martedì 26 settembre 2017

#APPUNTI - Andare e restare


“Tutto è visibile e tutto è inafferrabile, tutto è vicino e tutto è intoccabile”
Tra andare e restare - Octavio Paz


Forse è proprio in queste parole che trova un senso il mio ostinato andare per monti e il mio stupito restare di fronte alla meraviglia che si rinnova. Passo dopo passo. Giorno dopo giorno.

46 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Confusa gioia

Domenica 17 settembre 2017, 17:22:00 – Madonna d’Argon (San Paolo d’Argon)
“fugaci sensazioni di confusa gioia” - William Wordsworth
Aria fredda, sudore e gelo sulla pelle. Cielo meraviglioso, nubi gonfie d’acqua alla deriva. Colline emergono dalla monotona pianura. Lunghe dorsali di pietra lentamente salgono, si affiancano, si fondono. Nervature convergono a saldarsi e sostenere i monti. Geografie da esplorare, da percorrere, piega dopo piega, colle dopo colle. Lentamente tra luce ed ombra. Morbidi profili esposti al sole, geometrie di vigne preziose, grappoli gonfi pronti per la vendemmia. Ombrosi declivi vestiti di boschi, castagni e querce si colorano timidamente d’autunno. Pedalo ed osservo, raccolgo immagini e sensazioni. Schizzi di fango denso decorano le meccaniche della bicicletta, aderiscono ai vestiti, incrostano la pelle. Mi fermo e ascolto. I suoni vicini del bosco appuntano il mormorare incessante e lontano della pianura. Fatico a dare un nome a ciò che provo, forse è gioia, certamente è qualcosa che molto le assomiglia.

domenica 10 settembre 2017

35 #PICCOLESTORIE - Sette in condotta.


"Voi dell'ultima fila! Siete i soliti!" Tuonó dalla cattedra, con voce chioccia, la prof dal colore scialbo e diminutivo. "Voi avete sempre qualcosa da dire!" Continuò, rincarando la dose. "Voi non fate mai parlare i vostri compagni. Voi prevaricate gli altri, volete sempre avere ragione. Voi non lasciate spazio perché gli altri possano esprimersi."
I ragazzi, quelli dell'ultima fila, si guardarono tra loro stupiti, cercarono di replicare e argomentare, con poca forza, inutilmente. La prof era un fiume in piena. Qualcuno nelle file davanti, sogghignava con una certa soddisfazione, pensando che quelli dietro se l'erano meritata, quella strigliata.
La lezione riprese ma la tensione non si sciolse, l'atmosfera in aula era pesante, l'attenzione era ormai persa. Anzi lo spazio si saturava di elettricità come prima di un temporale.
Dopo qualche istante di silenzio il brusio di fondo iniziò a crescere sino a stabilizzarsi. Ognuno parlottava con il vicino di banco e chi non lo faceva lo avrebbe fatto volentieri ma non osava, per non esporsi alle ire della prof. Nell'ultima fila il dibattito ferveva.
"Ma che cazzo vuole questa stronza! Lei e le sue schede del cazzo."
"E ci siamo pure fatti il culo, facendo approfondimenti di argomenti fuori dal programma, per poi relazionali alla classe"
"La prossima volta le civiltà Precolombiane se le può mettere dove dico io."
"Certo che sono cose che interessano a noi. Ma avevamo concordato insieme il lavoro da fare, e adesso ci tratta così. Che merda!"
"Lo avevo detto io che prima o poi ce l'avrebbe fatta pagare per non essere andati a quelle cazzo di cene in cascina con lei e gli altri compagni."
"E adesso cosa facciamo con tutto il lavoro sul sindacato di Danzica, Lech Walesa, Solidarność e la caduta del regime in Polonia?"
"Che stronza! Dare la colpa a noi perché gli altri non hanno voglia d'intervenire e dare il loro contributo."
"Non è giusto, io alla fine dell'ora le vado a parlare, a chiedere ragione di questa parte che ci vuole far fare. Non è giusto."
La lezione stava finendo, la campanella suonó liberatoria, ma non ci fu il fuggi fuggi generale che caratterizzava l'ultima ora. C'era un senso di incompiuto che aleggiava nella classe, l'attesa che qualcosa venisse portato a termine. Un ragazzo di alzò dall'ultima fila, si mise la cartella a tracolla, percorse lo spazio libero contro la parete di destra e si avvicinò alla cattedra. La prof lo squadrò con aria di sufficienza mentre continuava a raccogliere e riporre nella borsa il suo materiale.
"Mi scusi prof. Non è giusto quello che lei ha fatto e come ..." non lo ascoltó e nemmeno lo fece finire. Con sprezzo lo guardó mentre preparava le parole che avrebbe usato, sapendo di ferire. "Vedi che ho ragione! Sei ancora qui a volere dire la tua. Sono quelli come te, come voi, che non state mai zitti, che prevaricate con le vostre parole gli altri, ad essere responsabili della nascita dei regimi fascisti"
Il ragazzo imprecò quasi urlando, si protese verso la prof, sbattendo la cartella con forza sulla cattedra. Lei impaurita, bianca in volto e non solo nel nome, si ritrasse scompostamente. Aveva colpito con cattiveria e l'esatta volontà di fare piegare definitivamente la testa a quella banda di mocciosi superbi. Ma non si aspettava una reazione simile. Raccolse le sue ultime cose e abbandonò l'aula.
Lui, a quella parola perse il controllo, forse urlò "Fascista è lei!" E senti le mani dei suoi compagni che lo fermavano, trattenendolo mentre lo trascinavano fuori dalla classe.
Il giorno dopo fu convocato in Presidenza, con lui anche una sua amica dell'ultima fila. Dell'accaduto non ne fece parola nessuno ne i professori ne il preside. Contestarono loro delle presunte firme false, raccolte qualche giorno prima, utili a chiedere in uso l'aula magna per un'assemblea. Nessuno degli adulti ebbe il coraggio di dichiarare il vero motivo per cui i due ragazzi si ritrovarono al termine del primo quadrimestre con un'ipoteca sulla loro promozione, siglata da un ingiusto sette in condotta.

