domenica 29 giugno 2014

#8 UN'IMMAGINE DICE PIU' DI MILLE PAROLE

- Giovedì 26 giugno - ore 08:33:10 – Zù – Lago d’Iseo -


La bellezza. Ieri, nella notte, sino alle prime ore del giorno un cielo cupo e gonfio di nubi ha riversato tutta l’acqua raccolta nel suo viaggiare e che ormai non riusciva più a trattenere. Un muro d’acqua ha avvolto le montagne di casa. Milioni di gocce esplodono al suolo senza cessare un istante. Lame d’acqua corrono ovunque, non solo nei greti dei torrenti ma anche nei prati e lungo le strade.  M’impressiona tutta quest’acqua che scorre e travolge, e chi mi ritrovo in luoghi inimmaginabili. È ovunque e ovunque lascia il segno del suo passaggio: smottamenti, colate di fango, erosioni, piccoli crolli e allagamenti. Per fortuna, questa volta, nulla di grave è accaduto ed è stato tutto un correre, un verificare, un cercare di comprenderne le dinamiche, valutare i danni e capire come porre rimedio ove possibile. Oggi le nuvole giocano con il sole e mi ritrovo dove la montagna si tuffa nel lago. Cumuli di ghiaia e terra sono presenti ovunque, ad intasare ponti e ostruire strade. Un piccolo escavatore è già all’opera. Qui, ieri, l’acqua era in ogni dove, sulla strada, nel cortile, nella casa e dal giardino, scavalcando il muretto, scivolava nel lago. Osservo. Mi volto ed eccola, al primo momento non la colgo. Ritorno con lo sguardo sugli edifici, sulle acque rabbiose del torrente che, torbide, si gettano nel lago, sputate da un corridoio stretto tra due alti muri in cemento. Osservo e cerco di capire come è potuto accadere. Qualcosa mi sfugge, ma no si tratta dell’acqua, presto comprendo. La bellezza del mondo è lì alle mie spalle indifferente alle nostre vite, al nostro miope pasticciare sulla terra, ai nostri errori e ai nostri drammi. Lei non ha alcuna colpa e sempre si dona al nostro sguardo. La osservo.

PICCOLE STORIE #10

Miss Lily - 8a+ - Cornalba


“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio.
Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro. 
(Italo Calvino – Lezioni americane)

 “Io credo che la montagna sia semplicemente un posto di pace, un luogo che mi permette di vedere le cose secondo una prospettiva diversa, – Nico Favresse fa una breve pausa per cercare le parole esatte e poi continua - la montagna mi offre una prospettiva diversa.” Sean Villanueva, il suo compagno di avventura, aggiunge: “La montagna è un ottimo mezzo per saggiare i tuoi limiti mentali e fisici, ma soprattutto è un ottimo modo per sentire il potere della natura e del mondo.” Riprende Nico: “Nessuno mi obbliga a fare tutto questo. Quando parto per una grande parete so esattamente cosa mi aspetta: il freddo, la fatica, gli zaini pesantissimi, le bufere, le lunghe attese, il pericolo. Tutto ciò non ha nulla di eroico e non è questo che voglio raccontare.” Anche quest’anno i due alpinisti, ospiti per la terza volta de “Il Grande Sentiero”, evento patrocinato dalla nostra associazione e organizzato da LAB80, hanno raccontato, con leggerezza e intensità, le loro avventure verticali. Durante i quattro giorni dell’evento, scanditi da incontri con il pubblico e momenti di arrampicata collettiva, ciò che ha calamitato le attenzioni di un pubblico variegato e composto non solo da alpinisti, sono stati i toni scanzonati e a volte dissacratori con cui hanno narrato le loro storie. Accompagnandosi con la musica, tra una risata e un applauso, bandendo ogni tecnicismo e tono retorico o autocelebrativo, Nico e Sean ci hanno trasportato tutti in parete, trattenendoci lì per giorni e giorni, tra momenti di arrampicata e improbabili concertini chiusi nelle portaledge sospese nel vuoto, mentre fuori infuriava la bufera. Abbiamo quindi ascoltato Sean che, con il suo improbabile italiano, ci ha fatto rivivere, con trepidazione e una grande risata finale, il momento più drammatico della sua attività alpinistica, quando su una grande parete, dopo giorni di scalata, una raffica di vento gli ha strappato di mano l’ultima scorta di carta igienica.
Ciò che resta di questi incontri è quel senso di leggerezza che dovrebbe accompagnare ogni nostra azione, e quella determinazione tenace nel perseguire le proprie passione e dedicarsi a queste seriamente, con competenza e attenzione, senza mai prendersi troppo sul serio, con la giusta dose di ironia. Che sia nel nostro andare in montagna o nelle azioni quotidiane è importante tornare a valle, o arrivare alla fine di una giornata, con la consapevolezza del proprio agire, cercando di trattenere la gioia che scaturisce dall’avere vissuto attimi unici.


