domenica 10 settembre 2017

35 #PICCOLESTORIE - Sette in condotta.


"Voi dell'ultima fila! Siete i soliti!" Tuonó dalla cattedra, con voce chioccia, la prof dal colore scialbo e diminutivo. "Voi avete sempre qualcosa da dire!" Continuò, rincarando la dose. "Voi non fate mai parlare i vostri compagni. Voi prevaricate gli altri, volete sempre avere ragione. Voi non lasciate spazio perché gli altri possano esprimersi."
I ragazzi, quelli dell'ultima fila, si guardarono tra loro stupiti, cercarono di replicare e argomentare, con poca forza, inutilmente. La prof era un fiume in piena. Qualcuno nelle file davanti, sogghignava con una certa soddisfazione, pensando che quelli dietro se l'erano meritata, quella strigliata.
La lezione riprese ma la tensione non si sciolse, l'atmosfera in aula era pesante, l'attenzione era ormai persa. Anzi lo spazio si saturava di elettricità come prima di un temporale.
Dopo qualche istante di silenzio il brusio di fondo iniziò a crescere sino a stabilizzarsi. Ognuno parlottava con il vicino di banco e chi non lo faceva lo avrebbe fatto volentieri ma non osava, per non esporsi alle ire della prof. Nell'ultima fila il dibattito ferveva.
"Ma che cazzo vuole questa stronza! Lei e le sue schede del cazzo."
"E ci siamo pure fatti il culo, facendo approfondimenti di argomenti fuori dal programma, per poi relazionali alla classe"
"La prossima volta le civiltà Precolombiane se le può mettere dove dico io."
"Certo che sono cose che interessano a noi. Ma avevamo concordato insieme il lavoro da fare, e adesso ci tratta così. Che merda!"
"Lo avevo detto io che prima o poi ce l'avrebbe fatta pagare per non essere andati a quelle cazzo di cene in cascina con lei e gli altri compagni."
"E adesso cosa facciamo con tutto il lavoro sul sindacato di Danzica, Lech Walesa, Solidarność e la caduta del regime in Polonia?"
"Che stronza! Dare la colpa a noi perché gli altri non hanno voglia d'intervenire e dare il loro contributo."
"Non è giusto, io alla fine dell'ora le vado a parlare, a chiedere ragione di questa parte che ci vuole far fare. Non è giusto."
La lezione stava finendo, la campanella suonó liberatoria, ma non ci fu il fuggi fuggi generale che caratterizzava l'ultima ora. C'era un senso di incompiuto che aleggiava nella classe, l'attesa che qualcosa venisse portato a termine. Un ragazzo di alzò dall'ultima fila, si mise la cartella a tracolla, percorse lo spazio libero contro la parete di destra e si avvicinò alla cattedra. La prof lo squadrò con aria di sufficienza mentre continuava a raccogliere e riporre nella borsa il suo materiale.
"Mi scusi prof. Non è giusto quello che lei ha fatto e come ..." non lo ascoltó e nemmeno lo fece finire. Con sprezzo lo guardó mentre preparava le parole che avrebbe usato, sapendo di ferire. "Vedi che ho ragione! Sei ancora qui a volere dire la tua. Sono quelli come te, come voi, che non state mai zitti, che prevaricate con le vostre parole gli altri, ad essere responsabili della nascita dei regimi fascisti"
Il ragazzo imprecò quasi urlando, si protese verso la prof, sbattendo la cartella con forza sulla cattedra. Lei impaurita, bianca in volto e non solo nel nome, si ritrasse scompostamente. Aveva colpito con cattiveria e l'esatta volontà di fare piegare definitivamente la testa a quella banda di mocciosi superbi. Ma non si aspettava una reazione simile. Raccolse le sue ultime cose e abbandonò l'aula.
Lui, a quella parola perse il controllo, forse urlò "Fascista è lei!" E senti le mani dei suoi compagni che lo fermavano, trattenendolo mentre lo trascinavano fuori dalla classe.
Il giorno dopo fu convocato in Presidenza, con lui anche una sua amica dell'ultima fila. Dell'accaduto non ne fece parola nessuno ne i professori ne il preside. Contestarono loro delle presunte firme false, raccolte qualche giorno prima, utili a chiedere in uso l'aula magna per un'assemblea. Nessuno degli adulti ebbe il coraggio di dichiarare il vero motivo per cui i due ragazzi si ritrovarono al termine del primo quadrimestre con un'ipoteca sulla loro promozione, siglata da un ingiusto sette in condotta.

