domenica 27 luglio 2014

#3 - PARETI E RACCONTI - MARIO CURNIS E IL PIACERE DI SCRIVERE



Stiamo scendendo, Mario è qualche passo avanti a noi, assorto nei suoi pensieri.

– Chissà a cosa pensa? – mi chiedo. - Cosa avrà portato a galla questa giornata trascorsa in questi luoghi? Quali ricordi e quali immagini saranno riemersi dalle quinte della memoria? –

La scorsa estate, in una giornata perfetta, Matteo ed io accompagniamo Mario Curnis ai piedi del grandioso versante nord dell’Adamello. Con calma risaliamo tutta la Val d’Avio sino al Rifugio Garibaldi. Matteo scatta, scatta e scatta, con le sue fotocamere cattura attimi che raccontano persone, paesaggi, atmosfere. Io sono tra loro, chiacchiero e mi appunto ogni emozione, ci provo. È l’occasione di ascoltare le mille storie che Mario ha da raccontare e raccoglierle proprio lì, tra i monti dove tutto è accaduto, dove le sue parole risuonano con una vibrazione differente, forse più profonda.

Lo osservo, mentre rientriamo in silenzio. Sulle ampie piode di pietra che lastricano il sentiero Il suo passo è sicuro. A ogni tornante cerco di catturare la luce dei suoi occhi. A volte lo sguardo di Mario resta fisso a terra per cercare il giusto appoggio, oppure vaga sulla valle e sale lungo le pendici sino alle grandi pareti che ci circondano. Altre volte gira il capo e ci guarda per un istante, come d’istinto fanno tutti i capibranco, forse per assicurarsi che noi ci siamo e non ci siamo attardati. Sicuramente sarà stato così anche cinquant’anni fa mentre, sprofondando nella neve e avvolto dal gelo dell’inverno, guidava il rientro a valle tenendo d’occhio i suoi amici, compagni d’avventura con cui aveva appena scalato lo spigolo Nord dell’Adamello.

Le storie che mi ha raccontato questa mattina, mentre salivamo con tutta calma al cospetto della grande parete nord, sono stati doni  preziosi. Ma quanti altri ricordi, trascinati dalle parole, saranno riemersi senza essere narrati, quante emozioni e immagine vorticheranno ora nella testa di Mario. Taccio e continuo a osservarlo mentre provo a immaginarlo venticinquenne, in quel freddo inverno del 1963, quando, dopo avere deciso di salire in prima invernale lo spigolo nord dell’Adamello, si ritrova con gli amici Damiano Petenzi e Piero Bergamelli, detto “Stremasì”, al Bar Alpino di Nembro. Quello era il quartiere generale dell’alpinismo nembrese, sopra il bar c’era la casa di Leone Pelliccioli, figura di assoluto riferimento. Con i tre alinisti si trovano anche Franco Maestrini e un altro amico. Ognuno mette il suo materiale e lo zaino sull’auto e quindi partono. Non essendoci spazio per tutti Maestrini e l’amico, che avrebbero aiutato a portare il materiale alla base della parete e, salendo dalla via normale, li avrebbero attesi in vetta, li seguono con la motocicletta. Giunti a Vezza d’Oglio, dove parte il sentiero per il rifugio Garibaldi, i conti non tornano: manca uno zaino. Piero ha dimenticato il suo al bar Alpino. Mario ride ancora oggi mentre racconta questa storia: “Piero è un mio grande amico, ancora oggi. Lui è fatto così, un Gianburrasca. Ne ha combinate tante altre come questa, ma non puoi volere male ad una persona come Piero. Non puoi nemmeno arrabbiarti, perché lo fa con innocenza.” Mentre racconta di questa avventura Mario continua: “Che freddo! Faceva un freddo! Allora telefoniamo al bar Alpino e ci dicono che lo zaino era ancora lì. Un amico lo prende e con la moto parte per la Val Camonica. Intanto il Maestrini, risale in moto e gli va incontro. Non c’erano i cellulari in quegli anni e pensa, che fortuna! Faceva così freddo che per scaldarsi il Maestrini, giunto a Lovere, si ferma e entra in un bar. Sai chi ci trova? L’amico di Nembro, che si era fermato pure lui per il freddo.”