#2 - PARETI E RACCONTI - GIANNI E IL PIACERE DI ARRAMPICARE



Maslana. Agosto 2014. Oggi salgo al Pinacolo in compagnia di Gianni e mentre camminiamo lungo l’antica mulattiera che si inerpica al borgo, sembriamo due comari chiacchierone. Lui, al primo impatto, è una persona schiva, quasi timida, ma quando si entra in confidenza è un perfetto compagno di viaggio e di scalata. Gianni è nato e vive a Castione della Presolana. Ha iniziato a scalare non giovanissimo, era già il 1988 quando, con i fratelli Colombo, fa la “gavetta” sulla montagna di casa: la Presolana.

Nel suo girovagare verticale, nel 1991 arriva a Valbondione e sale a Maslana per vedere da vicino il Pinnacolo o come lui ama chiamarlo “il Pinacolo”, così lo indicano locali, così sta scritto sulle cartografie. Insieme ricostruiamo la storia della parete, ricordi e aneddoti si accavallano. Mi racconta della sua prima scalata sul Pinacolo e di tutte le volte che è tornato per ripetere le vie del “Nuovo Mattino”, ma sempre con l’idea di aprire delle linee dove venisse esaltato il piacere dell’arrampicata, senza troppi spaventi. “Itinerari su cui si possa godere – mi spiega Gianni - della solidità della roccia, dell’eleganza dei movimenti, della bellezza dell’ambiente e dove la componente dell’impegno psicologico sia ridotto, esaltando quello tecnico e fisico.” E continua: “Le fessure di “Pegaso” o di “Vent’anni” sono bellissime ma senza alcuna protezione presente in loco, richiedono determinazione ed esperienza, quindi non sono accessibili a tutti. Poi fin quando si resta nelle fessure, dove comunque ci si può proteggere, questo è accettabile, ma sulle placche compatte mi sono convinto che si debbano percorrere altre strade.

Alla fine degli anni 80 qualcuno si è già avventura sulle placche compatte del Pinacolo con due approcci differenti. Nel 1988 Conti e Simoncelli chiodano a spit “Il sacro tempio” la via viene subito ripetuta e anche Gianni la percorre, purtroppo lo stile di apertura non è encomiabile. “Questa via –ricorda Gianni - è stata attrezzata calandosi dalla cima. Ognuno è libero di chiodare come vuole una nuova linea, ma facendo così si toglie quella dimensione d’avventura, quel gusto particolare della scoperta che, in fase di apertura, è una componente importantissima. Riuscirò a passare no? Avrò intuito l’esatta sequenza dei movimenti? Tante sono le domande che ti fai mentre sali su terreno vergine e le risposte le trovi solo proseguendo, scalando, proteggendonti e se necessario modificando il proprio cammino in relazione a quello che ti suggerisce la roccia, con le sue forme e le sue caratteristiche.”

Nel 1989 Ennio Spiranelli e Nello Moioli salgono dal basso “Maslana beach”, piantano solo tre spit e dei piccoli chiodi a lama che non garantiscono alcuna tenuta in caso di volo. L’impegno tecnico e psicologico è notevole e i rischi che una caduta abbia conseguenze poco piacevoli è quasi garantito. “Quando chiodo una via – afferma Gianni – penso già a chi la ripeterà e cerco di posizionare le protezioni fisse, i fix, in modo tale che i ripetitori possano godere dell’arrampicata senza rischiare di farsi male. Anche se una componente di rischio nell’arrampicata resta sempre, il mio modello di riferimento è quello delle vie plasir che in quegli anni si diffondevano in Svizzera e Francia.

