domenica 30 novembre 2014

#6 PARETI E RACCONTI - Benigno, alpinista a KM0


GRIGNONE – parete ovest - Benigno Balatti racconta.


Questa mattina abbiamo un appuntamento a Mandello Lario. Benigno ha promesso di portare Matteo e me in un posto a cui è particolarmente legato, lo Zucco Sileggio. Una cima sospesa sopra il lago, una meta per nulla alpinistica, ma con un panorama decisamente esclusivo. La vista sul lago, come da tutte le montagne di questa zona, è impagabile ma, come ci fa notare Benigno, questo è l’unico punto da dove si può avere una visione frontale del parete ovest del Grignone. Parete di cui lui conosce ogni anfratto, ogni segreto e che noi desideriamo esplorare in sua compagnia. Però ora andiamo con ordine.
Benigno Balatti, classe 1954, parla con calma e la sua voce fluisce senza sosta con quella cantilena tipica dei paesi della sponda lecchese. Chiacchierando è evidente il forte legame che lo unisce a Mandello, paese dove è nato, cresciuto e, ancora oggi, vive. Paese nelle cui fabbriche ha lavorato come operaio e sulle cui montagne si è formato come alpinista. La sua casa è posta a monte della linea ferroviaria, anche se si vede il lago, i binari costituiscono una specie di confine tra due mondi. Così spiega Benigno: “Ci sono i Laghei e quelli sopra la ferrovia, sopra siamo i Montanari. Io vado anche al lago ma non sono capace nemmeno di nuotare, preferisco andare nei boschi, preferisco la montagna in tutti i sensi, non solo arrampicata, non solo alpinismo estremo ma anche andare per funghi, camminare, insomma rilassarsi.” Mentre parla prende lo zaino e usciamo di casa, ci avviamo lungo la strada verso la mulattiera che, oltre le ultime case, sale tra gli alberi spogli del bosco. Benigno sorride e ha uno sguardo mobile e irrequieto, da persona curiosa. Le sopracciglia spesso si inarcano in un espressione di meraviglia, disegnando sulla fronte rughe profonde e regolari. La sua voglia di raccontare le mille storie vissute tra le sue montagne è prorompente e travolge, questo suo entusiasmo è contagioso e trascina. Mentre camminiamo, quando siamo nei pressi del Santuario di Santa Maria, mi guarda e dice: “Pensa te, come cambiano le cose. Un tempo, fino a qualche hanno fa, ero uno che non parlava o parlavo poco. Ora invece ho voglia di raccontare e non mi importa di quello pensa la gente, se vogliono mi ascoltano, altrimenti … - si interrompe e ridacchia, per poi esclamare in dialetto – rimango sempre ù selvadec”.
Benigno ha scalato in tutte le Alpi e si è pure concesso alcune spedizioni extraeuropee, soprattutto in sudamerica. Il suo terreno prediletto è quello dell’alta montagna. Se parliamo del solo Monte Disgrazia, lì ha salito ben venti nuovi itinerari di ghiaccio e misto. Oggi però la storia che gli chiedo di raccontare è quella del suo alpinismo a Km 0, quello fatto partendo direttamente da casa a piedi e con lo zaino in spalla. Quell’alpinismo che dalle sponde del lago lo ha portato a vagabondare sui versanti più selvaggi delle Grigne, sino a scoprire le linee effimere che d’inverno compaiono sulla parete ovest della Grigna settentrionale e che conducono immancabilmente al rifugio Brioschi, arroccato sulla vetta della montagna.
Ormai è da più di un ora che camminiamo, sulla ripida traccia che risale il crinale verso lo Zucco di Tura e da lì al Sileggio ci troviamo sospesi nel sole. Alla nostra sinistra le acque del lago, increspate dal vento, si stendono come un nastro ad incastrarsi tra i monti, alla nostra destra, ammantate di neve e avvolte nell’ombra, le Grigne si offrono in tutta la loro bellezza. Sostiamo, ci sediamo nell’erba secca. Benigno, mentre racconta, osserva con attenzione le sue montagne che ci circondano e che ogni giorno vede dalla finestra di casa e dalle strade di Mandello. Le stesse montagne che lo hanno visto crescere e per le quali nutre una passione incondizionata. La stessa passione che continua ancora oggi a spingerlo verso l’alto, anche solo per camminare, esplorare e continuare a sognare.


Aveva 13 anni quando con alcuni amici ha iniziato a scalare, le prime vie di quarto e quinto  grado furono utili per prendere dimestichezza, per giocare. Poi a 16 anni è arrivato il momento di percorrere le lunghe vie dalla Medale, la grande parete che sovrasta Lecco, ormai pronto ad affrontare difficoltà di sesto e settimo grado. Dopo la scuola dell’obbligo ha iniziato subito a lavorare, ma tutto il tempo libero era dedicato alla montagna e all’arrampicata. “Abitando in questo posto eravamo sempre in giro per i boschi e eravamo sempre allenati, per noi era naturale andare in montagna e con la Grignetta qua sopra casa, tutti i fine settimana salivamo ai Pian dei Resinelli, dormivamo in qualche baita, dove ci ospitavano. Si mangiava poco ma si era sempre in giro a scalare.” I suoi occhi sorridono mentre racconta e lo sguardo si abbassa a cercare quella striscia di case schiacciate tra la riva del lago e la montagna, da dove anche oggi siamo partiti. In quegli anni di formazione la figura di riferimento, per Benigno e i suoi amici, è la guida alpina Giuseppe Alippi, meglio conosciuto come  il Det. Con lui si lega in cordata e a 18 anni percorre le impegnative vie  del Sasso Cavallo e del Sasso Carbonari. In quei primi anni ’70 sulla difficile via Oppio faranno la prima ripetizione senza bivacco, per la prima volta una cordata riesce a venire a capo di quella linea strapiombante in giornata. “A 20 anni arrampicare era come una droga, non ci bastava mai. C’era anche il lavoro, era faticoso. Alla domenica sera tornavamo stanchi morti dopo un fine settimana passato in montagna, ma al lunedì mattina, mentre entravo in fabbrica, stavo già pensando a qualche progetto per il fine settimana successivo e i giorni volavano nell’attesa che arrivasse il venerdì sera.”


