venerdì 2 gennaio 2015

#11 UN'IMMAGINE DICE PIU' DI MILLE PAROLE

- Venerdì 2 gennaio 2015 - ore 09:56:43 – Campuana – Sorisole -

Da anni non ero così fuori forma. Da mesi non arrampico. Mi manca un sacco la scalata: la roccia verticale, il vuoto, il suono secco del moschettone che scatta, la paura di volare, i polpastrelli spellati, l’acido lattico che ti gonfia gli avambracci, la puzza delle scarpette quando te le togli e tutte quelle mille cose inutili che segnano i momenti dell’arrampicata. In questi mesi la sbarra, sospesa la in alto nel corridoio di casa, nemmeno una trazione mi ha concesso. A dire la verità non ci ho provato mai, anche in questi giorni mi limito a guardarla ogni volta che ci passo sotto, lei mi osserva, ne sono certo, anche con una certa aria di sfida. A volte passo e faccio finta di non guardarla, con la coda dell’occhio colgo il suo sguardo impertinente, quasi di sufficienza. Allora faccio spalluce e vado oltre, ripromettendomi che la prossima volta glielo faccio vedere io a quella sfrontata.
Durante queste vacanze mi sono ripromesso di riprendermi il tempo, quello mio, quello solo per me, quello per me da solo. Solo senza mediazione alcuna, senza motori ad aiutarmi, riducendo gli spostamenti al minimo. A volte mi faccio dei trip sulla mia impronta ecologica e la decrescita felice e la consapevolezza del nostro impatto sul pianeta, quindi per mettermi il cuore in pace, cerco di fare almeno dell’arrampicata a KM Zero. Oggi per la terza volta, in queste vacanze, sono partito da casa a piedi, ho imboccato la mulattiera e mi sono immerso nel gelo della valletta, quella che sale al colle e che mai prende il sole durante l’inverno. La neve gelata crocchia sotto i piedi, l’aria ghiacciata morde la pelle del viso, nuvole di vapore sono il mio respiro. Il colle è al sole e salgo lungo il crinale scaldato dai sui raggi, su sino ai roccoli di Campuana. Finalmente la vedo. La falesia è una vela bianca di roccia che emerge tra i boschi spogli della valle, dominata dalla croce immensa del Canto Alto e sullo sfondo, ad occidente, il Monte Rosa e la candida catena alpina. Prima di reimmergermi nell’ombra del bosco, che conserva ancora un tappeto di neve, mi volto verso la pianura. La bellezza è lì da cogliere: le Luvride, i Colli di Bergamo e San Vigilio, le foschie padane e violacea, ultimo sipario, la catena appenninica. Con queste immagini a colmare lo sguardo scendo sino alla sorgente e da lì risalgo ai piedi della vela rocciosa, ornata da canne d’organo e strapiombi. Sono solo. Adoro essere solo in questo luogo, protetto dagli sguardi e dal freddo vento del nord. Anche oggi si scala in maglietta. I movimenti oggi sono più fluidi e gli appigli, che solo un settimana fa sembravano piccini, ora appaiono più generosi. Riprendersi il tempo e prendersi cura delle proprie passioni, dei propri desideri e dei mille sogni segreti custoditi tra i legni profumati dell’animo. Un gran bel regalo per ricominciare un nuovo anno.

Con calma preparo lo zaino e rientro a casa, oltre il crinale della Val Braghizza. Una volta a casa appoggio lo zaino sulla panca e vado in corridoio. La osservo e senza dire nulla allungo le braccia, stringo le mani attorno all’acciaio, sollevo i piedi e resto così, appeso, dondolando leggermente. Lei mi saluta e senza dire una parola mi dice: ben tornato. Ed io sorrido.