Mario questa mattina mi ha raccontato divertito questa e mille altre storie. Abbiamo parlato per tutto il tragitto, camminando senza fretta e facendo qualche pausa. Ora durante la discesa lo vedo assorto, pensoso, come rapito dai ricordi che quei luoghi hanno risvegliato. Della salita, in termini alpinistici, ne parla gran poco. In due giorni il 9 e 10 febbraio i tre percorrono la via, il suo unico commento: “Il primo giorno abbiamo bivaccato a duecento metri dalla cima, siamo saliti bene. Poi siamo andati in vetta e a scendere è stata un po’ lunga.” Eppure quella prima salita invernale non sarà stata una passeggiata e con i materiali e il vestiario di allora l’impegno sarà stato decisamente elevato. Ma Mario non indugia su questo, quello su cui più volte si sofferma sono dettagli e frammenti legati al rapporto con i compagni di cordata. Mentre li racconta c’è una freschezza e un’energia nella sua voce che pare stia parlando di cose successe la scorsa settimana e ride mentre narra un’altra cosa che ha combinato Piero. Non fatico a immaginare i tre alpinisti impegnati lungo quello sperone di granito incrostato di ghiaccio e neve, con gli abiti di lana, le giacche di nylon, gli zaini pesanti e quel freddo intenso che ti entra nelle ossa. Durante una sosta Mario chiede a Piero di scaldare un poco di acqua, sul “fornellino a meta”, e preparare un te caldo, giusto per scaldarsi un poco e combattere il gelo. Mi immagino il pentolino fumante che passa di mano in mano e sento addirittura sulle mie mani il piacere che può avere dato quel contatto. Vedo perfettamente il gesto di portarsi la bevanda alla bocca, quasi a sentire sul volto il vapore caldo del the. “Ci siamo passati il pentolino. – dice Mario – Sai com’è, un freddo cane. Lo provo e dico: Ma Piero! Cosa hai messo in questo thè? Non hai messo lo zucchero? In poche parole invece che mettere le zollette di zucchero, aveva messo tre dadi del brodo. Erano le sue specialità quelle. Abbiamo riso un bel po’ e ci siamo bevuti il cocktail.

Quella fu, nel massiccio dell’Adamello, la prima salita invernale su una grande via.

Mentre cammino e ripenso alla giornata trascorsa, mi convinco sempre di più che parlare con lui lì, dove tutto è accaduto, ha un sapore differente. Fissare gli occhi di Mario che brillano, mentre racconta e cammina, mentre racconta ed osserva la parete, è un privilegio. Così scopro del suo rapporto particolare con la scrittura e dei suoi diari gelosamente custoditi, di questa abitudine ereditata dal padre. Ci confrontiamo sul perché scrivere di sé e sul potere della parola scritta. Si ferma, mi guarda e dice: “Quando scrivo dico cose che, quando parlo, non vogliono uscire. Quando hai scritto una cosa di te, quella è ormai uscita da te ed è lì sulla carta. Buttare fuori le cose, soprattutto quelle brutte, ti aiuta a capirle, a superarle, a guardarti avanti e a vivere.”


Adamello parete Nord

Pillole di storia

Sino agli anni “60 due erano le vie che percorrevano il versante nord dell’Adamello. Lo spigolo nord-ovest aperto nel 1904 da Alessandro Gnecchi e Giovanni Cresseri, con difficoltà sino al IV e uno sviluppo di 650 metri. Lo spigolo Nord salito nel 1906 da Paolo Arici, Emilio Brocherel e Ugo Croux, con una lunghezza di 700 metri e difficoltà massime di IV+.

Nel febbraio 1963, Mario Curnis e compagni compie la prima salita invernale dello spigolo nord. Proprio in quei giorni, Mario mi ricorda, che Walter Bonatti era impegnato sulla Via Cassin allo Punta Walker delle Grand Jorasses. Erano gli anni in cui l’alpinismo invernale era in voga su tutto l’arco alpino. In Adamello, dopo questa salita, Mario c’è tornato altre volte per percorrere, sempre in inverno, altre vie sparse sulle cime dell’intero massiccio, dal Castellaccio, al Corno di Gioià, alla Busazza, alla Presanella, al Tredenus, sino alla Punta Adami. Sulla nord dell’Adamello ci torna ancora in inverno per salire lo spigolo nord-ovest. Arrivato al rifugio si rende conto che una cordata lo precede di un giorno. Attacca ugualmente e li raggiunge per mettersi in testa sino all’ultimo tiro sotto la vetta. Mario a quel punto cede il comando all’altra cordata esattamente all’alpinista bresciano Beltrami Francesco, che essendo il più anziano del gruppo meritava di calcare la vetta per primo. Alla nord è particolarmente legato non solo per queste avventure, ma anche per le numerose scalate estive e una in particolare ama ricordare, quando in cordata con Renato Casarotto hanno ripetuto lo spigolo dei Bergamaschi, che era stato da poco salito da Cortinovis e Pulcini , il 3 luglio del 1966. Per Mario però l’alpinismo invernale resta l’espressione più completa e impegnativa in cui uno scalatore si possa mettere alla prova. Tante delle sue energie sono state investite nella montagna d’inverno, anche per poi essere pronti per l’alta quota, le grandi montagne del mondo e i giganti della terra, su cui ha collezionato prestigiose ascensioni.