giovedì 7 settembre 2017

#APPUNTI - Anima mia

"Anima mia fa in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare"
da Ultima preghiera (in Il seme del piangere)
Giorgio Caproni



L'altra sera me ne tornavo a casa, non per la via più breve ma per la più lunga.
Così per il piacere di farlo e per godermi la luce meravigliosa che faceva belle le cose.
Prima lungo la ciclabile dei Colli ho incrociato delle ragazze, che pedalavano e chiacchieravamo allegre. Questa immagine mi ha riportato alla mente alcuni versi di Giorgio Caproni: "Com'erano alberati, - e freschi i suoi pensieri!  - Dischiusa la camicetta, - volava - in bicicletta.".
Poi, mentre la mente vagava, lentamente sono salito in Maresana, alla Croce dei Morti, per scollinare infine alla Cà del Lacc.
Durante la salita mi sono fermato e ho fatto una foto, diciamo così: il solito tramonto con la solita bicicletta.
Giunto a casa, dopo cena, mi sono andato a rileggere alcune poesie di Caproni.
Che meraviglia quando ho trovato questi versi. Li ho riletti più volte a mezza voce, come faccio di solito con alcune poesie. E mi piace pensare che la mia bicicletta non fosse lì abbandonata a bordo strada, negletta, ma l'avessi prestata all'anima mia che prudente pedalava in fretta.

mercoledì 6 settembre 2017

14 #CORRERE– Ripartire

“Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.”