Quindi con le idee ben chiare, già da allora, in quella lontana estate del 1997, sale sino ai piedi del Pinacolo carico di tutto il materiale. Alla base ripulisce un grottino da cui prendono il via le sue due prime creazioni, a destra si sale “New age” e sinistra “Il risveglio”. La roccia compatta e rugosa, la chiodatura non troppo distanziata, le difficoltà costanti e mai elevate, le soste comode e ben attrezzate decretano l’immediato successo delle due nuove nate. Da subito non passa fine settimana che non si contino più di una cordata impegnata sulle vie di Gianni. Il suo obiettivo di creare vie d’arrampicata dove fosse il piacere della scalata a predominare era raggiunto, glielo confermano ancora oggi le decine e decine di cordate che affollavano le sue creazioni. Scalatori che apprezzano immensamente il perfetto stile plasir , giocando in equilibrio su queste grandi placche, nonché l’arrampicata tecnica ed estetica che questa strana roccia offre.

“Se poi ci mettiamo l’incantevole paesaggio alpino in cui si scala e la possibilità di avere un posto privilegiato in prima fila per vedere lo spettacolo delle cascate del Serio, il quadro è completo.” La soddisfazione di Gianni è grande, quando mi parla di questo. È la passione il motore che lo spinge sempre in avanti, lui non è un alpinista professionista, durante la settimana lavora, è imbianchino, e all’arrampicata si dedica solo nel tempo libero.

Nel mentre continuiamo a salire, oltre il bosco c’è un punto esatto dove il Pinacolo appare come un missile proiettato nel cielo, una lancia di pietra dalle forme perfette e degne delle guglie di protogino del Monte Bianco. Ci fermiamo a osservarlo e per un attimo cala il silenzio. Lo sguardo perlustra la est inondata dal sole e la sud dove placche e diedri si alternano tra ombra e luce. “Oggi siamo fortunati – esclama Gianni – non c’è nessuno in parete. Saremo soli.” Saliamo, sostiamo più volte e sicuramente, ne io ne Gianni, ce la siamo mai presa così comoda come oggi, ma se arrampicare è un piacere, oggi il piacere sarà spinto al massimo.

Passiamo in rassegna tutte le vie della parete, oltre venti, di cui sette sono quelle che portano la sua firma. Dal 1997 al 2002 ha confezionato questi sette viaggi verticali che continuano a richiamare molti scalatori e hanno fatto conoscere questa montagna a un più vasto pubblico alpinistico, stimolando anche la riscoperta degli itinerari classici in fessura. Ormai siamo alla base della parete e decidiamo di scalare le due vie da cui è partita questa new age. Ora non saremo più noi a parlare, ma sarà la roccia a narrare la sua storia, fatta di vuoto, verticalità e piacere.



Storia in pillole

Maslana. Giugno 1997. Il rumore di un trapano si scioglie nel vento, la punta d’acciaio ruota spedita, forando la roccia a trasformarla in uno sbuffo di polvere che si disperde nell’aria. Così ha inizio la “new age” di questo luogo, questo rumore ne segna “il risveglio”, per mano di Gianni Tomasoni.

Prima di allora era già stato oggetto d’attenzione alpinistica. Negli anni 70 Luciano Suardi sale ben tre itinerari. Se la via “Il decennale” e la “Via degli amici” sono cadute nel dimenticatoio, lo “Spigolo sud-est” è un itinerario estetico e impegnativo, ancora oggi ripetuto. In quegli anni anche l’attenzione di Walter Bonatti si posa sulle belle forme della parete che sovrasta Maslana. Bonatti, con l’amico Dino Perolari sale ai piedi del Pinnacolo con l’idea di aprire un nuovo itinerario, le linee che aveva individuato però coincidono con quelle che Suardi ha appena salito. Bonatti si limita a ripeterle.