Negli anni “80 il versante nord ovest è teatro di tre nuove vie su roccia, mentre sulla nord vera e propria si deve attendere l’inverno 1989 quando Mutti apre in solitaria una via di ghiaccio e misto "Hallo Woman of My Dreams", lo stesso Mutti in compagnia di Salvi nel 1992 sale “Senza  chieder permesso”, che parzialmente ricalca la linea discesa con gli sci da Battistino Bonali, un capitolo sconosciuto nella storia dello sci estremo. Nel 2007 queste due vie vengono ripetute e se ne scopre la bellezza e l’impegno. In quell’inverno nascono sulla nord cinque nuovi itinerari di ghiaccio e misto e la parete torna ad essere oggetto delle attenzioni di molti alpinisti che riscoprono questo terreno d’avventura dove Mario Curnis è stato uno dei pionieri assoluti. Mentre chiacchieriamo di queste salite e delle più recenti vie aperte sulla parete chiedo che impressione gli faccia essere lì 50 anni dopo: “Io devo ringraziare sempre la montagna – dice Mario -  che mi ha fatto passare una bella vita e che mi ha aiutato nei momenti brutti della vita. Non avrei mai pensato a 77 anni di essere ancora qui.”

Pubblicato su "OROBIE" - luglio 2014 

#9 UN'IMMAGINE DICE PIU' DI MILLE PAROLE

- Martedì 15 luglio - ore 11:30:00 – Isola di Fondra – Valle Brembana -


E se nulla fosse vero? Se nemmeno questa volta la mia visione fosse reale? Se  dovessi ancora una volta cambiare prospettiva? Ho deciso! Ci provo. Oggi la ribalto, la prospettiva.

Radici nel cielo si protendono, si espandono, ne occupano un’infinitesima parte, ma la vita è altrove.

Sotto i miei piedi nell’humus della terra, nel suo profumo organico, nella sua friabile consistenza, lì la vita di espande e pulsa. Dove il tempo, quasi immobile, scorre lento nell’incedere geologico delle ere, lì le radici crescono, fendono la roccia, la esplorano, ne succhiano acqua e alimenti minerali.

Dentro il mio corpo, dove i sensi nulla possono fare, la vita  si dilata in spazi siderali, dove irrequieta la mente vaga alla ricerca di un senso in grado di placare le infinte domande.

Sopra mi tuffo tra le nubi, dove nei regni fantastici di Miyazaki, tutto è possibile e lo stupore è sovrano.

Vorrei essere sempre pronto a stupirmi e a trovarmi ogni volta spiazzato da ciò che vedo, da ciò che sento, da ciò che immagino, per potere cogliere i ritmi della vita.
 

domenica 29 giugno 2014

#8 UN'IMMAGINE DICE PIU' DI MILLE PAROLE

- Giovedì 26 giugno - ore 08:33:10 – Zù – Lago d’Iseo -


La bellezza. Ieri, nella notte, sino alle prime ore del giorno un cielo cupo e gonfio di nubi ha riversato tutta l’acqua raccolta nel suo viaggiare e che ormai non riusciva più a trattenere. Un muro d’acqua ha avvolto le montagne di casa. Milioni di gocce esplodono al suolo senza cessare un istante. Lame d’acqua corrono ovunque, non solo nei greti dei torrenti ma anche nei prati e lungo le strade.  M’impressiona tutta quest’acqua che scorre e travolge, e chi mi ritrovo in luoghi inimmaginabili. È ovunque e ovunque lascia il segno del suo passaggio: smottamenti, colate di fango, erosioni, piccoli crolli e allagamenti. Per fortuna, questa volta, nulla di grave è accaduto ed è stato tutto un correre, un verificare, un cercare di comprenderne le dinamiche, valutare i danni e capire come porre rimedio ove possibile. Oggi le nuvole giocano con il sole e mi ritrovo dove la montagna si tuffa nel lago. Cumuli di ghiaia e terra sono presenti ovunque, ad intasare ponti e ostruire strade. Un piccolo escavatore è già all’opera. Qui, ieri, l’acqua era in ogni dove, sulla strada, nel cortile, nella casa e dal giardino, scavalcando il muretto, scivolava nel lago. Osservo. Mi volto ed eccola, al primo momento non la colgo. Ritorno con lo sguardo sugli edifici, sulle acque rabbiose del torrente che, torbide, si gettano nel lago, sputate da un corridoio stretto tra due alti muri in cemento. Osservo e cerco di capire come è potuto accadere. Qualcosa mi sfugge, ma no si tratta dell’acqua, presto comprendo. La bellezza del mondo è lì alle mie spalle indifferente alle nostre vite, al nostro miope pasticciare sulla terra, ai nostri errori e ai nostri drammi. Lei non ha alcuna colpa e sempre si dona al nostro sguardo. La osservo.