Riprendiamo il cammino e ben presto calchiamo la vetta dello Zucco Sileggio, davanti a noi la parete Ovest del Grignone si mostra in tutta la sua bellezza, alcune nebbie la velano per poi dissolversi. Grandi cornici di neve si protendono nel vuoto e incombono sui canaloni che la solcano, bordati da speroni calcarei. Sono ben sei le linee d’arrampicata che salgono la parete e due sono state salite per la prima volta da Benigno. Lui ce le indica e le descrive nel dettaglio, si ricorda esattamente tutto: date, orari, difficoltà, gli amici di cordata, è una fonte inesauribile di informazioni, dettagli e aneddoti. “Vedi? Questa, anche se la in fondo c’è il lago e la sua quota è modesta, per me è una grande montagna. D’inverno tutto si trasforma e diventa impegnativo, difficile, e se parti a piedi da casa nel pieno della notte, per poi trovarti in parete alle prime luci dell’alba, è come essere al Monte Bianco.” Lo ascolto e poi gli chiedo il perché di questo amore per l’inverno e le linee di ghiaccio e neve così effimere e mutevoli, itinerari che si devono curare, conoscere e salire al momento opportuno. “Quando ho iniziato a scalare non si faceva nulla in inverno. Ci si limitava ai canali della Grignetta, alla cresta Segantini e al canalone ovest sul Grignone. Però a me l’ambiente invernale piaceva tantissimo e ho subito capito che quello era il mio alpinismo, i luoghi dove vivere delle grandi avventure. Quindi ho iniziato ad esplorare e qui c’era tutto quello che cercavo e di cui avevo bisogno.
Benigno continua a raccontare della sua vita passata tra i canali, sulle rocce e sul ghiaccio della sua montagna, mentre lo ascolto mi perdo nel guardare la parete ovest che lentamente viene scolpita dai raggi del sole che, nel primo pomeriggio, iniziano a lambirne le costole rocciose e a disegnare con minuzia le cornici e le creste di neve. Il tempo scorre lento e al termine della giornata ci lasciamo con la promessa di rivederci al più presto, per andare a fare visita alla parete e salire insieme una delle sue linee, legati alla medesima corda.

GRIGNONE – PARETE OVEST


Ieri sera Benigno mi ha chiamato: “Domani sulla Ovest le condizioni saranno perfette! Lo zero termico si abbassa e questa notte gelerà tutto. Alle 4 ti aspetto al Cainallo, vedrai che prima di mezzogiorno saremo in vetta?” Rispondo senza esitare: “Ok! Ci sarò.” È ancora buio quando arrivo al luogo dell’appuntamento, Benigno è lì che mi aspetta, un vento freddo da nord strapazza le chiome spoglie dei faggi. Un saluto, due parole e siamo già in cammino verso la Bocchetta di Prada e il rifugio Bietti. Durante l’avvicinamento con il suo aiuto ripasso la storia della parete. Per ogni via, ogni luogo, ogni anfratto, dalla sua memoria scaturiscono mille ricordi, aneddoti, immagini e storie.
Il “Canalone Ovest” è la più evidente delle linee da salire in inverno, incide il centro della parete e punta dritto ai 2410 metri della cima della Grigna Settentrionale, anche conosciuta come Grignone. Fu percorso per la prima volta nel lontano 17 ottobre 1874, in discesa da Giovanni Gavazzi, Julien Grange e Primo Ballati
Nella parte di sinistra vi sono altre tre linee che sbucano sulla Cresta di Piancaformia. All’estrema sinistra troviamo Il “Canale della Fiamma” o “Couloir Festorazzi-Galperti”, aperto da Lorenzo Festorazzi e Francesco Galperti, nei òprimi anni duemila. Poi abbiamo l’evidente “Canalone di Sinistra”, un’altra grande classica da salire con piccozze e ramponi, di cui non si conoscono i primi salitori. Incastrato tra questo e il “Canalone Ovest”, troviamo il “Couloir Zucchi”, impegnativo itinerario, caratterizzato da una dura sezione su roccia, aperto nel 1959 da Corrado Zucchi e compagni. Nella porzione di destra della parete, dove predominano gli speroni e le barre rocciose, si sviluppano i due itinerari più impegnativi, entrambi aperti da Benigno nel dicembre del 2003. “Magic Line”, aperta con Massimo Poletti il 13 Dicembre e dedicata a Sergio Gianola, è ormai diventa una grande classica per chi ama le condizioni effimere della scalata su ghiaccio sottile. Ancora più a destra “La storia infinita” è stata aperta con Lorenzo Castelli e Andrea Fasoli il 17 e 18 Dicembre 2003. Questa linea, dedicata a Marco della Santa, per le precarie sezioni di misto e roccia da salire con piccozze e ramponi, è la più impegnativa e ha richiesto anche un bivacco in parete, per attendere che il rigelo notturno garantisse le migliori condizioni di sicurezza.



