vedo. In un fascio di luce risplende la corazza cangiante, che meraviglia. Mi fermo, mi chino e osservo curioso. Osservo questo suo andare distratto tra il pietrisco, apparentemente senza meta. Un poco mi ci riconosco, questo andare per sassi, in cui solo tu trovi un senso. Chissà, forse anche lui si guarda attorno e vede tanta bellezza. Forse anche lui prova un gran piacere da questo "inutile" girellare in giro in un mondo fatto di pietre e boschi. Lo seguo, quasi mi ci affeziono, sicuramente lui non mi vede, nemmeno sa che esisto. E un'immagine mi viene alla mente. Un'immagine di me che giro in giro in questo pezzo di mondo ed un gigante, che nemmeno io vedo, se ne sta fermo a gambe larghe e mi osserva scuotendo la testa e dicendo tra se e se "Ma questo insettino, cosa sta combinando?" Incasso la testa tra le spalle e guardo in alto per avere la conferma che nessun gigante mi sovrasti. Un ultimo sguardo al mio insetto e in allerta riprendo l'erta salita.

"Il vuoto sarà vasto
e alto e profondo
lo chiamerai carezza."
Chandra Livia Candiani

Se arrampicare è per me qualcosa di intimo e quotidiano (o quasi), arrampicare in certi luoghi è qualcosa di unico. Ma tant'è, che oggi sono qui e quindi vi beccate uno scatto dalla Aguglia di Goloritzé. A vent'anni di distanza torno su questa cima, ma il fatto eccezionale è che ci torno con la medesima compagna di cordata di allora. Verena è un'amica speciale, e quando si ha una certa età ci si può permettere pure di dire: un'amica di vecchia data. Essere ancora qui sull'esile cima di questa guglia, affacciata su uno degli angoli più incantevoli del Mediterraneo, mi emoziona e mi commuove. La osservo mentre mi raggiunge all'ultima sosta e scala in equilibrio tra cielo, roccia e mare. Il vuoto qui è diverso, sale da ogni parte, per perdersi negli azzurri del cielo. Un vuoto che carezza rocce grigie, perfette, cesellate dal tempo, dall'acqua e dal vento. Poi c'è il mare, la in basso, con le sue profondità fatte di turchesi, di smeraldi e di cobalto. E l'orizzonte, dove tutto si fonde e lo sguardo si perde. E qui in cima ci siamo noi, la nostra cordata, le nostre storie, il nostro essere. E c'è lei, Verena, con gli occhi che brillano e con la sua risata fragorosa che travolge e coinvolge. Ce ne stiamo seduti a chiacchierare, come su un davanzale, con i piedi a penzoloni nel vuoto. Lei, qui, c'è già salita cinque volte, da quattro linee differenti. Ci godiamo il sole e un sorso d'acqua e la soddisfazione di starcene appollaiati qui, mentre ombre di monti si allungano sul mare e gli ultimi bagnanti lasciano la minuta spiaggia. Poi mi racconta di quando con Mario e Beppe, gli ideatori di Selvaggio Blu, hanno fatto la prima traversata di questo trekking alpinistico. Infine restiamo in silenzio e prepariamo le doppie, ognuno assorto nei propri pensieri. Mentre scendo inizio a pregustarmi il piacere della nuotata ristoratrice che mi attende. E mi chiedo a cosa starà pensando la mia amica. Alla prima volta che è salita sulla Aguglia? Quando tutto era più selvaggio e l'unica via era quella dei “Mulini a vento” di Manolo e Gogna? Al fuoco dei bivacchi in riva al mare? Chissà! Certo è che in questo pezzo di terra ha lasciato un poco del suo cuore.