Josè Saramago


C’è sempre un imprevisto, c’è sempre un contrattempo, c’è sempre una causa di forza maggiore che ti impone uno stop. E ti fermi. E quando questo momento arriva i progetti li devi mettere in un cantuccio e il lavoro fatto lo perdi. E sai che quando ripartirai, ti toccherà ricostruirlo, questo lavoro, se non tutto anche solo in parte. Ma non te ne preoccupi, anzi ne approfitti. Hai tante cose lasciate in sospeso e che ti attendono. Altri progetti, altri desideri che hanno bisogno d’immobilità e della quiete tra le mura di casa. Allora ti avventuri tra le parole, quelle lette e quelle scritte, quelle da leggere e quelle da scrivere. Esplori altri territori mentre il corpo riposa e si ripara, con i suoi tempi e con le tue cure. Poi arriva un momento in cui hai bisogno di sentire la fatica, quella fisica, quella del sudore che cola sulla pelle, del respiro che gonfia i polmoni, dei muscoli che bruciano. Di questo desiderio, te ne fai carico e inizi ad immaginare come sarà la prima uscita: la prima scalata, la prima corsa, la prima pedalata. Infine arriva il giorno in cui esci di casa e timidamente riparti. Che bello sentire il corpo in movimento e lo ascolti, ti ascolti: il fiato grosso, il cuore che batte impazzito, il sudore che s’incrosta sulla pelle, l’acido lattico che si accumula nei muscoli. Senti che sarà dura e sai già che ci vorrà del tempo, tanto tempo, perché tutto torni come prima. Ma non te ne curi e ti godi il piacere che scaturisce da quei momenti. Piano piano allarghi il tuo raggio d’azione e ti dai sempre più tempo per girovagare tra i boschi e le vette. I sentieri sono sempre gli stessi e le montagne pure, nemmeno loro sono cambiate. Chi è cambiato sei tu. Ed eccoti qui, tra i giganti spruzzati di neve, a cercare di correre e ripartire.


giovedì 31 agosto 2017

45 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE – Gratitudine

Domenica 27 agosto 2017, 12:43:00 – Monte dei Giubilini (Villa d’Almè)

Ma che caldo fa? Sono sudato fradicio. Grondante. Non ho ancora fatto una pausa ed ecco davanti a me prendere forma l’occasione per fermarmi. Quando vedo certi alberi non riesco a passare oltre e restare indifferente. I carpini bianchi sono tra i miei preferiti, alberi solitari che mostrano i segni della loro età: il tronco contorto e le forme bizzarre. Mi svacco all’ombra di questo bellissimo albero e riposo. Contro il tronco ci sta fissata una tavola di legno che funge da panca e contro la panca ci appoggio la mia due ruote. Enrico me l’ha appena rimessa a nuovo, ci ha messo del tempo ma ha fatto un gran bel lavoro, la vecchia Dumper ne aveva proprio bisogno. Mi riposo ed osservo, mentre una brezza leggera mi asciuga la pelle. Le geometrie meccaniche, fatte d’acciaio, contrastano con le forme sinuose e ritorte, scolpite nel legno dal passare del tempo. Con questo caldo, a quest’ora, non c’è nessuno in giro. Proprio nessuno non è vero, uno scoiattolo mi ha attraversato il sentiero, poco fa, dopo avere scollinato alla Forcella di Rua, e ho salutato alcuni escursionisti alla Cà del Lacc, prima, e al Pisgiù, poi. Ora qui non c’è proprio anima viva. E ascolto il silenzio punteggiato, come una partitura, dai suoni del bosco. Note sparse fatte dai soffi del vento, dallo stormire di foglie e rami, dai trilli di invisibili uccelli, dagli schiocchi del legno che si tende e dal ronzare degli insetti. In lontananza si sentono i richiami di caccia lanciati da una coppia di nibbi reali che volteggiano sopra la cima del Canto Alto. Godo nell’ombra fresca della chioma mentre sorseggio l’acqua, ormai calda, rimasta nella borraccia. Osservo questo esemplare di carpino bianco. Il fogliame denso, i verdi intensi e cangianti giocano con le trasparenze della luce. Il tronco costoluto come fosse scolpito da una mano attenta e fantasiosa. Sotto la corteccia liscia e lucida mi pare di vedere i fasci di fibre ad intrecciarsi tra loro secondo logiche a me sconosciute, mi pare di sentire fluire della linfa grezza che sale dalle radici alla chioma e l’intenso lavorio della fotosintesi. Mi rialzo e prima di riprendere la discesa faccio scorrere la mano sulla scorza dell’albero seguendone i capricci delle forme e apprezzando la sensazione di fresco che trasmette alla mia pelle. Può sembrare fottutamente melenso e romantico o terribilmente new age, ma in questi momenti provo un senso di gratitudine. Anche ora lui produce ed io consumo, ossigeno. Ed anche oggi me ne servirà parecchio per completare il giro e rientrare a casa.