PICCOLE STORIE #10

Miss Lily - 8a+ - Cornalba


“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio.
Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro. 
(Italo Calvino – Lezioni americane)

 “Io credo che la montagna sia semplicemente un posto di pace, un luogo che mi permette di vedere le cose secondo una prospettiva diversa, – Nico Favresse fa una breve pausa per cercare le parole esatte e poi continua - la montagna mi offre una prospettiva diversa.” Sean Villanueva, il suo compagno di avventura, aggiunge: “La montagna è un ottimo mezzo per saggiare i tuoi limiti mentali e fisici, ma soprattutto è un ottimo modo per sentire il potere della natura e del mondo.” Riprende Nico: “Nessuno mi obbliga a fare tutto questo. Quando parto per una grande parete so esattamente cosa mi aspetta: il freddo, la fatica, gli zaini pesantissimi, le bufere, le lunghe attese, il pericolo. Tutto ciò non ha nulla di eroico e non è questo che voglio raccontare.” Anche quest’anno i due alpinisti, ospiti per la terza volta de “Il Grande Sentiero”, evento patrocinato dalla nostra associazione e organizzato da LAB80, hanno raccontato, con leggerezza e intensità, le loro avventure verticali. Durante i quattro giorni dell’evento, scanditi da incontri con il pubblico e momenti di arrampicata collettiva, ciò che ha calamitato le attenzioni di un pubblico variegato e composto non solo da alpinisti, sono stati i toni scanzonati e a volte dissacratori con cui hanno narrato le loro storie. Accompagnandosi con la musica, tra una risata e un applauso, bandendo ogni tecnicismo e tono retorico o autocelebrativo, Nico e Sean ci hanno trasportato tutti in parete, trattenendoci lì per giorni e giorni, tra momenti di arrampicata e improbabili concertini chiusi nelle portaledge sospese nel vuoto, mentre fuori infuriava la bufera. Abbiamo quindi ascoltato Sean che, con il suo improbabile italiano, ci ha fatto rivivere, con trepidazione e una grande risata finale, il momento più drammatico della sua attività alpinistica, quando su una grande parete, dopo giorni di scalata, una raffica di vento gli ha strappato di mano l’ultima scorta di carta igienica.
Ciò che resta di questi incontri è quel senso di leggerezza che dovrebbe accompagnare ogni nostra azione, e quella determinazione tenace nel perseguire le proprie passione e dedicarsi a queste seriamente, con competenza e attenzione, senza mai prendersi troppo sul serio, con la giusta dose di ironia. Che sia nel nostro andare in montagna o nelle azioni quotidiane è importante tornare a valle, o arrivare alla fine di una giornata, con la consapevolezza del proprio agire, cercando di trattenere la gioia che scaturisce dall’avere vissuto attimi unici.


#2 - PARETI E RACCONTI - GIANNI E IL PIACERE DI ARRAMPICARE



Maslana. Agosto 2014. Oggi salgo al Pinacolo in compagnia di Gianni e mentre camminiamo lungo l’antica mulattiera che si inerpica al borgo, sembriamo due comari chiacchierone. Lui, al primo impatto, è una persona schiva, quasi timida, ma quando si entra in confidenza è un perfetto compagno di viaggio e di scalata. Gianni è nato e vive a Castione della Presolana. Ha iniziato a scalare non giovanissimo, era già il 1988 quando, con i fratelli Colombo, fa la “gavetta” sulla montagna di casa: la Presolana.