Mentre ascolto le infinite storie di Benigno, lo seguo per canali e pendii nevosi, la neve è portante e la progressione veloce e sicura. Senza rendermene conto saliamo il “Canalone di sinistra”. Immerso nell’ombra della fredda parete mi godo le chiacchiere e l’incredibile panorama che si apre sotto i nostri ramponi. Il lago è una presenza incredibile e il contrasto tra le vele che scivolano sui riverberi delle acque e noi che saliamo verso il cielo, scatena  emozioni difficili da raccontare. Benigno si ferma per un attimo al mio fianco, in punta di piccozze e ramponi mi osserva e sorridendo dice: “A fare queste cose torno bambino, perché mi diverto un sacco. Queste sono le cose che ho sempre sognato da quando ho iniziato a frequentare la montagna. È bellissimo!

Pubblicato su "OROBIE" - ottobre 2014   

domenica 19 ottobre 2014

#5 PARETI E RACCONTI - Le mani di Simone



QUALIDO - Simone Pedeferri racconta

Le mani di Simone si muovono nell’aria con decisione ed eleganza, gesti rapidi e precisi scanditi da pause e accelerazioni, si alternano in una danza sinuosa e imprevedibile. A volte sembra plasmino l’aria come fosse materia, altre volte che accarezzino una tela, oppure che stiano stendendo strati di colore. Le osservo, si fermano a mezz’aria, mentre le dita si muovono come stessero sfiorando la pietra, sino a quando, trovata la giusta posizione, si stringono attorno a piccoli appigli fatti di cielo e da cui iniziare la scalata. Lo sguardo, calamitato da queste mani, resta affascinato da quella esatta padronanza dello spazio che le circonda. Mi perdo a tal punto nell’ascoltare ciò che raccontano le sue mani, che a volte non seguo più la sua voce. “Scalata e arte sono due passioni totali, - afferma Simone - due mondi paralleli. Nell’arte il mio elemento ispirante è la natura, con i suoi paesaggi e lo spazio, elementi in cui mi immergo quando scalo sulle montagne di casa o nei luoghi selvaggi dell’Africa e del mondo. I colori che uso e che plasmo, arrivano proprio da qui, dalla natura che mi circondo e dalle esperienze che vivo. Le emozioni, le immagini e i momenti si stratificano, si accumulano, si coprono l’un l’altra. Quando lavoro le faccio emergere e con calma loro arrivano, si svelano. Ne ottengo fasce di emozioni che torno a sovrapporre e stratificare sulla tela. Dipingo con un segno scultoreo più che pittorico, un segno forte simile ai gesti della scalata, un segno materico come è materia la roccia su cui scalo. In parete, come in studio, la parte razionale e quella istintiva emergono e inizialmente si combattono, si studiano, si scrutano e infine si fondono sino ad entrare in armonia.” Le parole diventano quindi puro accompagnamento,  semplice punteggiatura del racconto fatto dalle sue mani, sempre pronte a narrare storie di amicizia, d’arrampicata e d’arte. Mani in grado di lasciare un segno sulla pietra e sulla tela, a sfidare il tempo.

Il cielo è terso e l’aria decisamente fredda. Oggi in Valle di Mello siamo soli, a sinistra le grandi placconate di granito paiono groppe di giganteschi animali che sonnecchiano e si crogiolano nel sole, mentre sulla destra è il regno dell’ombra che domina incontrastato e già le prime bave di ghiaccio ornano il bordo delle cascate. La, in fondo, i due mondi convergono nell’imponente Monte Disgrazia, vigile custode dell’intera Valle. “Vent’anni fa cercavamo un posto simile allo Yosemite e lo abbiamo trovato qua. –Simone si ferma sotto un grande faggio e parla tranquillo – Un posto dove alla sera si potesse stare attorno a un fuoco, bivaccare sotto i massi e partire la mattina con lo zaino in spalla per scalare tutto il giorno. All’inizio partivo da Cantù per venire qua, poi gli eventi della vita mi hanno trattenuto in questa valle. Qui ho conosciuto Monica, mia moglie, e ho invertito la rotta. Questo luogo e le sue pareti mi hanno fatto crescere e, ancora oggi, continuano a farmi crescere. L’apprendimento non finisce mai sia sui massi che sui montiri, sulle vie brevi ma soprattutto sulle big-wall, l’ambiente che amo di più

In alto, le montagne sono già spruzzate dalla prima neve. Riprendiamo il cammino immergendoci nei colori dell’autunno che ormai si stanno spegnendo. Ancora vivido è il giallo dei larici mentre le pennellate oro delle betulle, tra il verde compatto degli abeti, restituiscono brillanti raggi di sole. Oggi il Precipizio degli Asteroidi è la nostra pietra d’angolo, ai suoi piedi svoltiamo a sinistra, abbandonando la placida mulattiera di fondo valle per risalire l’antico sentiero dei Melat, che si inerpica in Val Qualido.