Negli anni 80, il “Nuovo Mattino” si impone. All’alpinismo eroico si contrappone il gioco-arrampicata, dove al raggiungimento della vetta non viene data alcuna importanza e ci si concentra sul gesto e sulla sua componete estetica, il tutto con toni dissacratori e goliardici. A testimonianza, ancora oggi restano le vie con i loro nomi: “Bingo bongo”, “Vent’anni di sfiga”, “L’ultimo shoapoo del generale Custer”, “Pegaso Machine”, “La finestra di Landerloof”, “I funghi buoni”, “Il precipuzio dei cammelloidi”. Dietro a questi nomi fantasiosi e irriverenti, non solo si mascherano itinerari in libera di grande impegno, ma c’è anche un gruppo di fortissimi arrampicatori che hanno radicalmente influenzato e rivoluzionato la storia dell’arrampicata e dell’alpinismo di quegli anni: Alessandro Gogna, Ivan Guerini, Umberto Villotta anche se un nome su tutti torna ed è presente ad ogni salita, colui che è l’artefice di questa vitalità: Andrea Savonitto detto “Il Gigante”. Delle prime vie in placca di Spiranelli- Moioli e Conti-Simoncelli ne abbiamo già parlato. Arriviamo quindi agli anni 90, all’era plasir di Gianni e qui la storia del Pinnacolo non finisce. L’ultima nata è una via in placca di alta difficoltà “La fiamma”. Nel 2012 Fulvio Zanetti, Ernesto Cochetti aprono questo stupendo itinerario che si sviluppa sugli specchi aranciati della parete est per 250 metri, con difficoltà sino al 7c+ (7a obb.)/S3/II. La prima salita in libera è stata realizzata dallo stesso Fulvio in compagnia del giovane talento Maurizio Tasca. Non sono mancate le prime ripetizioni che ne confermano l’impegno e la bellezza.

Pubblicato su "OROBIE" - giugno 2014

martedì 27 maggio 2014

#1 - PARETI E RACCONTI - L'INIZIO



“Pareti e racconti” è una nuovo cammino che Orobie desidera proporvi a partire da questo numero. Cinque saranno gli appuntamenti di questa prima serie. Cinque personaggi, con le loro storie e i loro racconti, ci hanno accompagnato ai piedi di cinque grandi pareti, al cui cospetto ci siamo messi in ascolto.
Ognuno di noi ha un luogo speciale, una situazione particolare in cui si sente a proprio agio, in cui sa di essere al posto giusto, in equilibrio. Luoghi dove spesso si torna per riprendere fiato, dove per un istante è possibile abbandonare il flusso del vivere e riappropriarsi della propria vita, quella più intima. Quindi fare il punto, prendere le misure e ritrovare la giusta distanza dal frenetico avvicendarsi degli eventi. Così lentamente il ritmo si quieta, tutto sedimenta, lasciando emergere solo la sostanza svestita da ogni orpello. Solo allora si possono vedere le cose con maggiore chiarezza e ascoltare l’energia fluire, sentendosi rigenerati e pronti per ripartire. In questi luoghi riaffiorano ricordi del proprio vissuto, si acuiscono desideri e nascono nuove idee, nuovi progetti.
Per qualcuno è un angolo della propria casa, magari nell’attimo esatto in cui la luce del sole si allarga come una pozzanghera sul pavimento. Per altri esattamente quella panca del parco, contro il tronco del tiglio dove, nelle giornate d’inverno, si è riparati dal vento e si sente il tepore del timido sole pomeridiano. Oppure quel tavolino del bar in piazza che, nelle sere d’estate, viene sfiorato dal riflesso del tramonto, che rimbalza sulle finestre del palazzo di fronte. Insomma luoghi del nostro vivere, solo all’apparenza uguali a mille altri e senza i quali non saremmo quello che siamo ora, perché anche lì la nostra storia ha preso la sua forma. In questi spazi privilegiati si è quindi in grado di mettere a fuoco l’essenza del proprio agire e perché no, magari, raccontarsi.
Anche tra i monti esistono luoghi particolari: valli, cime e versanti che, agli occhi attenti di qualcuno, hanno acquistato un valore specifico. Pareti avvicinate con rispetto e con passione da “piccoli uomini” che, consci di non essere nulla di fronte a tanta potenza, si sono adattati a quel mondo essenziale fatto di verticalità e vuoto.
Nei prossimi mesi vi proporremo questi cinque incontri avvenuti ai piedi di luoghi unici, dove la vertigine domina, e dove abbiamo cercato di catturare l’intimo legame tra i nostri testimoni e queste geografie di pietra. 

