LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film
LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

mercoledì 14 agosto 2019

sisifofelice e #letraversiadi - Diario di produzione 12 - Sulle tracce di Franco e Angelo. Finalmente il trailer

LE TRAVERSIADI - IN AUTUNNO IL FILM AL CINEMA!

Le traversiadi. Cinque viaggi (più uno) con gli sci al limite delle Orobie.
Un film di Maurizio Panseri e Alberto Valtellina con la musica di Alessandro Adelio Rossi (2019, 80′).
La traversata delle Orobie con gli sci è stata pensata e percorsa da Angelo Gherardi, con Franco Maestrini e Giuliano Dellavite nel 1971. Nel 1974 Gherardi torna sull’itinerario con il francese Jean-Paul Zuanon. In ricordo di Angelo Gherardi, scomparso nel 1974, Maestrini nel 1980 porta otto giovani nembresi da Ornica a Carona di Valtellina e filma l’impresa in Super 8. François Renard legge l’articolo di Jean-Paul Zuanon su La montagne e reinterpreta la traversata a suo modo, nel 2011 e 2013. Maurizio e Marco nella primavera 2018 filmano il viaggio, questa volta da Varenna a Carona di Valtellina. Costruiamo il film Le traversiadi legando le riprese di Maurizio e Marco con incontri illuminanti: Alessandro “Geko” Gherardi, figlio di Angelo, Pina, la moglie di Angelo Gherardi, Maria, la moglie di Franco Maestrini, Giuliano Dellavite, che della traversata del 1980 possiede il filmato originale, che noi sottraiamo in allegria e scansioniamo in alta definizione, “Stenmark”, Paola e gli altri sciatori della traversata del 1980, Bruno Quarenghi, amico e sodale di Gherardi, il falegname Domenico Avogadro, che alla fine della guerra fabbricò i primi sci per il giovanissimo Gherardi…
Maurizio incontra brevemente e filma. sotto il passo Coca, gli alpinisti lecchesi che percorrono la traversata per la sesta volta.
Le traversiadi è girato in Cinemascope, perché se è vero, come diceva Fritz Lang ne Il disprezzo, che il Cinemascope va bene per riprendere serpenti, credo che allo stesso modo vada benone anche per gli sci.

lunedì 12 agosto 2019

#roccia - La Via dei Devoti


Il Camos e il Kita, nell'agosto 2001, aprono una nuova via a spit sui pilastri di verrucano della Spalla nord-est del Pizzo del Becco e la chiamano Via dei Devoti. Ieri sono salito con Cardu, da Carona sino a Sardegnana e oltre, sin contro le bastionate del Becco per scalare questi 230 metri di roccia. Il luogo è selvaggio e solitario, le tracce del sentiero labili e tutte da cercare. Insomma non si rischia di fare coda alla base della parete. La via è veramente bella, ci è piaciuta, soprattutto la prima lunghezza, un muro di 55 metri sino al 6b+. Poi le difficoltà mollano, due lunghezze di 6a si alternano a due di 4, e la roccia resta sempre stupenda. Alla fine della via abbiamo vagato a piedi nudi sul pianoro sommitale, tra decine di stambecchi al pascolo. Ma la cosa più gustosa è stata quella di scoprire in serata il perché di quel curioso nome. Io pensavo che Devoti devono essere quegli alpinisti che si recano pellegrini in queste lande selvagge e per mirtilli e ghiaioni giungono sino alla spalla nord est del Becco, invece Geko ci ha svelato l'arcano.
Il Camos e il Kita erano appena stati dal Don di Zogno per parlare della gestione della palestra d'arrampicata ospitata nell'oratorio (la prima palestra d'arrampicata indoor della Lombardia, giusto per fare capire che tipi erano il Don e i nostri beniamini). Il Don, che ben sapeva con che razza di mangiapreti aveva a che fare, ha accolto i nostri due con il sorriso e con grande ironia ha esclamato "Guarda te, arrivano i devoti!" come se li aspettasse per una funzione o la confessione. Camos e Kita a cui non difettava, così come al Don, l'ironia, alla prima occasione non hanno saputo resistere, e me li immagino al termine della salita ridere sornioni e dirsi: "Alüra chesta ché me la ciama: La Via dei Devoti."
La storiella e la prima lunghezza sono già in buon motivo per andarla a ripetere, poi tutto il resto viene di conseguenza. Di mirtilli e lamponi lungo il sentiero ne abbiamo lasciati e gli stambecchi vi attendono sul pianoro sommitale.
Buone scalate.