Nel suo girovagare verticale, nel 1991 arriva a Valbondione e sale a Maslana per vedere da vicino il Pinnacolo o come lui ama chiamarlo “il Pinacolo”, così lo indicano locali, così sta scritto sulle cartografie. Insieme ricostruiamo la storia della parete, ricordi e aneddoti si accavallano. Mi racconta della sua prima scalata sul Pinacolo e di tutte le volte che è tornato per ripetere le vie del “Nuovo Mattino”, ma sempre con l’idea di aprire delle linee dove venisse esaltato il piacere dell’arrampicata, senza troppi spaventi. “Itinerari su cui si possa godere – mi spiega Gianni - della solidità della roccia, dell’eleganza dei movimenti, della bellezza dell’ambiente e dove la componente dell’impegno psicologico sia ridotto, esaltando quello tecnico e fisico.” E continua: “Le fessure di “Pegaso” o di “Vent’anni” sono bellissime ma senza alcuna protezione presente in loco, richiedono determinazione ed esperienza, quindi non sono accessibili a tutti. Poi fin quando si resta nelle fessure, dove comunque ci si può proteggere, questo è accettabile, ma sulle placche compatte mi sono convinto che si debbano percorrere altre strade.

Alla fine degli anni 80 qualcuno si è già avventura sulle placche compatte del Pinacolo con due approcci differenti. Nel 1988 Conti e Simoncelli chiodano a spit “Il sacro tempio” la via viene subito ripetuta e anche Gianni la percorre, purtroppo lo stile di apertura non è encomiabile. “Questa via –ricorda Gianni - è stata attrezzata calandosi dalla cima. Ognuno è libero di chiodare come vuole una nuova linea, ma facendo così si toglie quella dimensione d’avventura, quel gusto particolare della scoperta che, in fase di apertura, è una componente importantissima. Riuscirò a passare no? Avrò intuito l’esatta sequenza dei movimenti? Tante sono le domande che ti fai mentre sali su terreno vergine e le risposte le trovi solo proseguendo, scalando, proteggendonti e se necessario modificando il proprio cammino in relazione a quello che ti suggerisce la roccia, con le sue forme e le sue caratteristiche.”

Nel 1989 Ennio Spiranelli e Nello Moioli salgono dal basso “Maslana beach”, piantano solo tre spit e dei piccoli chiodi a lama che non garantiscono alcuna tenuta in caso di volo. L’impegno tecnico e psicologico è notevole e i rischi che una caduta abbia conseguenze poco piacevoli è quasi garantito. “Quando chiodo una via – afferma Gianni – penso già a chi la ripeterà e cerco di posizionare le protezioni fisse, i fix, in modo tale che i ripetitori possano godere dell’arrampicata senza rischiare di farsi male. Anche se una componente di rischio nell’arrampicata resta sempre, il mio modello di riferimento è quello delle vie plasir che in quegli anni si diffondevano in Svizzera e Francia.

Quindi con le idee ben chiare, già da allora, in quella lontana estate del 1997, sale sino ai piedi del Pinacolo carico di tutto il materiale. Alla base ripulisce un grottino da cui prendono il via le sue due prime creazioni, a destra si sale “New age” e sinistra “Il risveglio”. La roccia compatta e rugosa, la chiodatura non troppo distanziata, le difficoltà costanti e mai elevate, le soste comode e ben attrezzate decretano l’immediato successo delle due nuove nate. Da subito non passa fine settimana che non si contino più di una cordata impegnata sulle vie di Gianni. Il suo obiettivo di creare vie d’arrampicata dove fosse il piacere della scalata a predominare era raggiunto, glielo confermano ancora oggi le decine e decine di cordate che affollavano le sue creazioni. Scalatori che apprezzano immensamente il perfetto stile plasir , giocando in equilibrio su queste grandi placche, nonché l’arrampicata tecnica ed estetica che questa strana roccia offre.

“Se poi ci mettiamo l’incantevole paesaggio alpino in cui si scala e la possibilità di avere un posto privilegiato in prima fila per vedere lo spettacolo delle cascate del Serio, il quadro è completo.” La soddisfazione di Gianni è grande, quando mi parla di questo. È la passione il motore che lo spinge sempre in avanti, lui non è un alpinista professionista, durante la settimana lavora, è imbianchino, e all’arrampicata si dedica solo nel tempo libero.

Nel mentre continuiamo a salire, oltre il bosco c’è un punto esatto dove il Pinacolo appare come un missile proiettato nel cielo, una lancia di pietra dalle forme perfette e degne delle guglie di protogino del Monte Bianco. Ci fermiamo a osservarlo e per un attimo cala il silenzio. Lo sguardo perlustra la est inondata dal sole e la sud dove placche e diedri si alternano tra ombra e luce. “Oggi siamo fortunati – esclama Gianni – non c’è nessuno in parete. Saremo soli.” Saliamo, sostiamo più volte e sicuramente, ne io ne Gianni, ce la siamo mai presa così comoda come oggi, ma se arrampicare è un piacere, oggi il piacere sarà spinto al massimo.