"Ti vedo guardare
e non importa cosa
invidio tutto
tutto il radioso
che entra nel tuo sguardo"
Chandra Livia Candiani

Paesaggi quotidiani, paesaggi di viaggio. Poi c'è tutto ciò che quotidiano non è, e che contribuisce ugualmente a farci stare bene. Ci sono i viaggi. Ci sono le scalate lontano da casa. C'è un mondo sconosciuto da esplorare per poi tornare a casa un poco cambiati, un poco diversi.
E ti ritrovi, dopo essere sceso dalla parete, seduto all'ombra di un carrubo. Corde e moschettoni abbandonati tra i sassi. Le mani sporche che stringono un pezzo di pane e un pomodoro. E mentre mastichi osservi un paesaggio fatto di mare, di luce, di vento, di pietra, di profumi, di suoni, di solitudine. E ti senti felice anche se una sottile tristezza ti attraversa e non ti lascia e prende posto nel tuo petto. Perché in certi momenti l'assenza di chi non può essere lì, al tuo fianco, a condividere tanta bellezza, un segno lo lascia.

"Splendore
c'è splendore oggi
contro il cielo cieco,
gli alberi dormono
con fierezza,
c'è silenzio
molto largo
lì sotto
dove vive l'acqua."
Chandra Livia Candiani

Fanculo alle regole! Il seidisette ve lo pigliate a colori. Altrimenti, a raccontarli tutti, mi viene su spessa: traduzione letterale di una locuzione bergamasca che mi ripeteva sovente mio nonno "Mauri! Òciò, perchè issé la é sö spèssa". Oppure come direbbe mio figlio: "Dai! Non c'ho lo sbatti di raccontare tutti sti colori, guardateli che fai prima". O più semplicemente questa foto deve restare a colori e basta. Perché, dopo tutto questo pippotto, quello che voglio raccontare è altro. 
Alla fine cosa mi porto a casa? Non sono le parole, no. Non sono le immagini, nemmeno. E le emozioni? Forse.
Ciò che mi resta.
Croste di sangue,
discrete decorazioni.
Gambe graffiate,
uncinate spine di Smilex.
Ginocchia sbucciate,
affilate gocce di calcare.
Polpastrelli spellati, 
abrasivi appigli di roccia.
Collo ustionato,
ostinatamente rivolto al sole.
Pelle salata,
un ultimo bagno.
Volto abbronzato,
barba sfatta.
labbra che sanno
di salsedine.

E, infine, un libro 
poesie, amiche
e compagne, pagine
sgualcite tra le mani.

La luna, calante,
sorge, nel cuore
della notte, solitaria
si avvicina
al suo ultimo quarto.
È ora di tornare.
L'ingaggio "Seven day" di Donella è arrivato con un tempismo perfetto, nemmeno ci fossimo messi d'accordo. La terra di Sardegna e le poesie di Chandra Livia Candiani hanno fatto il resto. Ora procuratevi due cose: "Fatto vivo" l'ultima raccolta di versi della Candiani e un biglietto per la Sardegna. Il viaggio si deve fare in nave però, perché questo avvicinamento lento e notturno lascia il giusto tempo per prendersi lo spazio ed adeguarsi ai ritmi del mare e dell'isola.


"Dammi l'acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo,
nello stesso mondo."
Fatti vivo - Chandra Livia Candiani

mercoledì 8 novembre 2017

36 #PICCOLESTORIE – Ero straniera.


"Oh qu’elle est belle notre chance
Aux milles couleurs de l’être humain 
Mélangées de nos différences 
A la croisée des destins"
Zaz – On ira