Saliamo zigzagando tra faggi dalle architetture uniche, le foglie crepitano sotto i piedi, ci fermiamo spesso per osservare, tra le chiome spoglie, la grande parete del Qualido che inizia a delinearsi nella sua imponenza. Ad ogni sosta il racconto di Simone, prende forma, cresce e si rinnova, le mani con movimenti ampi ed eleganti sostengono e amplificano la narrazione. A volte ci indica una linea sulla grande parete e frugando tra i ricordi ci regala frammenti della sua vita, fatta di emozioni e amicizie: “Ci sono legami che vanno oltre le difficoltà affrontate in parete e che si consolidano per sempre. Gli amici sono stati fondamentali nella mia vita, ogni salita è indissolubilmente legata al volto di un amico, in maniera profonda.”

Il bosco si fa sempre più rado e in quota cede spazio ai pascoli, la parete si mostra in tutta la sua bellezza.

Passiamo come di consueto all’Hotel Qualido, un meraviglioso posto da bivacco posto sotto un grande masso di granito, ricavato da un antico ricovero di pastori. Simone apre il cancelletto ed entra, mentre gli occhi si abituano alla penombra dice: “In venti anni ho passato i mesi in questo posto. A un buco del genere ci si affeziona per forza. Quando ho fatto Joy Division ho passato più di tre settimane qua. Era il mio campo base. Per la gran parte del tempo ci sono stato da solo, salivo e scendevo lungo le corde fisse per provare i tiri di corda, ero un bambino super selvaggio. Ogni tanto salivano gli amici a trovarmi e per salire in parete con me, a scalare.

Usciamo dall’Hotel e saliamo ai piedi della parete dove giochiamo scalando le prime lunghezze di alcune vie. Oggi l’obbiettivo non è quello di salire una linea su questa big-wall, oggi ciò che ci interessa è scalare tra le parole e fare emergere, come scultori, da questa stratificazione di emozioni e i ricordi, le forme dell’intimo legame che unisce Simone alla parete del Qualido. “Vivere il Qualido non è solo arrampicare sulla parete. Vivere il Qualido è stare in questo ambiente, accendere il fuoco la sera, mangiare, vedere l’alba, attaccare la parete, ridiscendere, cercare di fare le vie in arrampicata libera. -  e continua Simone -  per me è stato importante potere godere di questa parete in tutte le stagione per sentire dentro di me di avere vissuto un intero percorso con lei.” Si interrompe e sorride, poi lo sguardo si perde nuovamente su quell’impressionante architettura di granito:“Se torni per anni su una parete, alla fine ti accorgi che non devi dimostrare niente a nessuno. Dopo tutto un percorso vuoi solo vivere dei momenti piacevoli e quindi vai alla ricerca di quei momenti di quelle sensazioni. Le sfumature che cogli sono diverse anche se la parete è la stessa, perché nel profondo sei tu che sei cambiato.”

La giornata volge al termine e ci incamminiamo verso valle, la parete è ormai in ombra, Simone la guarda ancora per un ultima volta. Chissà a cosa pensa, chissà quanti altri ricordi tornano a galla ad ogni sguardo, chissà quanti nuovi progetti frullano in quella testa.



Simone artista, Simone alpinista



Al rientro ci fermiamo a San Martino di Valmasino e ci rifugiamo nell’ambiente caldo e accogliente del Bar Monica. Qui lavora e abita Simone con la moglie Monica. Dopo esserci scaldati ci invita a salire di sopra dove, nella mansarda, vi è una parte del suo atelier. Lui, diplomato all’accademia di Brera, in questo spazio lavora e crea. Ci parla delle opere alle pareti e poste in ogni dove, ci racconta la sua visione dell’arte e del intimo legame con la natura e la scalata. Prende dei giganteschi rotoli di carta e li distende sul pavimento, li guarda soddisfatto. Da una certa distanza risalta evidente la figura di un uomo, ma quando mi avvicino comprendo che quell’uomo non è altro che la geografia della Valmasino, compresa la Valle dei Bagni e la Val di Mello. Mi chino ancora di più e non finisco di sorprendermi nel cogliere i dettagli e di vedere disegnati uno ad uno i massi granitici che realmente si trovano nella valle, con le loro forme esatte e le linee tracciate sulle loro piccole pareti. “Questo è il disegno originale che ho fatto per l’ultimo MelloBlocco – dice soddisfatto Simone – la  manifestazione che organizziamo ormai da 10 anni e che porta nella valle migliaia di persone, un’esperienza unica nel suo genere.” Poi, mentre mi indica i dettagli del disegno, le sue parole diventano una musica di sottofondo e mi perdo nel guardare le mani di Simone che si muovono sul disegno come se stesse dipingendo, come se stesse arrampicando.



QUALIDO BIG WALL – La storia secondo Simone



In Qualido alcune vie si possono ripetere anche in giornata, ma le sue dimensioni, la difficoltà e la lunghezza di molti itinerari, che oscilla tra i 500 e 800 metri, ne fanno una big wall su cui è possibile e a volte indispensabile passare più giorni, scalando, vivendo e dormendo in parete.

I sassisti hanno aperto la strada e se “Via Paolo Fabbri 43” (1978) è stata la prima via della parete con “Il paradiso può attendere” (1982), salita in cinque giorni di scalata, Paolo Masa, Jacopo Merizzi e Antonio Boscacci hanno chiuso alla grande quel Nuovo Mattino di cui sono stati protagonisti in Valle di Mello, fatto di ricerca e avventura. Oggi la si ripete anche in libera ma “Il paradiso” resta una scalata assolutamente avventurosa e selvaggia dove ci si deve adattare alla parete, alle sue regole e non c’è nulla di preconfezionato.