Passiamo in rassegna tutte le vie della parete, oltre venti, di cui sette sono quelle che portano la sua firma. Dal 1997 al 2002 ha confezionato questi sette viaggi verticali che continuano a richiamare molti scalatori e hanno fatto conoscere questa montagna a un più vasto pubblico alpinistico, stimolando anche la riscoperta degli itinerari classici in fessura. Ormai siamo alla base della parete e decidiamo di scalare le due vie da cui è partita questa new age. Ora non saremo più noi a parlare, ma sarà la roccia a narrare la sua storia, fatta di vuoto, verticalità e piacere.



Storia in pillole

Maslana. Giugno 1997. Il rumore di un trapano si scioglie nel vento, la punta d’acciaio ruota spedita, forando la roccia a trasformarla in uno sbuffo di polvere che si disperde nell’aria. Così ha inizio la “new age” di questo luogo, questo rumore ne segna “il risveglio”, per mano di Gianni Tomasoni.

Prima di allora era già stato oggetto d’attenzione alpinistica. Negli anni 70 Luciano Suardi sale ben tre itinerari. Se la via “Il decennale” e la “Via degli amici” sono cadute nel dimenticatoio, lo “Spigolo sud-est” è un itinerario estetico e impegnativo, ancora oggi ripetuto. In quegli anni anche l’attenzione di Walter Bonatti si posa sulle belle forme della parete che sovrasta Maslana. Bonatti, con l’amico Dino Perolari sale ai piedi del Pinnacolo con l’idea di aprire un nuovo itinerario, le linee che aveva individuato però coincidono con quelle che Suardi ha appena salito. Bonatti si limita a ripeterle.

Negli anni 80, il “Nuovo Mattino” si impone. All’alpinismo eroico si contrappone il gioco-arrampicata, dove al raggiungimento della vetta non viene data alcuna importanza e ci si concentra sul gesto e sulla sua componete estetica, il tutto con toni dissacratori e goliardici. A testimonianza, ancora oggi restano le vie con i loro nomi: “Bingo bongo”, “Vent’anni di sfiga”, “L’ultimo shoapoo del generale Custer”, “Pegaso Machine”, “La finestra di Landerloof”, “I funghi buoni”, “Il precipuzio dei cammelloidi”. Dietro a questi nomi fantasiosi e irriverenti, non solo si mascherano itinerari in libera di grande impegno, ma c’è anche un gruppo di fortissimi arrampicatori che hanno radicalmente influenzato e rivoluzionato la storia dell’arrampicata e dell’alpinismo di quegli anni: Alessandro Gogna, Ivan Guerini, Umberto Villotta anche se un nome su tutti torna ed è presente ad ogni salita, colui che è l’artefice di questa vitalità: Andrea Savonitto detto “Il Gigante”. Delle prime vie in placca di Spiranelli- Moioli e Conti-Simoncelli ne abbiamo già parlato. Arriviamo quindi agli anni 90, all’era plasir di Gianni e qui la storia del Pinnacolo non finisce. L’ultima nata è una via in placca di alta difficoltà “La fiamma”. Nel 2012 Fulvio Zanetti, Ernesto Cochetti aprono questo stupendo itinerario che si sviluppa sugli specchi aranciati della parete est per 250 metri, con difficoltà sino al 7c+ (7a obb.)/S3/II. La prima salita in libera è stata realizzata dallo stesso Fulvio in compagnia del giovane talento Maurizio Tasca. Non sono mancate le prime ripetizioni che ne confermano l’impegno e la bellezza.