giovedì 7 settembre 2017

#APPUNTI - Anima mia

"Anima mia fa in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare"
da Ultima preghiera (in Il seme del piangere)
Giorgio Caproni



L'altra sera me ne tornavo a casa, non per la via più breve ma per la più lunga.
Così per il piacere di farlo e per godermi la luce meravigliosa che faceva belle le cose.
Prima lungo la ciclabile dei Colli ho incrociato delle ragazze, che pedalavano e chiacchieravamo allegre. Questa immagine mi ha riportato alla mente alcuni versi di Giorgio Caproni: "Com'erano alberati, - e freschi i suoi pensieri!  - Dischiusa la camicetta, - volava - in bicicletta.".
Poi, mentre la mente vagava, lentamente sono salito in Maresana, alla Croce dei Morti, per scollinare infine alla Cà del Lacc.
Durante la salita mi sono fermato e ho fatto una foto, diciamo così: il solito tramonto con la solita bicicletta.
Giunto a casa, dopo cena, mi sono andato a rileggere alcune poesie di Caproni.
Che meraviglia quando ho trovato questi versi. Li ho riletti più volte a mezza voce, come faccio di solito con alcune poesie. E mi piace pensare che la mia bicicletta non fosse lì abbandonata a bordo strada, negletta, ma l'avessi prestata all'anima mia che prudente pedalava in fretta.

mercoledì 6 settembre 2017

14 #CORRERE– Ripartire

“Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.”

Josè Saramago


C’è sempre un imprevisto, c’è sempre un contrattempo, c’è sempre una causa di forza maggiore che ti impone uno stop. E ti fermi. E quando questo momento arriva i progetti li devi mettere in un cantuccio e il lavoro fatto lo perdi. E sai che quando ripartirai, ti toccherà ricostruirlo, questo lavoro, se non tutto anche solo in parte. Ma non te ne preoccupi, anzi ne approfitti. Hai tante cose lasciate in sospeso e che ti attendono. Altri progetti, altri desideri che hanno bisogno d’immobilità e della quiete tra le mura di casa. Allora ti avventuri tra le parole, quelle lette e quelle scritte, quelle da leggere e quelle da scrivere. Esplori altri territori mentre il corpo riposa e si ripara, con i suoi tempi e con le tue cure. Poi arriva un momento in cui hai bisogno di sentire la fatica, quella fisica, quella del sudore che cola sulla pelle, del respiro che gonfia i polmoni, dei muscoli che bruciano. Di questo desiderio, te ne fai carico e inizi ad immaginare come sarà la prima uscita: la prima scalata, la prima corsa, la prima pedalata. Infine arriva il giorno in cui esci di casa e timidamente riparti. Che bello sentire il corpo in movimento e lo ascolti, ti ascolti: il fiato grosso, il cuore che batte impazzito, il sudore che s’incrosta sulla pelle, l’acido lattico che si accumula nei muscoli. Senti che sarà dura e sai già che ci vorrà del tempo, tanto tempo, perché tutto torni come prima. Ma non te ne curi e ti godi il piacere che scaturisce da quei momenti. Piano piano allarghi il tuo raggio d’azione e ti dai sempre più tempo per girovagare tra i boschi e le vette. I sentieri sono sempre gli stessi e le montagne pure, nemmeno loro sono cambiate. Chi è cambiato sei tu. Ed eccoti qui, tra i giganti spruzzati di neve, a cercare di correre e ripartire.


giovedì 31 agosto 2017

45 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Gratitudine

Domenica 27 agosto 2017, 12:43:00 – Monte dei Giubilini (Villa d’Almè)