Lei ha un bello sguardo, fiero. Lui ha gli occhi chiusi, dorme. Lei. Capelli raccolti sotto un foulard. Giubbetto di pelle, rosso. Jeans sdruciti, come usano le ragazze oggi. Lui. Cappellino rosso, fatto a maglia, come quelli che mi faceva mia mamma quando ero piccino. La guancia spalmata sul giubbotto di pelle rossa. Il corpo abbandonato in una fascia multicolore che lo stringe sulla schiena di lei.
L’altro fine settimana non ho fatto nulla. Beh! Non proprio nulla in senso assoluto. Intendo dire che non ho fatto nulla in montagna. Nemmeno mezza giornata. Neppure una manciata di ore a girovagare tra i boschi dietro casa. Non sono andato a correre. Non sono andato a scalare. Non sono andato in mountain-bike. Nessuna attività fisica all’aria aperta. E tutto questo è abbastanza strano, per me.
La sera della domenica ero comunque un po’ stanchino, giusto per citare Forrest Gump, e decisamente soddisfatto del mio fine settimana diverso.
Tra sabato e domenica ho passato oltre dieci ore a ricevere persone, chiedere loro il documento di identità, traschiverne i dati sui moduli e certificarne la firma. Ne abbiamo raccolte oltre duecento. Signore anziane, compunte e silenziose. Giovani studenti, freschi dei loro diciotto anni. Signori di mezza età, ciarlieri e caciaroni. Genitori sorridenti, con i figli per mano. Persone che chiedevano dettagli della proposta di legge per cui firmavano, mentre altri già sapevano. Nell'atrio gente che discuteva e fuori, nella piazzetta, un flusso costante di persone che seguivano il percorso e le tappe di una mostra un poco particolare. Tutti lì per conoscere, comprendere e testimoniare, per dire che un'altro mondo è possibile. Un mondo dove la gente non muoia in mare, su barconi fatiscenti alla deriva.
Da dentro la sala percepivo un'atmosfera gioiosa e in un attimo di pausa, mentre sistemavo i moduli, mi sono messo a canticchiare la canzone di Zaz "On ira", che in quella situazione ci cascava a pennello.
Poi è entrata lei, e lui che dormiva pacifico conto la sua schiena. "Sono venuta per firmare" mi ha detto, mentre, con orgoglio, mi ha mostrato la sua carta d'identità. Ho trascritto i suoi dati, le ho porto il modulo e la biro per la firma. Ci siamo guardati. Le sorridevano gli occhi. Ha firmato e ci siamo salutati. Il bimbo nemmeno si è accorto. Lui, chissà cosa stava sognando.
Durante la giornata sono arrivate altre donne di origine africana e mediorientale, tutte accomunate dal medesimo sguardo fiero, che ne rivendicava le origini, e dall'orgoglio di mostrare il documento d'identità del paese che le ha accolte, del paese dove vivono, dove lavorano e dove cresceranno i loro figli. Loro, cittadine italiane.
Certamente viviamo momenti drammatici, acuiti dall'ignoranza, dalla disinformazione, dai luoghi comuni. E poi le nostre leggi e i nostri governi non sono di grande aiuto per prospettare percorsi che affrontino il fenomeno delle migrazioni in modo razionale ed organico.
Ma come spesso accade la realtà é sempre più avanti e a volte basta una mostra ed una firma per fartene intravedere la complessità e le possibilità per un futuro diverso.
A noi non resta che provare, con piccoli gesti, a gettare nuove basi da cui ripartire, senza perdere la speranza e la gioia.
Firmare per la campagna di "Ero straniero" può essere uno di questi piccoli gesti, affinché un giorno tutte le Aziz arrivate da oltre mare possano dire "Ero straniera".
(Foto Angelo Gregis)

martedì 26 settembre 2017

#APPUNTI - Andare e restare


“Tutto è visibile e tutto è inafferrabile, tutto è vicino e tutto è intoccabile”
Tra andare e restare - Octavio Paz


Forse è proprio in queste parole che trova un senso il mio ostinato andare per monti e il mio stupito restare di fronte alla meraviglia che si rinnova. Passo dopo passo. Giorno dopo giorno.

46 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Confusa gioia

Domenica 17 settembre 2017, 17:22:00 – Madonna d’Argon (San Paolo d’Argon)
“fugaci sensazioni di confusa gioia” - William Wordsworth
Aria fredda, sudore e gelo sulla pelle. Cielo meraviglioso, nubi gonfie d’acqua alla deriva. Colline emergono dalla monotona pianura. Lunghe dorsali di pietra lentamente salgono, si affiancano, si fondono. Nervature convergono a saldarsi e sostenere i monti. Geografie da esplorare, da percorrere, piega dopo piega, colle dopo colle. Lentamente tra luce ed ombra. Morbidi profili esposti al sole, geometrie di vigne preziose, grappoli gonfi pronti per la vendemmia. Ombrosi declivi vestiti di boschi, castagni e querce si colorano timidamente d’autunno. Pedalo ed osservo, raccolgo immagini e sensazioni. Schizzi di fango denso decorano le meccaniche della bicicletta, aderiscono ai vestiti, incrostano la pelle. Mi fermo e ascolto. I suoni vicini del bosco appuntano il mormorare incessante e lontano della pianura. Fatico a dare un nome a ciò che provo, forse è gioia, certamente è qualcosa che molto le assomiglia.

domenica 10 settembre 2017

35 #PICCOLESTORIE - Sette in condotta.