Pubblicato su "OROBIE" - giugno 2014

martedì 27 maggio 2014

#1 - PARETI E RACCONTI - L'INIZIO



“Pareti e racconti” è una nuovo cammino che Orobie desidera proporvi a partire da questo numero. Cinque saranno gli appuntamenti di questa prima serie. Cinque personaggi, con le loro storie e i loro racconti, ci hanno accompagnato ai piedi di cinque grandi pareti, al cui cospetto ci siamo messi in ascolto.
Ognuno di noi ha un luogo speciale, una situazione particolare in cui si sente a proprio agio, in cui sa di essere al posto giusto, in equilibrio. Luoghi dove spesso si torna per riprendere fiato, dove per un istante è possibile abbandonare il flusso del vivere e riappropriarsi della propria vita, quella più intima. Quindi fare il punto, prendere le misure e ritrovare la giusta distanza dal frenetico avvicendarsi degli eventi. Così lentamente il ritmo si quieta, tutto sedimenta, lasciando emergere solo la sostanza svestita da ogni orpello. Solo allora si possono vedere le cose con maggiore chiarezza e ascoltare l’energia fluire, sentendosi rigenerati e pronti per ripartire. In questi luoghi riaffiorano ricordi del proprio vissuto, si acuiscono desideri e nascono nuove idee, nuovi progetti.
Per qualcuno è un angolo della propria casa, magari nell’attimo esatto in cui la luce del sole si allarga come una pozzanghera sul pavimento. Per altri esattamente quella panca del parco, contro il tronco del tiglio dove, nelle giornate d’inverno, si è riparati dal vento e si sente il tepore del timido sole pomeridiano. Oppure quel tavolino del bar in piazza che, nelle sere d’estate, viene sfiorato dal riflesso del tramonto, che rimbalza sulle finestre del palazzo di fronte. Insomma luoghi del nostro vivere, solo all’apparenza uguali a mille altri e senza i quali non saremmo quello che siamo ora, perché anche lì la nostra storia ha preso la sua forma. In questi spazi privilegiati si è quindi in grado di mettere a fuoco l’essenza del proprio agire e perché no, magari, raccontarsi.
Anche tra i monti esistono luoghi particolari: valli, cime e versanti che, agli occhi attenti di qualcuno, hanno acquistato un valore specifico. Pareti avvicinate con rispetto e con passione da “piccoli uomini” che, consci di non essere nulla di fronte a tanta potenza, si sono adattati a quel mondo essenziale fatto di verticalità e vuoto.
Nei prossimi mesi vi proporremo questi cinque incontri avvenuti ai piedi di luoghi unici, dove la vertigine domina, e dove abbiamo cercato di catturare l’intimo legame tra i nostri testimoni e queste geografie di pietra. 

Abbiamo seguito Gianni Tomasoni, schivo alpinista di Castione della Presolana, in alta Valle Seriana, sino dove la strada termina e inizia la mulattiera che sale all’incantato borgo di Maslana.  Con lui ci siamo inerpicati oltre le ultime case e oltre le faggete, per sbucare sui ripidi prati da cui la pietra si proietta verso il cielo in un missile compatto dalle linee nette, pulite. Su questa roccia aveva messo gli occhi e le mani Walter Bonatti e, negli anni del Nuovo Mattino, Andrea Savonitto e Ivan Guerini. Il Pinnacolo però ha dovuto attendere le creazioni di Gianni per vivere “Il risveglio”  e perché avesse inizio una “New age” tutta da vivere. Da quel lontano 1997, in cui nacquero i primi itinerari, non passa fine settimana in cui numerose cordate si godano la bellezza di questo monolite orobico, scalando sulle numerose vie “plasir” aperte ed attrezzate dall’infaticabile Gianni.
Ci siamo quindi spostati dalle valli bergamasche, nella vicina Val Camonica. Nostro mentore in questo viaggio, che ci ha condotto ai piedi dell’immensa parete nord dell’Adamello, è stato il decano dell’alpinismo bergamasco: Mario Curnis. Con lui abbiamo chiacchierato a lungo mentre il sentiero, che da malga Caldea sale al rifugio Garibaldi, si srotolava sotto i nostri passi. Sulla terrazza del rifugio, tra una battuta alle belle ragazze che prendevano il sole e un piatto di pasta, Mario ci ha raccontato della prima ripetizione invernale che lo ha visto protagonista, con i suoi amici, sullo spigolo nord di quella montagna, e di tante altre avventure. Alla fine nemmeno ci eravamo resi conto che cinquanta anni esatti erano trascorsi da quei giorni memorabili, mentre le parole di Mario fluivano fresche e vivide come se fossero ricordi di qualcosa accaduto poco tempo fa.