Ma che caldo fa? Sono sudato fradicio. Grondante. Non ho ancora fatto una pausa ed ecco davanti a me prendere forma l’occasione per fermarmi. Quando vedo certi alberi non riesco a passare oltre e restare indifferente. I carpini bianchi sono tra i miei preferiti, alberi solitari che mostrano i segni della loro età: il tronco contorto e le forme bizzarre. Mi svacco all’ombra di questo bellissimo albero e riposo. Contro il tronco ci sta fissata una tavola di legno che funge da panca e contro la panca ci appoggio la mia due ruote. Enrico me l’ha appena rimessa a nuovo, ci ha messo del tempo ma ha fatto un gran bel lavoro, la vecchia Dumper ne aveva proprio bisogno. Mi riposo ed osservo, mentre una brezza leggera mi asciuga la pelle. Le geometrie meccaniche, fatte d’acciaio, contrastano con le forme sinuose e ritorte, scolpite nel legno dal passare del tempo. Con questo caldo, a quest’ora, non c’è nessuno in giro. Proprio nessuno non è vero, uno scoiattolo mi ha attraversato il sentiero, poco fa, dopo avere scollinato alla Forcella di Rua, e ho salutato alcuni escursionisti alla Cà del Lacc, prima, e al Pisgiù, poi. Ora qui non c’è proprio anima viva. E ascolto il silenzio punteggiato, come una partitura, dai suoni del bosco. Note sparse fatte dai soffi del vento, dallo stormire di foglie e rami, dai trilli di invisibili uccelli, dagli schiocchi del legno che si tende e dal ronzare degli insetti. In lontananza si sentono i richiami di caccia lanciati da una coppia di nibbi reali che volteggiano sopra la cima del Canto Alto. Godo nell’ombra fresca della chioma mentre sorseggio l’acqua, ormai calda, rimasta nella borraccia. Osservo questo esemplare di carpino bianco. Il fogliame denso, i verdi intensi e cangianti giocano con le trasparenze della luce. Il tronco costoluto come fosse scolpito da una mano attenta e fantasiosa. Sotto la corteccia liscia e lucida mi pare di vedere i fasci di fibre ad intrecciarsi tra loro secondo logiche a me sconosciute, mi pare di sentire fluire della linfa grezza che sale dalle radici alla chioma e l’intenso lavorio della fotosintesi. Mi rialzo e prima di riprendere la discesa faccio scorrere la mano sulla scorza dell’albero seguendone i capricci delle forme e apprezzando la sensazione di fresco che trasmette alla mia pelle. Può sembrare fottutamente melenso e romantico o terribilmente new age, ma in questi momenti provo un senso di gratitudine. Anche ora lui produce ed io consumo, ossigeno. Ed anche oggi me ne servirà parecchio per completare il giro e rientrare a casa.