Poi si deve segnare il passaggio della meteora Tarcisio Fazzini, un fuoriclasse indiscusso. Con “Pejonasa wall” e “La spada nella roccia” (1989), vie ancora oggi temute e di riferimento, ha spinto a fondo il piede sull’acceleratore delle difficoltà. Con Fazzini possiamo parlare di arrampicata moderna in cui viene introdotto l’uso sistematico dei friends e dove compaiono i primi spit, usati con parsimonia per proteggersi sulle placche.

Sempre nel 1989 inizia l’era di Paolo Vitali e Sonja Brambati, la loro prima via “Transqualidiana”, ancora oggi pochissimo ripetuta, è una pietra miliare, dove Paolo ha snobbato sistematicamente i sistemi di fessure e si è avventurato sulle placche aperte, usando pochi spit e spingendo l’arrampicata libera. Numerose sono le vie aperte dalla coppia, tutte caratterizzate da sezioni in placca raccordate da logiche linee di fessure. “Artemisia” (1991), ”Galactica”(1992) e “Melat” (1993) sono forse le più belle e sicuramente tra le più ripetute.

Sempre nel 1989 Gianni e Paolo Covelli, Silvio Fieschi e Fabio Spatola con la via “Mellodramma”, una grande linea in artificiale, danno un contributo alla storia alpinistica della parete. Altro momento significativo per la parete è quello legato alle vie aperte da Stefano Pizzagalli e Domenico Soldarini. Nel 1992 i due compiono un grande viaggio in perfetto stile big-wall, bivaccando in parete, e nasce così “Vertical Holidays”.

Poi c’è stato l’avvento dell’arrampicata libera con l’attività degli sloveni capitanati da Igor Koller e quindi di Simone. Si ripetono vecchie vie in artificiale cercando di salirle completamente in libera, si aprono nuove vie e si concatenano sezioni di vie differenti, sempre con l’ottica di salire in sola arrampicata libera. Gli sloveni iniziano nel 1995 con la prima libera de “Il paradiso” e nel 1996 aprono e liberano una breve via “Forse si, forse no” un piccolo cameo di sole tre lunghezze ma che, con il suo grado 8b, è la via più dura della parete. Nel 1999 Simone e Marco Vago si aggiudicano la prima libera de “La spada nella roccia” e sempre Simone, con Alberto Marazzi, salgono una bella e dura combinazione di 15 tiri che battezzano “Black snake”. Nel 2004 sempre Simone corona un sogno che insegue da tempo. La nuova linea è la combinazione di “Forse si, forse no” continuando sopra sino a raccordarsi ai tiri in artificiale di “Mellodramma” e finiere quindi su “Melat”. Dopo giorni e giorni passati in parete, a provare i singoli tiri, dopo 15 giorni di tentativi riesce a salire in tre giorni tutta la via completamente in libera. Nasce così “Joy Divisions” che, con i suoi 20 tiri e difficoltà sostenute sino al 8a, è la via di stampo moderno più dura di tutta la parete e probabilmente di tutta Europa e che ben figura anche a fianco delle vie moderne in libera di El Capitan, la mitica parete dello Yosemite in California.

Pubblicato su "OROBIE" - settembre 2014   

CLUSONE-ALZANO RUN

Ritratto da Cris

Oggi è stato un giorno speciale. Oggi in 2 ore 23 minuti e 15 secondi ho percorso 30 kilometri. Sin qui nulla di strano, anzi c’è già qualcosa di strano: solitamente preferisco le 42 kilometri e 195 metri. Oggi questi 30 kilometri però li dovevo percorrere e sono stati 30 kilometri dal sapore particolare. Ogni passo, ogni metro, ogni sguardo mi hanno trasportato in un viaggio nel tempo lungo oltre 20 anni. Era il 1991 quando ho iniziato a percorrere le sponde del fiume Serio. Avevo avuto il mandato di lavorare ad un progetto per verificare se e dove fosse possibile realizzare un percorso ciclopedonale da Clusone sino alle porte di Bergamo. Molti remavano contro e dicevano che erano soldi buttati e che lungo il fiume nessuno avrebbe mai voluto passeggiare e camminare. A molti sembrava impossibile e stavano a guardare ma qualcuno, per nostra fortuna, ci ha creduto, trovando le risorse necessarie per ricostruire pezzo dopo pezzo un ambiente fluviale massacrato dall’incuria e dall’abusivismo. Ormai il parco fluviale e la ciclabile sono parte integrante del paesaggio della valle, sono diventati la nuova piazza dove la gente si incontra e si ritrova. Però oggi avere l’onore di partecipare alla prima 30 km competitiva “Clusone-Alzano Run” e percorrerla con il pettorale numero 1 mi ha emozionato. Mentre correvo pensavo ai colleghi con cui ho lavorato, agli amministratori e ai politici che han fatto loro l’idea e hanno cercato i finanziamenti. Mentre correvo sotto gli occhi si srotolavano tutte quelle tavole ornate da linee colorate e retini, legende e schemi. Mentre correvo riaprivo ad uno ad uno i faldoni dei progetti in cui si ridisegnava lo spazio che oggi non è più prigioniero della carta ma è diventato reale: un corridoio verde che abbraccia il fiume e si insinua nel tessuto urbanizzato, un nastro di ghiaia e asfalto che mi ha accolto e si è lasciato percorrere per 30 kilometri. La cosa più difficile di questa corsa, oggi, è stata quella di comprimere i ricordi in 2 ore e qualche manciata di minuti.