Abbiamo seguito Gianni Tomasoni, schivo alpinista di Castione della Presolana, in alta Valle Seriana, sino dove la strada termina e inizia la mulattiera che sale all’incantato borgo di Maslana.  Con lui ci siamo inerpicati oltre le ultime case e oltre le faggete, per sbucare sui ripidi prati da cui la pietra si proietta verso il cielo in un missile compatto dalle linee nette, pulite. Su questa roccia aveva messo gli occhi e le mani Walter Bonatti e, negli anni del Nuovo Mattino, Andrea Savonitto e Ivan Guerini. Il Pinnacolo però ha dovuto attendere le creazioni di Gianni per vivere “Il risveglio”  e perché avesse inizio una “New age” tutta da vivere. Da quel lontano 1997, in cui nacquero i primi itinerari, non passa fine settimana in cui numerose cordate si godano la bellezza di questo monolite orobico, scalando sulle numerose vie “plasir” aperte ed attrezzate dall’infaticabile Gianni.
Ci siamo quindi spostati dalle valli bergamasche, nella vicina Val Camonica. Nostro mentore in questo viaggio, che ci ha condotto ai piedi dell’immensa parete nord dell’Adamello, è stato il decano dell’alpinismo bergamasco: Mario Curnis. Con lui abbiamo chiacchierato a lungo mentre il sentiero, che da malga Caldea sale al rifugio Garibaldi, si srotolava sotto i nostri passi. Sulla terrazza del rifugio, tra una battuta alle belle ragazze che prendevano il sole e un piatto di pasta, Mario ci ha raccontato della prima ripetizione invernale che lo ha visto protagonista, con i suoi amici, sullo spigolo nord di quella montagna, e di tante altre avventure. Alla fine nemmeno ci eravamo resi conto che cinquanta anni esatti erano trascorsi da quei giorni memorabili, mentre le parole di Mario fluivano fresche e vivide come se fossero ricordi di qualcosa accaduto poco tempo fa.

Dopo la trasferta nel cuore del massiccio granitico dell’Adamello, siamo rientrati tra i nostri monti bergamaschi e un testimone speciale ci ha accompagnato alla scoperta della parete più selvaggia e alta della Presolana. Ennio Spiranelli più di trent’anni fa ha aperto la sua prima via sul calcare della Regina delle nostre Orobie, da allora non ha più smesso e continua a scovare e salire nuove linee. Ma la parete a cui è più legato e che lo ha letteralmente stregato è il complesso versante nord compreso tra la Presolana Occidentale e quella di Castione, scendendo sino alle bastionate delle Creste di Valzurio.  Su queste pareti, che si impennano verso il cielo per oltre cinquecento metri,  ha passato molti giorni e tanti sono stati i bivacchi che ha vissuto appeso su queste rocce. Qui ha scalato sia d’estate, lungo impegnative vie di roccia, che d’inverno, nella ricerca di nuove linee in cui il ghiaccio e la neve aiutano la progressione. Ben sei sono le sue creazioni in questo angolo di Presolana e di certo ha altri progetti che custodisce gelosamente nel suo cassetto dei sogni.
Dopo questa incursione dal sapore dolomitico, abbiamo rivolto l’attenzione a una grande parete, quella che forse è la big-wall per antonomasia di tutto l’arco alpino: il Qualido. Simone Pedeferri, in una splendida giornata autunnale, ci ha accompagnato ai piedi di questo specchio granitico che domina dall’alto dell’omonima valle, la meravigliosa Val di Mello.  Con lui abbiamo giocato sulle placche basali, ascoltando i suoi racconti dove arte e arrampicata si fondono, dove le lunghe giornate vissute in parete sono il necessario complemento del tempo passato in studio a disegnare, dipingere, plasmare. Perché in entrambe le situazioni ciò che guida il suo agire è il desiderio di creare, lasciare un segno compito, colmo di senso e significati.
Con l’arrivo dell’inverno abbiamo puntato diritti nel cuore delle Grigne. Oltre la vetta del Grignone e il rifugio  Brioschi, ci si affaccia sul lago e nulla si percepisce della parete sud ovest che precipita sotto di noi. Un versante nascosto e di difficile accesso dove Benigno Ballatti, alpinista di Mandello, torna ogni inverno per ripercorrere le sue creazioni: linee effimere di ghiaccio, incastonate tra speroni di calcare.  Con Benigno siamo saliti per scrutare questa parete, quando si illumina nel pomeriggio, per sentirlo raccontare della sua montagna di casa e delle emozioni che gli ha regalato, e con la certezza che saremmo tornati con piccozze e ramponi per legarci alla sua corda e seguirlo su una delle sue linee.