Dopo la trasferta nel cuore del massiccio granitico dell’Adamello, siamo rientrati tra i nostri monti bergamaschi e un testimone speciale ci ha accompagnato alla scoperta della parete più selvaggia e alta della Presolana. Ennio Spiranelli più di trent’anni fa ha aperto la sua prima via sul calcare della Regina delle nostre Orobie, da allora non ha più smesso e continua a scovare e salire nuove linee. Ma la parete a cui è più legato e che lo ha letteralmente stregato è il complesso versante nord compreso tra la Presolana Occidentale e quella di Castione, scendendo sino alle bastionate delle Creste di Valzurio.  Su queste pareti, che si impennano verso il cielo per oltre cinquecento metri,  ha passato molti giorni e tanti sono stati i bivacchi che ha vissuto appeso su queste rocce. Qui ha scalato sia d’estate, lungo impegnative vie di roccia, che d’inverno, nella ricerca di nuove linee in cui il ghiaccio e la neve aiutano la progressione. Ben sei sono le sue creazioni in questo angolo di Presolana e di certo ha altri progetti che custodisce gelosamente nel suo cassetto dei sogni.
Dopo questa incursione dal sapore dolomitico, abbiamo rivolto l’attenzione a una grande parete, quella che forse è la big-wall per antonomasia di tutto l’arco alpino: il Qualido. Simone Pedeferri, in una splendida giornata autunnale, ci ha accompagnato ai piedi di questo specchio granitico che domina dall’alto dell’omonima valle, la meravigliosa Val di Mello.  Con lui abbiamo giocato sulle placche basali, ascoltando i suoi racconti dove arte e arrampicata si fondono, dove le lunghe giornate vissute in parete sono il necessario complemento del tempo passato in studio a disegnare, dipingere, plasmare. Perché in entrambe le situazioni ciò che guida il suo agire è il desiderio di creare, lasciare un segno compito, colmo di senso e significati.
Con l’arrivo dell’inverno abbiamo puntato diritti nel cuore delle Grigne. Oltre la vetta del Grignone e il rifugio  Brioschi, ci si affaccia sul lago e nulla si percepisce della parete sud ovest che precipita sotto di noi. Un versante nascosto e di difficile accesso dove Benigno Ballatti, alpinista di Mandello, torna ogni inverno per ripercorrere le sue creazioni: linee effimere di ghiaccio, incastonate tra speroni di calcare.  Con Benigno siamo saliti per scrutare questa parete, quando si illumina nel pomeriggio, per sentirlo raccontare della sua montagna di casa e delle emozioni che gli ha regalato, e con la certezza che saremmo tornati con piccozze e ramponi per legarci alla sua corda e seguirlo su una delle sue linee.

Matteo, compagno d’avventura, ha meravigliosamente fermato nei suoi scatti, istanti unici e irripetibili, cogliendo sguardi, atmosfere e legami che ben fan comprendere l’intimo legame tra l’alpinista e la “sua” montagna.
Quindi vi porteremo in lungo viaggio fatto d’incontri e proprio lì, dove il tempo e gli elementi hanno scolpito con sapienza e pazienza la roccia, ci fermeremo assieme ad ascoltare i ricordi di questi “piccoli uomini”  che per alcuni istanti, con le loro gesta e con il loro vivere, hanno scritto la storia di queste pareti. Abbiamo risalito valli, con loro abbiamo camminato e scalato. Abbiamo seguito il ritmo dei loro passi e sul loro respiro abbiamo colto il luccicare dei loro occhi. Ci siamo fatti trasportare dai loro passi, dal loro sguardo attento, dalle loro parole. Sull’onda delle sensazioni abbiamo assecondato questo loro raccontarsi, diverso dal solito, più raccolto, quasi intimo.
Raccontarsi, durante il cammino, le soste e le scalate, si è rivelato prezioso per chi ascoltava e per chi narrava. È stato come se si prendessero una pausa, per fermarsi e ripensare a quanto accaduto, per dare un senso alle fatiche e alle gioie, attribuendo un significato alle esperienze trascorse e progettando quindi un futuro.
Raccontare frammenti del proprio vissuto, condividendoli con altri, ha riportato a galla emozioni dalle mille sfaccettature e di una ricchezza dimenticata. Come fosse quasi un atto liberatorio, in cui la storia non era più solo loro, ma diveniva anche degli altri. Questo abbiamo cercato e questo abbiamo trovato, camminando tra i monti in compagnia di amici che hanno regalato le loro emozioni e che ora riproponiamo a voi tutti.
L’intensità dell’esperienza è stata potente, forse perché eravamo esattamente in quei luoghi dove le storie nascono e fluiscono: all’ombra di grandi pareti.
Seguiteci in questo cammino tra le pagine della rivista, dove i neri dell’inchiostro vi prenderanno per mano e, impreziositi dalle fotografie di Matteo, vi accompagneranno alla scoperta di un mondo sospeso fatto di “Pareti e Racconti”