martedì 30 settembre 2014

PICCOLE STORIE #11



“ … così come pieghe, rughe, espressioni scavate dalla felicità o dalla malinconia non solo segnano un viso, ma sono il viso di quella persona, che non ha mai soltanto l’età o lo stato d’animo di quel momento, bensì è l’insieme di tutte le età e gli stati d’animo della sua vita.”
Claudio Magris “L’infinito viaggiare”



A volte al termine di un giorno di scalata, osservo le mani con attenzione. Solo a volte, non sempre. Lentamente tolgo il nastro che sostiene alcune falangi indebolite dall’uso e dal tempo. Lo sporco mette in risalto ogni minima forma, ferita e screpolatura. Qualche grumo di sangue rappreso impreziosisce le nocche o fa da corona alle unghie. La pelle appare come una mappa dove ossa, tendini e vene disegnano i rilievi mentre le pieghe e le linee, tutti i graffi e le vecchie cicatrici, incidono in profondità. Le mani, come una carta topografica, restituiscono la geografia di una vita. Le mani, le mie mani, le mani di ciascuno di noi. Oggi è stata una lunga giornata, vissuta in verticale. Loro, le mani, hanno fatto un grande lavoro. Ora, mentre riposo sospeso sul vuoto, le esamino nel dettaglio, a lungo. Le muovo lentamente per meglio comprenderne il paesaggio. Ripenso alle migliaia di appigli che hanno cercato, carezzato e stretto con forza. Guardo la terra e la polvere che si è infilata sotto le unghie, qui, dall’alto di questa parete. “Sporcarsi le mani” è un modo di dire che mi è sempre piaciuto. Avere le mani sporche non mi dà fastidio anzi, mi piace, non le nascondo, non me ne vergogno. Con soddisfazione pregusto il momento in cui, al primo torrente, alla prima sorgente, le immergerò nell’acqua fresca e, sfregandole con energia, torneranno pulite. Chilometri di roccia sono passati sotto queste mani, la sento tutta questa roccia, come rivedo ogni insetto che vi si è posato e sento ogni mano che ho stretto, ogni carezze data. Sento lo srotolarsi di una vita. Tempo che si stratifica sulla pelle. Pelle che non porta solo i segni di oggi, ma che ha memoria ed è frutto delle mille pietre sfiorate. Mani come espressione di una geografia complessa e profonda in cui scorgo le mani di chi mi ha preceduto e intravedo quelle di chi verrà.




martedì 2 settembre 2014

#4 - PARETI E RACCONTI - ENNIO SPIRANELLI E LA LINEA D'OMBRA



"ci sono misteri e meraviglie a sufficienza nel mondo reale

per andare a scomodare le follie del soprannaturale".

Joseph Conrad




Mio papà era cacciatore, io ho iniziato a frequentare la montagna andando a caccia con lui e i suoi amici. Mi facevano fare il cane, il cane da ferma. Mi infilavo dentro i boschetti per fare involare i galli e le coturnici. Poi ho iniziato facendo un corso di scialpinismo al CAI di Nembro, era il 1978, avevo 16 anni. Mi è rimasta attaccata addosso la passione, non quella per la caccia ma quella per la montagna.”

Mentre racconta Ennio se la ride e osserva la grande parete che ci sovrasta. Attorno a noi la luce del mattino accende con mille luccichii i fili d’erba imperlati dalla rugiada. All’alba abbiamo risalito la Valzurio ammantata di foreste. Al sorgere del sole, abbiamo attraversato la piana del Moschel e guadagnato il limitare del bosco oltre le baite Pagherola. Ora siamo qui al centro di questo anfiteatro meraviglioso e, immersi nella luce, ci godiamo lo spettacolo prima di varcare la linea d’ombra, oltre la quale c’è un altro mondo. Un luogo dove la vita ha un sapore diverso e il tempo scorre con ritmi differenti. Se la Presolana è uno straordinario castello incantato, questa conca, che solo a tarda sera accoglie gli ultimi raggi del sole, ne è certamente la corte più appartata e grandiosa. Lo spigolo nord-ovest, che prende forza dal passo dello Scagnello e dalla Cima Verde, è la torre d’angolo più imponente della fortezza. Dalla sua cima gli spalti corrono tra le guglie e le merlettature che spiccano contro il cielo, dal cengione Bendotti alla vetta della Presolana Occidentale, per poi scendere alla Presolana di Castione e da lì lungo le Creste di Valzurio. In silenzio osserviamo ancora una volta lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi. È bello tornare qui, anno dopo anno, stagione dopo stagione, percependo ogni volta una maggiore consapevolezza, che non sono quei luoghi ad appartenerci ma noi appartenere a loro. Ennio non dice una parola e si incammina, lo seguo. Ben presto entriamo nell’ombra proiettata dalla muraglia che ci abbraccia e accoglie. Non ci sono più tracce di sentiero, oltre la linea d’ombra risaliamo ripidi pascoli e ghiaioni instabili. “Mi piace essere qui. - dice Ennio continuando a camminare -  La Ovest è bella, no?. Cosa ne dici tu!” Io me ne resto zitto e penso a tutte le volte che gli ho sentito pronunciare quelle due parole “La Ovest”, che puoi comprendere solo se conosci Ennio. Due parole che nascondono un mondo e mille storie di arrampicata, di amicizia, di crescita. “Avevo 18 anni – ricorda Ennio -  quando ho fatto la mia prima salita in Presolana, ero esattamente sul versante opposto a questo, sulla parete sud della Presolana di Castione. Il tempo è passato ma ricordo perfettamente il mio primo tiro da capocordata, il mio primo bivacco in parete. Sandro Fassi e Gigi Rota erano i miei maestri e amici, quella notte non riuscimmo a dormire. Sandro, per ammazzare il tempo, aveva inventato un giochino con alcuni sassolini. Sotto di noi brillavano le luci di Castione e dietro le Corzene fiorivano fuochi d’artificio. Il mattino dopo i miei compagni mi mandarono davanti a chiodare. Non mi sembrava vero. Era il 1980 e quella nuova via la dedicammo a un caro amico: a Federico Madonna” Si ferma e mi guarda con quel suo sorriso sornione e quel suo caratteristico sguardo sbieco. Quando fa così non sai mai cosa aspettarti, se un discorso serio o uno scherzo: “La Ovest però è un’altra cosa.-  sorride mentre gli occhi brillano e saettano verso la parete - Questo posto mi piace, soprattutto d’inverno. Quando fa freddo qui non c’è mai nessuno, solo il gelo. Questa non è solamente la parete più alta della Presolana ma è anche l’unica da dove non vedi nessun paese e nessuna luce in fondovalle. Quando sei appeso lassù e ci passi anche la notte, il senso di isolamento è incredibile, le distanze sembrano amplificate.”