mercoledì 23 agosto 2017

44 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Musica e armonia

Lunedì 14 agosto 2017, 14:58:00 – Jü de Börz, Sass de Putia

Mi pare di sentir della musica. Che strano!
Il sole è alto ma l’aria è fredda sulla pelle sudata. Per ora ho macinato pochi chilometri, correndo tra i boschi e i prati del Passo delle Erbe.
Eppure mi pare di sentire della musica. Lo sguardo è incollato all’imponente parete nord del Sass de Putia. Il pensiero va ai fratelli Messner, Reinhold e Günther, che nell'estate del 1968 tracciarono una linea tra gli strapiombi giallastri di questa muraglia. La voglia di tornare a scalare c’è, anche se per ora se ne resta tranquilla a sonnecchiare in un angolino. Correre è già una gran bella cosa e correre tra queste montagna è ancora più piacevole.
Una folata di vento gelido mi porta chiaramente delle note, come se qualcuno suonasse in qualche luogo, lì vicino. Magari è solo immaginazione. Io e la mia fissa con la musica che mi accompagna mentre corro. Che le “erbe aromatiche” del Jü de Börz siano erbette particolari e sprigionino nell’aria sostanze lisergiche o psicotrope? Boh, chissà!
La ghiaia scricchiola sotto le suole delle mie scarpette, mentre spingono lungo il ripido sterrato che tra poco mi darà accesso ai prati e ai pascoli in cui se ne resta conficcato questo gigantesco obelisco di dolomia, pietra d’angolo delle Odle. Oltre il dosso so già che mi attende un tratto pianeggiante e poi un bivio. A destra la strada che imboccherò per iniziare a circumnavigare la Putia e salire sino alla sua sommità. A sinistra la strada da cui tornerò chiudendo l’anello della Putia: La Roda de Putia per i ladini. Ecco il dosso ed ecco nuovamente la musica. La strada spiana e la falcata si allunga. Lo sguardo si alza a cercare la parete, ma subito si blocca.
Che meraviglia! La musica c’è, è reale, e si sparpaglia sui prati, portata da un vento bizzoso. E c’è pure il musicista con il suo pianoforte a coda. Eccolo! Proprio lì, al bivio, piantato nel bel mezzo di uno scenario da togliere il fiato. Rallento e inizio a camminare, questo tratto di strada me lo voglio proprio godere e questa colonna sonora inaspettata voglio che mi entri dentro, per accompagnarmi lungo tutta la mia Roda de Putia. Non so cosa stia suonando ma so che è puro piacere ascoltarlo durante il cammino. Al bivio mi fermo qualche istante e la musica segue lo sguardo verso la grande parete che ci sovrasta. Ci sono attimi in cui la meraviglia, come un’onda, prima ti travolge e poi ti solleva e ti sospinge. Riprendo a camminare sul ritmo di quelle note, svolto a sinistra, e mi lascio condurre. Senza accorgermi ho ripreso a correre e una sensazione piacevole è rimasta con me, un sensazione fatta di musica e armonia.
Dalla vetta scruto verso i prati del Jü de Börz e mille metri più in basso, proprio lì, al bivio e tra i prati c’è il pianoforte a coda. Osservo mentre il vento freddo soffia rumoroso tra le rocce e le note di quel pianoforte risuonano ancora dentro me.

13 #CORRERE – Vai con la musica.


