LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film
LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

sabato 19 gennaio 2019

#perdersinmountainbike – Resistenza


Resilienza è la prima cosa a cui ho pensato vedendo queste croste di neve abbarbicato sulle cotiche erbose.
Ma la parola giusta è resistenza o, forse, non è quella giusta ma è quella che più mi piace e mi rispecchia.
Resistenza in attesa di un inverno degno del suo nome.
Resistenza agli schiamazzi beceri di chi dovrebbe condurre la nave.
Resistenza in attesa che si ritrovi l'umanità e la capacità di accogliere, di lavorare con e non contro.
Resistenza, pedalata dopo pedalata, forse verso orizzonti più luminosi, sicuramente verso la Malga Lunga, luogo di resistenza.

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 — a Ranzanico.

#perdersinmountainbike – Roccolo


Da quassù si osserva il mondo che si apre a ventaglio tutt'attorno. Lo sguardo spazia libero in ogni dove. 
E me ne resto su questo morbido dosso, immaginandomi il roccolo come una rampa di lancio, puntato verso il cielo d’inverno, terso e profondo.

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#perdersinmountainbike - Vistalago


Oramai è un vizio che non ci vogliamo togliere. Oggi ci siamo goduti ben tre salite e tre discese per andare da casa al Monte Pler e farci delle "belle foto" vista lago. Un grazie al "Ronco" per la bella foto che mi ha scattato. Lunga vita alla mountain-bike.
(foto di Marco Roncoroni)


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#unimmaginevalepiudimilleparole - necessità


Il mare d'inverno non è solo una bella canzone scritta da Enrico Ruggeri e cantata da Loredana Bertè, che canticchio spesso e mi riporta ai miei vent'anni.
Il mare d'inverno è soprattutto un rito che si ripete ogni anno, una necessità che mi spinge a prendere una pausa e scendere dai monti, per affacciarmi sul mondo da prospettive diverse, lungo quella linea in cui la terra si immerge nelle profondità.
Il mare d'inverno è il luogo delle poche parole e dei silenzi, dei lunghi cammini lenti, della quiete fatta di resine profumate, del fragore della risacca, del vento e della luce che cambiano sino all'ineluttabile tramonto, attimo che dischiude le porte alla notte.
Il mare d'inverno, una necessità.

 — con Cristina Paruta presso Punta Corvo Beach.

#perdersinmountainbike - aspettando la neve


Ombre lunghe e freddo porco. Il sole non scalda ma è bello sentirlo addosso. La salita è breve ed intensa eppure i piedi restano freddi. Poi iniziano i sentieri e il lungo periplo della montagna. E lentamente il calore si diffonde. E continui a pedalare in questo strano inverno, aspettando la neve.


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 — con Marco Roncoroni presso Monte Altino.

lunedì 31 dicembre 2018

#perdersinmountainbike - contro


Controluce. Controcorrente. Contro i porti chiusi, contro il decreto Salvini, contro chi alza muri, contro sempre. Non contro a priori ma contro perché un'alternativa esiste. Perché altre strade per accogliere l'umanità ci sono e funzionano e portano complessità, diversità, ricchezza. Ci vuole coraggio per accogliere e mettersi contro vento, soprattutto quando il vento soffia cieco e non ascolta.
E anche questo ha a che fare con il mio pedalare il mio perdermi in mountain-bike.
E sono pronto ad attraversare il nuovo anno che sarà, percorrendo le contro pendenze del vivere.
Ad ognuno auguro che la vita e il mondo vi accolga.
Buon anno.

domenica 30 dicembre 2018

ATTRAVERSARE

Dal sacco piuma mi affaccio sul mondo, la notte è stellata. Con fragore le acque del torrente si riversano nel lago, un riverbero sonoro si propaga nel buio trapunto di richiami, fischi e trilli. Il profumo di resina e di terra zuppa, giunge pungente alle narici. L’odore acre della fatica e dell’adrenalina, restituito dal corpo e dai vestiti, persiste a testimoniare il cammino e le tortuose geografie percorse. Osservo, ascolto, annuso. La neve si scioglie, la natura si risveglia. La primavera avanza prepotente come il giorno che sarà.