Riprendiamo a salire e ben presto siamo nel punto più alto del catino ghiaioso, la vista sulla Valzurio e sulle Orobie è straordinaria. Alla base della parete persiste ancora un bel nevaio, residuo delle grosse nevicate invernali. Una lavagna di calcare verticale e compatto si innalza sopra le nostre teste. Qui ci si sente veramente abbracciati dalla montagna. Nonostante il freddo e l’impossibilità che alcun raggio di sole possa sfiorare queste pietre, Ennio si muove perfettamente a suo agio. Mettiamo gli zaini a terra e mentre chiacchieriamo ci prepariamo per salire la via GAN, dedicato al Gruppo Alpinistico Nembrese. Questo itinerario fu aperto da Ennio con Antonello Moioli e Gigi Rota in due giorni di scalata nell’autunno del 1985: “Gigi aveva adocchiato questa linea – racconta Ennio -  che ci lasciava molto perplessi rispetto alla qualità della roccia. Però non potevamo non cogliere l’invito di scalare questa parete, la più alta della Presolana. Su questi settecento metri di roccia esistevano solo tre itinerari, che ne risalivano i punti più deboli lungo cenge e canali. Mancava una linea che salisse la parete nei suoi punti più verticali. Sono passati quasi 30 anni da quei due giorni intensi passati in parete. Avevamo un sacco di dubbi sul percorso da seguire, cercavamo la roccia migliore e  una logica via d’uscita verso l’alto. Per rendere il tutto ancora più saporito ci si mise pure la nebbia, il freddo e il brutto tempo. Ricordo che sugli ultimi tiri, a causa di un temporale in arrivo, i capelli si drizzavano e l’aria friggeva d’elettricità. Giunti in vetta la gioia fu immensa.


Mentre scherza su quanto è vecchio, sulla barba bianca e sul tempo che scorre, Ennio è pronto a partire e passa il moschettone nel primo chiodo, stacca i piedi da terra e inizia a salire. Arrampica con precisione e sicurezza metro dopo metro e continua a racconta di come Gigi aveva salito quella prima lunghezza di corda e delle sua abilità di chiodatore. Ennio da allora su questa parete c’è tornato decine e decine di volte, molte sono state le notti che ha passato appeso su questa bastionata di calcare. Nessun’altra cordata ha tracciato nuove linee, “La Ovest” è casa sua, il suo terreno di gioco, sei sono i nuovi itinerari che  ha aperto in questi tre decenni, di cui quattro nella stagione invernale. Mentre scaliamo mi racconta con toni scanzonati frammenti del suo vissuto, della sua passione e del particolare legame che ha con la parete. Con calma ci godiamo ogni attimo e al termine scendiamo alla base in corda doppia. Gli zaini ben presto sono pronti e iniziamo a scendere puntando ai pascoli illuminati dal sole. Con Ennio si chiacchiera di tutto e non solo di alpinismo e montagne. Anche la sua vita lavorativa è da sempre intrecciata a questo mondo e il suo laboratorio, dove vengono confezionati capi d’abbigliamento per l’outdoor, è anche il punto di ritrovo e di passaggio degli amici e delle variegate figure che compongono il mondo alpinistico bergamasco. Mentre parliamo di lavoro riemerge la figura del padre cacciatore che lo ha portato per le prime volte in montagna: “All’inizio lavoravo con mio padre, preparavamo cartamodelli per grandi firme della moda italiana. Abbiamo fatto anche i modelli per gli indumenti delle spedizioni di “Quota 8000”. Non ho fatto nessuna scuola, oltre a quella dell’obbligo. Mio padre è stato la mia scuola, lui era un grande in questo lavoro. A 15 anni aveva la sua sartoria dove arrivavano i clienti, lui prendeva le misure, preparava i cartamodelli, faceva i tagli e cuciva. Da solo sapeva confezionare un vestito dall’inizio alla fine. Nel 1992 mio padre è morto e io ho proseguito nel lavoro specializzandomi nell’abbigliamento per l’attività in montagna.” Percepisco una punta di orgoglio mentre mi parla della sua vita, delle sue montagne e di suo padre, trattengo per un istante questa sensazione. Tra poco attraverseremo la line d’ombra oltre la quale, sui pascoli inondati dal sole, entrambi sappiamo che tutto sarà diverso. Per un attimo ci fermiamo e in silenzio ci voltiamo a guardare La Ovest.