#perdersinmountainbike - sostenibilità


Tra il promontorio di La Rochelle e l'Ile de Ré un ponte di tre chilometri scavalca le acque dell'Atlantico, quindi non è esattamente una passerella ciclopedonale. Dopo avere rotto la catena (giuro che non è quella originale dei primi anni novanta) della gloriosa Ronzoni, proprio sulla rampa d'accesso, ed averla riparata alla faccia di quelle malelingue dei miei soci ciclocentrici, mi appresto a percorrere il ponte. La situazione è la seguente. Sul lato nord un'intera corsia in sede protetta ospita il flusso dei ciclisti in entrambe le direzioni. Sul lato sud un'altra corsia, un poco più stretta ma sempre sicura e ben protetta, garantisce il transito dei pedoni. Nel mezzo due corsie accolgono, a pagamento, il traffico veicolare. Quasi il 50% dello spazio di questa grande infrastruttura viaria pubblica è dedicato alla mobilità ciclopedonale, quindi mi viene da pensare che progettare e organizzare una mobilità sostenibile non solo è possibile ma è pure sostenibile anche in termini economici, sia per l'investimento iniziale che per la manutenzione successiva. Pedalo in un flusso continuo di ciclisti, il cielo è grigio e l'oceano è inquieto. Sino a metà si è in leggera salita. Davanti ho una famigliola, lui con cargobike trasportati due figlioli e lei pedala in testa. Dietro due bikepakers dall'aria vissuta, lui e lei, miei coetanei o forse con qualche anno in più, le bici e gli accessori sono vissuti e la polvere denuncia tutta la strada che hanno fatto e provo ad immaginare tutta quella che ancora faranno. Il vento è contrario e il flusso in direzione opposta non permette il sorpasso, ma parte che nessuno abbia fretta. Nella corsia opposta, oltre le auto, vedo gente che cammina con lo sguardo rivolto all'oceano, di tanto in tanto intravedo qualcuno che corre. Scollinata la metà del ponte inizia la discesa e tutti prendono il volo. I piccoli si affacciano dal cargo e urlano. Approdato sull'isola ritrovo Cristina che mi attende, non si era accorta del mio guasto meccanico. Mi fermo e osservo passare questa varia umanità a pedali e guardo l'elegante silhouette di questa opera mastodontica e a modo suo sostenibile.

 — pressoPont de l'île de Ré.

#perdersinmountainbike - vintage & fiftyfive


Erano i primi anni 90, quindi un quarto di secolo fa, era l'altro millennio, in pratica la notte dei tempi. La Cinelli, nel 1985, in Italia aveva aperto la strada alla mountain-bike con la sua Rampichino. E se in montagna si doveva andare servivano delle borse diverse da quelle utilizzate per il cicloturismo. Nascono così le Off Road, prodotte da Cinelli per il suo Rampichino. Io mica c'è l'avevo il Rampichino, io avevo una Ronzoni con un bel telaio titanizzato in acciaio Columbus. In quegli anni molti artigiani si erano ingegnati copiando l'idea e mettendoci del loro per comporre con guarniture e componentistica della più varia, bici decorose e anche più a buon mercato. Quindi io non avevo la Rampichino però le Off Road erano le uniche borse che volevo per i miei viaggi. Allora ho preso la decisione e sono andato sino a Milano, che per un Bergamasco è uno sforzo immane, a comperarmi queste ingegnose borse laterali. Per l'occasione questi della Cinelli mi hanno scucito pure più di centomila lire. Ma ne valeva la piena. Le due borse le potevi scomporre e grazie ad uno schienalino con spallacci le ricomponevi in uno zainetto. Quando lo sterrato si faceva duro e c'era da spingere o portare, le potevi togliere dal telaio e farne uno zainetto da mettere comodamente in spalla. A dire la verità lo avrò fatto un paio di volte in quasi trent'anni, ma questo è un dettaglio.
Però loro, le borse Off Road della Cinelli e la Ronzoni, sono sopravvissute all'avvento del nuovo millennio e resistono anche in questa placida vacanza da cicloturista. Loro mi accompagnano allegramente e fanno il loro sporco mestiere.
Porcaloca ma, ora che ci penso, se borse e bici sono vintage allora io sono matusa. 
Diamine! Necessito di un upgrading, shifterò su una gravel e mi darò al bikepacking ? Chissà, magari ringiovanisco pure. 
Approposito, grazie a tutti gli amici reali e virtuali per avermi fatto gli auguri di compleanno.
Viva i fiftyfive & il vintage.