Ormai ci siamo. Sabato 29 luglio, mentre gli atleti dell’OUT saranno nel pieno della loro gara, alle 8 del mattino da Carona partirà la GTO. La mia convalescenza volge al termine ed ovviamente non mi presenterò con il pettorale fissato alla maglia e dietro la linea di partenza, ma a modo mio ci sarò. Alle 6 del mattino passerò a prendere tre amici e li accompagnerò alla partenza, per poi aspettarli lungo il percorso: al Colle di Zambla, a Selvino e infine in Piazza Vecchia. Ci sarò perché Sergio, che arriva da Verona, si è iscritto per correre con me tra le mie montagne. Ci sarò perché Re Cardu ha condiviso con me l’idea d’iscriversi, le lunghe uscite con gli sci durante l’inverno e le sfiancanti corse nel caldo torrido di giugno. Ci sarò perché a Flavio ho ceduto il mio pettorale, un mese fa nemmeno si sognava di partecipare alla gara e ci vuole del coraggio per accettare l’ingaggio e decidere di provarci. Ci sarò perchè tanti altri amici correranno: MarcoPaolo,RobertoAlessandro ... e con loro molti altri amici e atleti che daranno spettacolo lungo i senitieri delle nostre Orobie. Ci sarò perchè altri amici saranno lì a lavorare perchè tutto funzioni per il meglio: Paolo,Alberto ... e tutto lo staff che rende possibile questo#orobieultratrail.
E cosa c’entra la musica? La musica c’entra sempre. Mentre corro mi capita spesso di canticchiare, mi fa compagnia, mi da il ritmo. Sabato sarà una lunga giornata, anche se non correrò, e i trasferimenti in furgone avranno bisogno di una colonna sonora adeguata, i CD e le tracce sono pronte e la musica nell’abitacolo mi trasporterà sui sentieri e tra i monti dove i miei amici staranno correndo.
Di NEIL YOUNG e della sua “The peinter” ho già raccontato ma non ho mai raccontato del resto.
Anche se il Boss non fa riferimento alla corsa in senso stretto non può mancare “Born to Run”, ed è bella l’immagine di un ragazzo e una ragazza che camminano nel sole, vagabondi nati per correre, per fuggire; lunga vita a BRUCE SPRINGSTEEN: “Someday girl I don't know when we're gonna get to that place - Where we really want to go and we'll walk in the sun - But till then tramps like us baby we were born to run...”
Gli AREA mi accompagnano dai tempi della giovinezza e l’immagine della lotta e della ribellione che scaturisce dal ritornello de “L’elefante bianco” è potente e perfetta per rimotivarti quando tutto rema contro e la fatica ti azzanna i polpacci: “Corri forte ragazzo corri - la gente dice sei stato tu - prendi tutto non ti fermare - il fuoco brucia la tua virtù - alza il pugno senza tremare - guarda in viso la tua realtà - guarda avanti non ci pensare - la storia viaggia insieme a te”
Che dire poi del metallo pesante degli IRON MAIDEN con il ritmo incalzante di “I running free” questo è il pezzo ideale per i veloci trail in cresta dove non senti alcuna fatica e hai la sensazione di volare e tuffarti nell’azzurro del cielo: “I’m running wild, - I’m running free. - I’m running free yeah, - I’m running free. - I’m running free yeah, - Oh I’m running free.”
Poi c’è il sound in levare di MICHEL FRANTI, “Never too late” è la canzone giustissima per quando lo sconforto ti assale e la strada da fare ti sembra infinita: “Non avere paura di camminare lentamente - Non essere un cavallo da corsa ma un maratoneta - Non avere paura di una lunga strada - Perché sulla lunga strada avrai il tempo di cantare una semplice canzone”
Che dire poi di “Triathlon” e della meravigliosa voce di CRISTINA DONÀ, parole e ritmo perfetti per il tratto finale, quello dove corro tutti i giorni, tra Salmezza, il Canto Basso e Piazza Vecchio, dove la gara diventa veramente dura, dove si inizia a sentire il profumo del traguardo con la stanchezza che si fa immensa e ti sembra di non avere più risorse: “I piedi toccano terra, comincerà la resurrezione. - E’ l’ultima parte di fuga, vedo la polvere che si solleva. - Fuori da un passato confuso con dentro l’alibi di una visione, - continuerò la corsa, ma non sono più preda. - Tengo al minimo il battito, - controllo che il respiro non ceda. - Tengo al minimo il battito, - controllo che il respiro mi segua”
Però mi manca qualcosa nella mia collezione di CD. Un pezzo mi manca. Una canzone che mi accompagna sin da piccino, dai tempi in cui nemmeno sapevo cosa era correre, ma l’immagine di un ragazzo che corre nella savana mentre il sole cala all’orizzonte è ancora vivida in me. Quindi sabato, quando il sole tramonterà, spegnerò il lettore CD del furgone e mi metterò a cantare a squarciagola: “Corri ragazzo vai e non fermarti mai - la notte scenderà - il freddo arriverà - ma non pensare che - tutto sia contro di te - c'è l'amore - il sole giallo sorriderà - Orzowei na na na na na na na na na na na na na na naaa” Mitici gli Oliver Onions, Orzowei e il sole giallo che ti sorride.
Anche se non correrò questo GTO, questa resterà la mia colonna sonora per la giornata e per le corse a venire.
Buona corsa amici! Che la musica vi accompagni.
Vi aspetterò sul percorso e sarò lì al traguardo in Piazza Vecchia per vedervi passare sotto l'arco dell'arrivo sorridenti e canterini.
E musica sia!

giovedì 20 luglio 2017

43 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Grazie


Il diciassette è passato ed ormai ho scollinato il crinale a quota cinquetre. Altri crinali, colli e cime mi attendono, per essere saliti con gioia e non senza fatica, per giungervi con la fronte imperlata di sudore e gli occhi che brillano di fronte a nuovi orizzonti, nuove storie, nuove opportunità. E il mio andare sarà ancora più leggero sospinto dagli auguri e dalla vicinanza che gli amici, reali o virtuali che siano, mi hanno donato. A tutti ... grazie!