Matteo, compagno d’avventura, ha meravigliosamente fermato nei suoi scatti, istanti unici e irripetibili, cogliendo sguardi, atmosfere e legami che ben fan comprendere l’intimo legame tra l’alpinista e la “sua” montagna.
Quindi vi porteremo in lungo viaggio fatto d’incontri e proprio lì, dove il tempo e gli elementi hanno scolpito con sapienza e pazienza la roccia, ci fermeremo assieme ad ascoltare i ricordi di questi “piccoli uomini”  che per alcuni istanti, con le loro gesta e con il loro vivere, hanno scritto la storia di queste pareti. Abbiamo risalito valli, con loro abbiamo camminato e scalato. Abbiamo seguito il ritmo dei loro passi e sul loro respiro abbiamo colto il luccicare dei loro occhi. Ci siamo fatti trasportare dai loro passi, dal loro sguardo attento, dalle loro parole. Sull’onda delle sensazioni abbiamo assecondato questo loro raccontarsi, diverso dal solito, più raccolto, quasi intimo.
Raccontarsi, durante il cammino, le soste e le scalate, si è rivelato prezioso per chi ascoltava e per chi narrava. È stato come se si prendessero una pausa, per fermarsi e ripensare a quanto accaduto, per dare un senso alle fatiche e alle gioie, attribuendo un significato alle esperienze trascorse e progettando quindi un futuro.
Raccontare frammenti del proprio vissuto, condividendoli con altri, ha riportato a galla emozioni dalle mille sfaccettature e di una ricchezza dimenticata. Come fosse quasi un atto liberatorio, in cui la storia non era più solo loro, ma diveniva anche degli altri. Questo abbiamo cercato e questo abbiamo trovato, camminando tra i monti in compagnia di amici che hanno regalato le loro emozioni e che ora riproponiamo a voi tutti.
L’intensità dell’esperienza è stata potente, forse perché eravamo esattamente in quei luoghi dove le storie nascono e fluiscono: all’ombra di grandi pareti.
Seguiteci in questo cammino tra le pagine della rivista, dove i neri dell’inchiostro vi prenderanno per mano e, impreziositi dalle fotografie di Matteo, vi accompagneranno alla scoperta di un mondo sospeso fatto di “Pareti e Racconti”


lunedì 26 maggio 2014

RISVEGLIO


Questa mattina, come ogni giorno settimanale, alle 6.55 suona la sveglia, la spengo. Ero già sveglio da più di un’ora con la testa che vagava tra mille pensieri. Vado in cucina e accendo la radio, mentre ascolto i risultati delle europee, con il sorriso sulle labbra, preparo, come al solito, la colazione. Fuori dalla finestra il cielo è grigio, un grigio bellissimo dalla mille sfumature. Apro le portefinestre e dalla cucina esco per un attimo sul balcone, voglio sentire la temperatura dell’aria sulla pelle. Il trillo metallico del codirosso, che ogni primavera prende possesso dello spazio tra le case e la vigna, mi accoglie. L’ho cerco con lo sguardo trovandolo sulla ringhiera del cortile. Lo osservo e ogni volta non mi capacito del fatto che, quel piccolo uccello migratore, all’inizio della primavera, percorra migliaia di chilometri dall’Africa all’Europa e torni sempre a volare nel cielo che avvolge la mia casa. La coda vibra irrequieta per alcuni istanti e poi spicca il volo per posarsi, come al solito, sull’antenna della casa dei vicini. Ascolto per un attimo ancora il suo gorgheggiare mentre osservo i tetti, i boschi e la valle. Rientro e accendo il cellulare, la vibrazione mi segnala che ci sono messaggi, Marco mi ha chiamato. Lo richiamo e mi aggiorna sui dati delle europee nel nostro Comune. Ridiamo, ma per scaramanzia non andiamo oltre. A tavola con Cris e Leo commentiamo i dati delle elezioni e dopo avere rassettato la cucina usciamo. Una strana sensazione di leggerezza mi avvolge. Con Leo percorro il vicolo e la scaletta, poi l’altro vicolo, quello sotto “Casa Soli”: lo spazio civico della nostra frazione, dove c’è il seggio. È da sabato che ogni volta che passo saluto il carabiniere che lo piantona e ci scambiamo sempre un paio di battute. Anche questa mattina è lì. Se ne sta seduto sulla panca di pietra di fronte alla porta d’ingresso è rilassato e penso che l’urna sigillata, contenente le schede delle elezioni comunali, è in buone mani. Gli chiedo come ha dormito e sorridendo mi risponde che in posto così non si può che dormire bene. Ci salutiamo e mentre scendo le ultime scale sino al parcheggio, ho un senso di gratitudine verso il carabiniere e chi come lui vigila su questi momenti, sui sogni, i desideri, le paure, le difficoltà e tutto quanto ogni cittadino esprime nel momento del voto, per il futuro suo, della sua famiglia, della sua città e del suo paese. Comunque sia e comunque vada, grazie.