"Voi dell'ultima fila! Siete i soliti!" Tuonó dalla cattedra, con voce chioccia, la prof dal colore scialbo e diminutivo. "Voi avete sempre qualcosa da dire!" Continuò, rincarando la dose. "Voi non fate mai parlare i vostri compagni. Voi prevaricate gli altri, volete sempre avere ragione. Voi non lasciate spazio perché gli altri possano esprimersi."
I ragazzi, quelli dell'ultima fila, si guardarono tra loro stupiti, cercarono di replicare e argomentare, con poca forza, inutilmente. La prof era un fiume in piena. Qualcuno nelle file davanti, sogghignava con una certa soddisfazione, pensando che quelli dietro se l'erano meritata, quella strigliata.
La lezione riprese ma la tensione non si sciolse, l'atmosfera in aula era pesante, l'attenzione era ormai persa. Anzi lo spazio si saturava di elettricità come prima di un temporale.
Dopo qualche istante di silenzio il brusio di fondo iniziò a crescere sino a stabilizzarsi. Ognuno parlottava con il vicino di banco e chi non lo faceva lo avrebbe fatto volentieri ma non osava, per non esporsi alle ire della prof. Nell'ultima fila il dibattito ferveva.
"Ma che cazzo vuole questa stronza! Lei e le sue schede del cazzo."
"E ci siamo pure fatti il culo, facendo approfondimenti di argomenti fuori dal programma, per poi relazionali alla classe"
"La prossima volta le civiltà Precolombiane se le può mettere dove dico io."
"Certo che sono cose che interessano a noi. Ma avevamo concordato insieme il lavoro da fare, e adesso ci tratta così. Che merda!"
"Lo avevo detto io che prima o poi ce l'avrebbe fatta pagare per non essere andati a quelle cazzo di cene in cascina con lei e gli altri compagni."
"E adesso cosa facciamo con tutto il lavoro sul sindacato di Danzica, Lech Walesa, Solidarność e la caduta del regime in Polonia?"
"Che stronza! Dare la colpa a noi perché gli altri non hanno voglia d'intervenire e dare il loro contributo."
"Non è giusto, io alla fine dell'ora le vado a parlare, a chiedere ragione di questa parte che ci vuole far fare. Non è giusto."
La lezione stava finendo, la campanella suonó liberatoria, ma non ci fu il fuggi fuggi generale che caratterizzava l'ultima ora. C'era un senso di incompiuto che aleggiava nella classe, l'attesa che qualcosa venisse portato a termine. Un ragazzo di alzò dall'ultima fila, si mise la cartella a tracolla, percorse lo spazio libero contro la parete di destra e si avvicinò alla cattedra. La prof lo squadrò con aria di sufficienza mentre continuava a raccogliere e riporre nella borsa il suo materiale.
"Mi scusi prof. Non è giusto quello che lei ha fatto e come ..." non lo ascoltó e nemmeno lo fece finire. Con sprezzo lo guardó mentre preparava le parole che avrebbe usato, sapendo di ferire. "Vedi che ho ragione! Sei ancora qui a volere dire la tua. Sono quelli come te, come voi, che non state mai zitti, che prevaricate con le vostre parole gli altri, ad essere responsabili della nascita dei regimi fascisti"
Il ragazzo imprecò quasi urlando, si protese verso la prof, sbattendo la cartella con forza sulla cattedra. Lei impaurita, bianca in volto e non solo nel nome, si ritrasse scompostamente. Aveva colpito con cattiveria e l'esatta volontà di fare piegare definitivamente la testa a quella banda di mocciosi superbi. Ma non si aspettava una reazione simile. Raccolse le sue ultime cose e abbandonò l'aula.
Lui, a quella parola perse il controllo, forse urlò "Fascista è lei!" E senti le mani dei suoi compagni che lo fermavano, trattenendolo mentre lo trascinavano fuori dalla classe.
Il giorno dopo fu convocato in Presidenza, con lui anche una sua amica dell'ultima fila. Dell'accaduto non ne fece parola nessuno ne i professori ne il preside. Contestarono loro delle presunte firme false, raccolte qualche giorno prima, utili a chiedere in uso l'aula magna per un'assemblea. Nessuno degli adulti ebbe il coraggio di dichiarare il vero motivo per cui i due ragazzi si ritrovarono al termine del primo quadrimestre con un'ipoteca sulla loro promozione, siglata da un ingiusto sette in condotta.