PRESOLANA - LA OVEST
Pillole di Storia

Molti sono gli alpinisti che hanno trovato una loro linea tra le pieghe del mantello di pietra della Presolana, la montagna che molti amano chiamare la Regina. Curiosando nell’elenco delle vie vi è però un nome che ritorna regolare dal 1980 sino ad oggi, quello di Ennio Spiranelli. Lui ha dato inizio ad un differente modo di concepire ed aprire nuove vie, lasciando tracce del suo passaggio su ogni versante e ogni parete. La sua passione non si è esaurita in poche stagioni. Sono ben 13 le creazioni di Ennio, tutte di stampo alpinistico, 5 delle quali da interpretare d’inverno. Anno dopo anno una pulsione non sopita lo spinge ad esplorare ogni angolo del massiccio.

La Ovest lo vede in azione per la prima volta nell’autunno del 1985 quando con Antonello Moioli e Gigi Rota, in due giorni, aprono “G.A.N.” (Gruppo Alpinistico Nembrese) che con i suoi 700 metri è la via più lunga del massiccio. Salgono utilizzando solo chiodi e protezioni veloci, le difficoltà giungono sino al VI A1. La linea sbuca nei pressi della vetta della Presolana di Castione e nel suo genere è una classica della parete.

Quella che Ennio chiama “La Ovest” per l’esattezza è una complessa parete esposta a nord-ovest e quindi a nord che corona sulle creste tra la Presolana Occidentale e quella di Castione, scendendo verso le Creste di Valzurio.

Nel febbraio del 1990 Ennio e Gigi, accompagnati da Marco Birolini e Vanni Gibellini, in una fredda e intensa giornata, arrivano a capo di una nuova linea, all’estremità sinistra della parete. Così racconta: “Da anni seguivo questa linea di colate che speravo si collegassero tra loro. Ogni volta che salivo con gli sci al Timogno scrutavo la parete. Quell’anno sembrava che le condizioni fossero favorevoli, quindi ho sentito gli amici e ci siamo messi in azione. Durante l’avvicinamento avevamo dei dubbi, ma dal primo tiro abbiamo preso atto che la situazione era ottimale e andava oltre ogni nostra aspettativa. Siamo saliti in giornata, interamente con ramponi e picche. Uno spettacolo! La linea non poteva che chiamarsi “Orobic Ice”. Da quel giorno, nella stagione fredda, questa parete è un po’ il mio piccolo Eiger” Questa via deve attendere il 31 marzo 2011 per la prima ripetizione a cura di Franz Rota Nodari e Paolo Arosio, seguita dalla prima solitaria siglata, il 4 aprile dello stesso anno, da Ivo Ferrari.

Il 9 e10 settembre 2006 Ennio e Giangi Angeloni salgono “In cammino con Marco e Cornelio”. “Dopo alcuni tentativi invernali – ricorda Ennio - il progetto si era arenato ai piedi di un grande pilastro cuneiforme “il triangolone”. Siamo tornati d’estate e lo abbiamo salito in due giorni, in modo onesto e pulito, niente spit e con il minimo utilizzo di chiodi. Così andava salito. Bisognava solo attendere il momento giusto.” Questa linea è stata immediatamente ripetuta in solitaria da Ivo Ferrari e successivamente da altri alpinisti locali. Si tratta di una via lunga quasi 500 metri, l’impegno non è legato tanto alle difficoltà, che non superano il 6b, ma alla chiodatura ridotta all’osso e alla necessità di integrarla posizionando protezioni veloci aggiuntive.

L’11 marzo 2011, accompagnato da Yuri Parimbelli e Tito Arosio, in giornata sale “Piantobaldo” una linea di misto, decisamente impegnativa, che con 600 metri di scalata porta diritta alla vetta della cima Occidentale. La via viene dedicata all’amico Roby Piantoni. Il 25 marzo dello stesso anno, in cordata con Alessandro Ceribelli e Maurizio Panseri, sulla bastionata delle Creste di Valzurio, i tre salgono una bella linea: “Couloir Margherita” 350 metri di ghiaccio, neve e roccia. Poco più a destra nell’aprile 2013, con Alessandro Ceribelli, lo troviamo nuovamente in azione su una nuova e divertente linea di neve e ghiaccio: “Alè! Über Alles”. Alla richiesta di cosa combinerà ancora in futuro, Ennio sorride. “C’è tanto da fare. Ho qualche cantiere aperto che spero di portare a termine nei prossimi inverni.”





Ennio Spiranelli classe 1962 è membro del CAAI. Vive e lavora a Nembro in Val Seriana, dove, con la moglie Maria, gestisce la sua piccola azienda: “GRANDE GRIMPE”. Si tratta di un negozio con annesso laboratorio per la produzione e vendita di abbigliamento tecnico per la montagna. Per chi fosse interessato Ennio è disponibile per organizzare serate per raccontare le sue storie e proiettare il video “Sulla Pietra della Regina” (info@grandegrimpe.it)



Pubblicato su "OROBIE" - agosto 2014