12 #CORRERE - Chiudo gli occhi


Chiudo gli occhi e corro
tra ricordi e immagini
dell'ultima corsa.
Corro nell'afoso imbrunire
e calura di savana sul viso
e buio che avanza
che ingoia la luce
dove il respiro s'affanna.
Corro sulle pietre assopite
e graffi di rovo sulla pelle
e sudore che brucia
che cola negli occhi
dove la paura s'arrende.
Corro nella brezza notturna
e colori a sfumare lontani
e luci che s'accendono
che brillano nel nero
dove il passo s'affonda.
Chiudo gli occhi e attendo
del rinnovato correre
quieto il momento.



lunedì 10 luglio 2017

34 #PICCOLESTORIE - Assoluto riposo


"Buongiorno!" La voce squillante dell'infermiera irrompe nella stanza. La luce si accende. "Come va? Dobbiamo monitorare i parametri." Esclama con tono allegro. Bofonchio qualcosa del tipo: "Bene. Va bene. Buongiorno." Sollevo il capo, cerco di riavermi da un dormiveglia tribulato e privo di sogni, senza comprendere subito dove sono. Un forte dolore alla schiena, un fastidio alle palle e all'uccello mi riportano alla realtà. Diamine! Che volo. È accaduto in Presolana. Era solo ieri quando con Giangi, dopo avere scalato il primo tiro di Antares, stavamo arrampicando sul traverso della Rino Olmo per poi salire Meteora. Ora eccomi qui in ospedale. L'infermiera è simpatica e pure carina, sorride mentre rileva temperatura, battito e pressione. Poi mi chiede: "Il dolore da uno a dieci?' Rispondo con un bel sei, un sei politico non lo si nega a nessuno, nemmeno al dolore. Intanto lei controlla la flebo per l'idratazione, il catetere e la sacca dell'urina. Oh Cristo! Me ne ero pure scordato: l'elicottero, l'ambulanza, il pronto soccorso, l'ecografia, la tac, la sala operatoria, l'anestesia ... il nulla e poi il risveglio in camera. Ora rivedo tutto lucidamente ma è come se osservassi da fuori, come se tutto ciò non fosse accaduto a me. Guardo l'infermiera, si muove con attenzione attorno a quelle cannule che entrano ed escono dal mio corpo. Mi viene da pensare che tutto ciò è bizzarro, non ho mai sperimentato nulla di simile, così straniante. L'infermiera aggiunge una flebo di antidolorifico, armeggia con l'ago che, fissato al braccio sinistro, entra nella mia vena. Ora sono due i tubicini che lo alimentano, regola i flussi. Mi guarda, con gentilezza mi dice "Buon riposo", spegne la luce e, trascinando il carrello con tutto l'armamentario, se ne va. Fuori è buio. Solo allora mi rendo conto che sono le quattro e mezza della notte. Mi riaddormento.
La mattina dopo. "Buongiorno" dice il primario mentre entra nella stanza accompagnato da tutto lo staff: il chirurgo che mi ha operato, l'altro medico, la caposala, l'infermiera di turno, tre specializzandi/e. "Come va? - mi chiede - Vediamo un po'!" Ohhh Signur! Ho capito bene? Mi sa che ho capito bene. Ha proprio detto "Vediamo un po'!'" Con qualche pudore scosto le lenzuola e tolgo la borsa del ghiaccio. Con un leggero imbarazzo li osservo, e non mi osservo, mentre disquisiscono e si confrontano sull'esito dell'operazione e sul decorso. Dopo un poco la caposala coglie, forse, il mio disagio e con una mano accenna a rimboccare il lenzuolo, colgo l'occasione e con gratitudine ne afferro l'altro lato, mettendo fine al pietoso spettacolo. Mentre da indicazioni sulle medicazioni e le verifiche da fare, il primario mi saluta e seguito dal suo team prosegue le visite in reparto.
Nemmeno quattro giorni dopo mi dimettono. Con un turbante di garze e cerotti, attorno alle palle, e un dolore ben localizzato, in corrispondenza della frattura alla nona costola, mi trascino fuori dalla stanza. Il chirurgo che mi ha operato mi consegna la lettera delle dimissioni, mi guarda, sorride e dice: "Mi raccomando assoluto riposo. Più lei riposa e meglio lavorerà il suo corpo per rimarginare le ferite e la frattura." Forse coglie una preoccupazione in fondo al mio sguardo e aggiunge: "Non si preoccupi, tutto tornerà funzionale, sia per gli aspetti riproduttivi che sessuali. Però mi raccomando, assoluto riposo. E tra due mesi l'aspetto per il controllo. Così verifichiamo se ho fatto un buon lavoro." Mi imbarazzo, abbozzo un sorrido, dissimulo. Ci stringiamo la mano, lo ringrazio e ci salutiamo. Da quando sono arrivato al pronto soccorso le battute sulle balle, intese come organi dell'apparato riproduttore, si sono sprecate. E mi sono fatto pure grasse risate con i medici che si sono presi cura di me e con gli amici che mi sono venuti a trovare.
Però! Alt un attimo! Va bene ridere e scherzare ma ai gioielli di famiglia, noi maschietti ci teniamo e non vorremmo mai che ... Insomma ci siamo capiti. Sapere che nonostante tutto loro, i gioielli, faranno il loro dovere, non so come dire, è una cosa che fa tirare il fiato. Ecco fatto, un bel respirone e, con molta attenzione, mi accomodo in saletta, su una sedia, ad aspettare Cristina. Mentre attendo apro la busta consegnatami dal medico e leggo. Ecco, se vi capitasse mai di trovarvi in una situazione simile, vi consiglio di non farlo, non leggete nulla. Non si scopre nulla di nuovo ma rileggere, in termini scientifici e medici, quello che è successo mi fa un poco impressione e mi sembra che il dolore si riacutizzi. Ripiego la lettera e la reinfilo nella busta. Arriva Cristina e me ne torno a casa.
Sono passate due settimane dal giorno dell'incidente e sono stato ligio alla consegna: assoluto riposo. In questi giorni mi sono preso cura di me e delle mie cose. Tra una puntura e una medicazione ho letto tantissimo e un poco ho scritto. Soprattutto mi sono ubriacato dei paessaggi che scorgo dalle finestre e dalla terrazza di casa. Godendo della luce e dei colori, dei cieli tersi e del vagare delle nubi, del continuo cinguettare della coppia di codirossi che hanno fatto il nido tra le tegole del tetto e delle ampie spirali disegnate in cielo dalle poiane nelle ore più calde. È tornata lentamente la calura e poi l'afa, giorno dopo giorno, e i cieli sono meno tersi. Mentre, notte dopo notte, la luna è cresciuta, sino a diventare tonda come una palla. Ops! Ecco che questa immagine mi fa percepire un dolore inesistente e mi riporta immediatamente alle mie magagne. Che fastidio! Meno male che nei prossimi giorni mi potrò liberare da questo turbante di garze e cerotti e finalmente infilarmi un bel paio di mutande in cui i miei attributi troveranno un comodo riparo. Continuando così a godermi l'assoluto riposo.