domenica 25 maggio 2014

LAMPEGGIANTI BLU NELLA NOTTE

Dopo la Busa di Nese ci sono tre km di strada senza lampioni, buia, immersa nel bosco. Amo percorrerla, ogni sera. A volte una volpe attraversa la strada, altre gli occhi di una martora o un faina come braci si accendono nel buio, altre ancora mi ritrovo un tasso immobile sull'asfalto catturato dal fascio del fanale della mia moto . Ogni volta sono pronto a cogliere queste presenze, ma loro, i discreti abitanti della mia valle sono parsimoniosi nel farsi vedere. Molte volte invece trovo Luigi che rientra a piedi dopo avere mangiato giù, in paese, allora lo carico anche se non ha il casco e lo accompagno a casa. Quindi continuo a salire e dopo il primo tornante, imbocco il bivio a sinistra, ogni volta mi emoziono, quasi, nel vedere le luci di Olera raccolte nel buio della conca.
Poco fa, questa sera, mentre percorrevo il tratto buio, dei lampeggianti blu hanno rischiarato il buio, ho incrociato la macchina della polizia municipale e quella dei carabinieri che portavano le schede elettorali, quelle delle europee, dal seggio del mio borgo al palazzo del Municipio. Domani nel pomeriggio, alla luce del sole, la scena si ripeterà per le schede delle comunali. In quella macchina, in quelle schede c'è il nostro futuro, il futuro della nostra città. Comunque vada noi di GENTE IN COMUNE ce l'abbiamo messa tutta e sono grato ai miei compagni di viaggio e a tutte quelle persone che hanno voglia di sognare e con coraggio desiderano abbandonare percorsi ordinari per intraprendere avventure straordinarie. Se saremo riusciti ad arrivare al cuore dei nostri concittadini insieme a loro avremo lo straordinario compito di ricostruire la nostra città.

domenica 4 maggio 2014

#0 - PARETI E RACCONTI


PARETI E RACCONTI
"Ognuno di noi ha un luogo speciale, una situazione particolare in cui si sente a proprio agio, in cui sa di essere al posto giusto, in equilibrio. Luoghi dove spesso si torna per riprendere fiato, dove per un istante è po
ssibile abbandonare il flusso del vivere e riappropriarsi della propria vita, quella più intima. Quindi fare il punto, prendere le misure e ritrovare la giusta distanza dal frenetico avvicendarsi degli eventi. Così lentamente il ritmo si quieta, tutto sedimenta, lasciando emergere solo la sostanza svestita da ogni orpello ... Pareti avvicinate con rispetto e con passione ...
Ai piedi di questi luoghi unici, dove la vertigine domina, abbiamo seguito uomini intimamente legati a queste geografie di pietra ... "

Così inizia l'articolo d'apertura di una serie di cinque servizi realizzati "in cammino" per la rivista OROBIE. Non semplici interviste fatte a tavolino ma immagini, parole e video raccolte durante intere giornate passate all'ombra di grandi pareti. Matteo e io abbiamo camminato e scalato in compagnia di cinque testimoni privilegiati che si sono raccontati e ci hanno accompagnato alla scoperta della loro parete e della sua storia.
Qui sotto il link all'intervista di presentazione