Notte di luna e di stelle al lago di Scais
Il tavolo di legno su cui sono steso è duro, oltre il nero profilo degli abeti il cielo è blu profondo, vi immergo lo sguardo e libero i pensieri. Mi concentro sul respiro, lo prendo e lo porto a spasso per il corpo. Risveglio i dolori e gli indolenzimenti che si annidano tra carne, articolazioni ed ossa. Con pazienza cerco di sciogliere le tensioni ma nulla accade. Dopo cinque giorni non posso pretendere di svegliarmi riposato e tonico.
Abbiamo seguito una linea immaginaria attraverso le Orobie, sulle tracce di Franco Maestrini e Angelo Gherardi. I due pionieri dello scialpinismo bergamasco le attraversarono per la prima volta nel 1971. Nella neve abbiamo disegnato il nostro sentiero, una cucitura sinuosa ed effimera a ricamare il candore che veste i monti di casa. Ieri, dopo quattordici ore sugli sci, siamo arrivati spossati sulle sponde del lago di Scais.
Oggi non mi preoccupa la stanchezza ma una sottile angoscia, una lama tagliente tra i pensieri. Cerco di scansarla ma è tutto inutile. È un’inquietudine profonda che fatico a contenere, allora provo a decifrarla. Metto a fuoco le immagini che mi hanno tormentato nel dormiveglia: la lunga scivolata sul pendio ghiacciato, l’ancoraggio della doppia che salta, il versante che collassa in una valanga e mi travolge. Scenari angoscianti misti a brandelli di sonno, ogni azione si trasforma in incubo e volge in tragedia. Rivedo ogni minimo dettaglio, risento i suoni e le voci, tutto è bianco e dopo c’è solo nero e silenzio. Ora sono sveglio. Ricompongo gli incubi in una cornice coerente, ne prendo le distanze. Solo così posso dare un nome alle mie paure, guardarle in faccia e conviverci. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo ma se resto consapevole delle mie scelte e sempre disposto a rinunciare, allora sarò in grado di affrontarlo lucidamente.
Oggi ci attende la tappa più impegnativa. Sino qui la vecchia carta con le tracce scialpinistiche di Beniamino Sugliani ci ha indicato la strada. Ora, per superare la corona dei tremila orobici, purtroppo non ci fornisce alcuna informazione. Non ci resta che seguire le scarne indicazioni raccolte dal diario e dal film che documentano rispettivamente le traversate del ‘74 e del ‘80.

Il rifugio Mambretti e le creste dentellate dei 3000 orobici.
Ci alziamo e controvoglia infiliamo i piedi negli scarponi freddi e bagnati. Gli zaini sono pronti, un ultimo sorso di caffè e partiamo. Nessuno parla, ognuno è chiuso nei suoi pensieri. Al rifugio Mambretti lo sguardo percorre l’intero versante nord che incombe tetro sulla vedretta di Porola. Tutto appare ripido e inaccessibile. Le paure riaffiorano, ma io so che si passa. Fra poco, con la prima luce, il percorso apparirà evidente. Non c’è motivo per preoccuparsi, ma dentro di me la parte razionale continua ad azzuffarsi con i miei fantasmi. Mi aggrappo al rumore metallico dei rampanti che mordono la neve, passo dopo passo con un ritmo che tiene compagnia e infonde sicurezza. Gli amici mi staccano, li osservo, sagome in controluce. Folate gelide spazzano il pendio di neve ghiacciata. Il sole si alza sopra i vapori che si dissolvono lungo le creste. Lame radenti di luce riverberano sulla superficie scintillante. Con attenzione continuo a salire, passo dopo passo, curva dopo curva, sino a ricongiungermi agli amici. La bocchetta del Pizzo Porola è poco distante, solo un colatoio di ghiaccio ci separa da quel luogo dove si deciderà la riuscita della traversata. Un intaglio di pochi metri quadrati incastrato tra le rocce: terra incognita, non solo disegno geografico sulla mappa ma, soprattutto, luogo interiore in grado di condizionare il mio sentire e risvegliare paure viscerali.

Alla bocchetta di Porola: terra incognita.
Calziamo i ramponi e saliamo. Il vento è forte, fa un freddo fottuto come mai è stato nei giorni precedenti. Marco giunge alla bocchetta, si volta con un segno di assenso. Arrivo subito dopo. Mi affaccio, il canale è ripido e si perde tra le nebbie. Dovremo prestare attenzione. Si passa. Tutte le preoccupazioni ed i dubbi che mi hanno accompagnato in questi sei giorni, le paure ed i timori che mi han fatto visita nella notte si stemperano. Sorrisi e strette di mano, poi i primi passi in discesa per trovare il posto giusto dove calzare gli sci, infine la sciata liberatoria in cui si sciolgono le ultime tensioni. Ancora parecchia è la strada da fare. Sulla vedretta del Lupo, dopo un ultimo sguardo alla parete discesa, con una rinnovata leggerezza riprendiamo il cammino.

Il Pizzo Porola e il canale di discesa.