giovedì 6 luglio 2017

11 #CORRERE - D'acqua e di fuoco.

Canarie. Isole nate dal fuoco. Montagne che bucano le acque dell'oceano. Vulcani, esplosioni, magna, colate di lava, nubi di ceneri. Strato dopo strato, prendono forma e costruiscono nuove geografie. Luoghi da sperimentare, da esplorare e da conoscere​. 
Correre è un modo diverso per esplorare e conoscere. Correre è il piacere di immergersi nella natura primordiale. Correre soli, con il proprio corpo e la propria mente. Correre per riemergerne inquieti e con prospettive nuove.
A Lanzarote nemmeno 300 anni fa si è consumata l'ultima grande eruzione. Il paesaggio è spoglio, essenziale: nessun bosco, poca vegetazione, il profilo di vulcani antichi e recenti a disegnare l'orizzonte.
E osservo questo angolo di mondo fatto di fuoco e di acqua. Il vento, teso e costante degli alisei, che tutto scompiglia. Il fragore delle onde che si schiuma contro scogliere basaltiche. Le nubi che corrono, avvolgono, si ammassano e si dissolvono. Lame di luce che vengono e vanno, colori che si accendono e spengono. E la caparbia presenza dell'uomo che si adatta, che prende e modella, che crea e inventa, che si ritaglia i suoi spazi per vivere, con arte, con perseveranza.
E corro in questo fazzoletto di terra.
Correre sul bordo del cratere della Caldera Blanca, felice per il semplice fatto che un luogo così esista e io sia lì a godermelo con il mio girotondo.
Correre lungo la costa di Famara, sotto le sferzate del vento, con la pelle incrostata di salsedine e sabbia, e giungere in un villaggio senza un negozio, senza un bar, con le strade di ghiaia, e vedere dei ragazzini che escono di casa vestiti con una muta e con la tavola da surf sottobraccio, attraversare la strada ed entrare in acqua per cavalcare onde sotto un cielo inquietante.
Correre nel deserto delle lave di Timanfaya dove il nero domina e tutto assorbe, dove la solitudine mi sembra di toccarla e l'oceano con prepotenza vuole riprendersi uno spazio​ che era suo.
Correre nel sole, sull'orlo di scogliere vulcaniche antiche, con il gran caldo che prosciuga e brucia la pelle, e il desiderio di farmi una nuotata nell'acqua turchese delle cale sabbiose della riserva naturale del Papagayo.
E corro in questo angolo di mondo fatto di acqua e di fuoco.