#perdersinmountainbike - porcaloca


Porcaloca questa volta mi sono veramente perso. Viaggia e pedala, pedala e viaggia, e siamo arrivati davanti ad un immenso specchio d'acqua salata. E fino qui passi. Avevamo farne, siamo entrati in un locale e abbiamo chiesto del pesce. Invece che portarci un bel piatto di alborelle fritte o una tinca ripiena, ci hanno servito un grand plat degustazion conquillage con delle ostriche grandi così!
Mi sa che mi sono sbagliato sin dal primo bivio, lo sapevo che dovevo svoltare a destra e non a sinistra. E invece no, questa passione per la sinistra non mi abbandona. Poco male. Mi pappo con gusto le ostriche ed alla fine arriva la rivelazione.
La Cri si affaccia sulla spiaggia ed esclama: "Che bello l'oceano!".
Lo sapevo che volere fare del cicloturismo mi avrebbe portato alla perdizione. E poi il cicloturismo non è nemmeno più di moda, adesso si fa bikepacking.
A bon bon, vive se perdre en VTT et vive le huitree de l'Ile de Ré.

 — a La Rochelle.

#perdersinmountainbike - au contraire


Ora il treno sferraglia verso casa. Le chiacchiere con i colleghi piacevolmente fluiscono. L'aria viziata di fatica e di vita satura il vagone e ci si fa i conti anche con questo, con la vita. Lo sguardo si perde nel verde della pianura che sfreccia in direzione opposta, oltre il finestrino. All'orizzonte il nero dei temporali promette una sana lavata. Le prime gocce di pioggia picchiettano simpaticamente sui vetri sporchi. La Colnago se ne sta appoggiata sul pianerottolo e non appesa a ciondolare nell'apposito spazio, nel vagone di testa.
Oggi gli impegni di lavoro mi hanno portato a Milano. Ma io non volevo farmi semplicemente portare a Milano, io volevo andarci consapevolmente e attivamente. Allora ho preso la mia "way back home" e l'ho ribaltata per poterla percorrere "au contraire", da Olera alla metropoli.
La casa è avvolta nel sonno mentre mi alzo e mi preparo. Nel cielo, chiuso da una cappa di umidità e di nubi, la luce si spande inesorabile. Dal campanile giungono i sei tocchi della campana, si parte. Questi 85 km me li voglio gustare e godere pedalata dopo pedalata e farmi attraversare da tutto ciò che vedo. Le acque del Serio, i Colli di Bergamo, i campi coltivati dell'Isola, la frescura dell'Adda, la gente che prende il fresco lungo la Martesana. Tutto scorre attorno e dentro me mentre pedalo "au contraire" ed entro in una Milano diversa e più bella.
Ecco il treno si ferma in stazione e fuori diluvia.

#roccia - scala di grigi

Presolana del Prato, Torrione sud, via Verzeri - 23 giugno 2019, 09:35:41


Siamo appena giunti ai piedi della parete e già arrivano i primi veli di nebbia. Calore, umidità e convezione ci regalano sbuffi di vapore che risalgono veloci, cambiano forma, densità e consistenza, dapprima sopra i pascoli e i macereti per poi ingolfarsi contro i bastioni di calcare. A volte si dissolvono nel vento, oltre le creste. Altre volte si accumulano, velo su velo, e tutto avvolgono spegnendo i colori e rubando la profondità. E tutto è grigio come la roccia dove cerchiamo la nostra strada, la nostra scala di grigi appigli e appoggi. Ed è così per tutto il giorno in un continuo gioco a rimpiattino. Ora mi volto e non scorgo che le ghiaie basali, altre mi giro e lo spazio si apre sino all'orizzonte e alle acque del lago. Oggi però preferisco questa dimensione intima e sospesa di una scala di grigi, e sorrido quando la nebbia tutto avvolge.