giovedì 7 settembre 2017

#APPUNTI - Anima mia

"Anima mia fa in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare"
da Ultima preghiera (in Il seme del piangere)
Giorgio Caproni



L'altra sera me ne tornavo a casa, non per la via più breve ma per la più lunga.
Così per il piacere di farlo e per godermi la luce meravigliosa che faceva belle le cose.
Prima lungo la ciclabile dei Colli ho incrociato delle ragazze, che pedalavano e chiacchieravamo allegre. Questa immagine mi ha riportato alla mente alcuni versi di Giorgio Caproni: "Com'erano alberati, - e freschi i suoi pensieri!  - Dischiusa la camicetta, - volava - in bicicletta.".
Poi, mentre la mente vagava, lentamente sono salito in Maresana, alla Croce dei Morti, per scollinare infine alla Cà del Lacc.
Durante la salita mi sono fermato e ho fatto una foto, diciamo così: il solito tramonto con la solita bicicletta.
Giunto a casa, dopo cena, mi sono andato a rileggere alcune poesie di Caproni.
Che meraviglia quando ho trovato questi versi. Li ho riletti più volte a mezza voce, come faccio di solito con alcune poesie. E mi piace pensare che la mia bicicletta non fosse lì abbandonata a bordo strada, negletta, ma l'avessi prestata all'anima mia che prudente pedalava in fretta.

mercoledì 6 settembre 2017

14 #CORRERE– Ripartire

“Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.”

Josè Saramago


C’è sempre un imprevisto, c’è sempre un contrattempo, c’è sempre una causa di forza maggiore che ti impone uno stop. E ti fermi. E quando questo momento arriva i progetti li devi mettere in un cantuccio e il lavoro fatto lo perdi. E sai che quando ripartirai, ti toccherà ricostruirlo, questo lavoro, se non tutto anche solo in parte. Ma non te ne preoccupi, anzi ne approfitti. Hai tante cose lasciate in sospeso e che ti attendono. Altri progetti, altri desideri che hanno bisogno d’immobilità e della quiete tra le mura di casa. Allora ti avventuri tra le parole, quelle lette e quelle scritte, quelle da leggere e quelle da scrivere. Esplori altri territori mentre il corpo riposa e si ripara, con i suoi tempi e con le tue cure. Poi arriva un momento in cui hai bisogno di sentire la fatica, quella fisica, quella del sudore che cola sulla pelle, del respiro che gonfia i polmoni, dei muscoli che bruciano. Di questo desiderio, te ne fai carico e inizi ad immaginare come sarà la prima uscita: la prima scalata, la prima corsa, la prima pedalata. Infine arriva il giorno in cui esci di casa e timidamente riparti. Che bello sentire il corpo in movimento e lo ascolti, ti ascolti: il fiato grosso, il cuore che batte impazzito, il sudore che s’incrosta sulla pelle, l’acido lattico che si accumula nei muscoli. Senti che sarà dura e sai già che ci vorrà del tempo, tanto tempo, perché tutto torni come prima. Ma non te ne curi e ti godi il piacere che scaturisce da quei momenti. Piano piano allarghi il tuo raggio d’azione e ti dai sempre più tempo per girovagare tra i boschi e le vette. I sentieri sono sempre gli stessi e le montagne pure, nemmeno loro sono cambiate. Chi è cambiato sei tu. Ed eccoti qui, tra i giganti spruzzati di neve, a cercare di correre e ripartire.