#gto #orobie #trailrunning #gan #lanzarote
Orobie Ultra Trail

venerdì 23 giugno 2017

33 #PICCOLESTORIE - Solstizio d'estate ed è musica.

"Io con te posso stare in silenzio e sentirmi ascoltata"

Solstizio d'estate ed è musica. Musica Leggera. Così leggera che il caldo si fa presto scordare. Così leggera che ti fa volare, ti trasporta sulle sue ali in altri mondi. E tu ti abbandoni e ti lasci condurre dalle parole e dalle note. E il giorno più lungo dell'anno si sfuma nella breve notte che annuncia l'estate. Una brezza di alza, lieve, ed è buio.
Spazio Carro Ponte - ex Breda - Sesto San Giovanni. Spazi industriali dismessi recuperati con intelligenza e restituiti alla città, ad una nuova vita. Sul palco solo Petra Magoni con la sua voce e Ferruccio Spinetti con il suo contrabbasso. Musica Nuda: unica, essenziale, ironica. Leggera. Poi è il momento della Piccola Orchestra Avion Travel. I ritmi da tutto il Mediterraneo si fondono nelle sonorità Partenopee. Sapientemente costruiscono storie e trame musicali eleganti, sostenute da energia e passione.
È bello osservare artisti capaci e che non perdono il piacere di giocare. E la musica ad onde ti travolge e tu la lasci fare e ti lasci portare in alto mare, per perderti nel buio della notte.

"E tu dormi e sogna e così, tutto il sonno che manca, sogna quello che vuoi."

CarroPonte

mercoledì 21 giugno 2017

32 #PICCOLESTORIE – Mothel Rouge, umanità in transito


La bellezza e la poesia. 
La meraviglia e l'emozione. 
Ogni volta mi sorprendono e mi colgono all'improvviso. 
Accade non solo tra i monti ma anche tra i luoghi del vivere quotidiano, quando sono riabitati con sapienza e passione. 
La prima volta fu alla Villa dei Tasso a Celadina e poi: al Teatro Sociale in Città Alta, al centro sportivo di Azzano San Paolo, presso gli spazi desolati della ex Zerowatt di Alzano Lombardo, negli spazi verdi degli Orti di Astino. 
Ed ora eccomi qui, mentre il giorno volge alla fine, tra le stanze e il giardino di Villa Tasca a Brembate, cercando di seguire le vicende di una famiglia improbabile. Persone in costante viaggio i cui corpi si trovano e si lasciano, si raccontano e si emozionano. Persone in costante viaggio le cui anime si scontrano contro il muro dell'incomunicabilità per ripiegarsi su loro stesse. Storie che si intrecciano e si sfiorano ma che mai si incontrano veramente. Storie che parlano le parole dell'abbandono, della solitudine, della fatica di vivere. Storie inizialmente incomprensibili, storie apparentemente lontane. Ma poi ti ci immergi e ti lasci trasportare. Le segui, le respiri e le senti sempre più vicine. Infine ti accorgi che raccontano anche un poco di te, delle tue fatiche, della tue paure, dei tuoi fantasmi. Agnese e il suo "Piccolo Teatro per", come tutti gli attori coinvolti, nemmeno questa volta si sono risparmiati. Loro hanno dato tutto, muovendo nel profondo le emozioni di chi c'era.
Mothel Rouge "un motel abitato dalla famiglia Esposito, un gruppo di personaggi scappati dalla storia ed uniti sotto il segno
dell’abbandono."