DRITTI AL CUORE

OL SIMÀL - DRITTI AL CUORE

Dritti al cuore. Proprio così, oggi andiamo dritti al cuore delle Orobie. Senza soste, senza passare dai rifugi, senza percorrere sentieri battuti. In un unico balzo saliremo da Valbondione a “Ol Simàl”, un colle posto a 2712 metri di quota ovvero il punto più alto del popolare “Sentiero delle Orobie”. Questo passaggio si affronta, di solito,  nella quarta tappa del trekking, quella che collega i rifugi “Brunone” e “Coca”, la più impegnativa, riservata ad escursionisti esperti, in grado di muoversi con sicurezza lungo sentieri scoscesi e attrezzati con catene, in cui la presenza di vedrette e canaloni innevati obbliga all’utilizzo di ramponi e piccozza.
Quando si desidera andare a fare visita ai giganti delle Orobie e godere dello spettacolo di queste cime che sfiorano il cielo oltre quota 3000, una volta giunti alla testa della Valle Seriana, ci sono due diversi itinerari. Il primo parte da Fiumenero, da lì si raggiungono le pendici del Pizzo Redorta e della Punta Scais, dopo avere percorso il ben segnalato sentiero che risale l’intera valle e i ripidi pendii finali, sostando al Rifugio Baroni al Brunone. Il secondo parte da Valbondione e all’arrivo consente di andarsi a specchiare nel laghetto di Coca e ammirare l’immagine riflessa del Pizzo Coca, la cima più alta di tutte le Orobie; quindi è possibile sostare e pernottare al Rifugio Mario Merelli al Coca da cui  i più preparati potranno salire alla bocchetta dei Camosci e da lì, lungo la via normale, sino alla vetta.
Oltre a questi due frequentati accessi verso le alte cime, ne esiste un terzo più selvaggio e meno conosciuto. Percorrendo la strada di fondovalle, tra Fiumenero e Valbondione, pochi immaginano che sui ripidi versanti, alle spalle delle frazioni di Gavazzo e dei Dossi, possa esistere un tracciato di grande interesse paesaggistico e in connessione con la rete sentieristica presente in quota. Su questo percorso la montagna custodisce gelosamente luoghi unici, terrazze affacciate sulla valle, in cui l’uomo ha lasciato un segno del suo passaggio e  la solitudine regna sovrana.
Oggi quindi puntiamo dritti al cuore delle Orobie, oggi in un balzo saliremo sino a “Ol Simàl”.
Il cammino sarà lungo e faticoso, per questo si consiglia una partenza mattutina quando il fondovalle è ancora avvolto nell’ombra. Prima di entrare nel paese di Valbondione, si parcheggia sulla sinistra, nel piazzale sterrato posto nei pressi del deposito dei bus di linea, qui ha inizio il sentiero 331. Si risale una bella mulattiera nella frescura di un bosco di faggi e in meno di venti minuti si giunge in località Salvasecca, un piccolo pianoro sostenuto da una barra rocciosa, da cui si domina il paese di Valbondione. Le vecchie cascine sono state recuperate e ora ospitano un agriturismo, con annessa fattoria didattica che offre interessanti proposte di soggiorno. Si prosegue oltre, sino a sbucare su una strada sterrata che ha malamente cancellato il tracciato storico della mulattiera che saliva sino alle Stalle di Redorta. Si percorre lo sterrato sino ad attraversare la valle  della Foga le cui acque precipitano in una bella cascata. Prima di giungere al termine della carrareccia sulla destra si stacca il sentiero da seguire per raggiungere la nostra meta. Anche se siamo solo all’inizio di un lungo cammino, vale la pena fare una deviazione sino ai prati della Stalle di Redorta, letteralmente sospesi sull’alta Valle Seriana e punteggiati da baite sino al limitare del bosco. Tornati sui nostri passi, saliamo con decisione lungo il sentiero seguendo sempre il segnavia CAI 331. A tratti si costeggiano le condotte forzate che alimentano la centrale dei Dossi,  poi si guadagna quota velocemente sino sbucare oltre il bosco, raggiungendo la località Spiazzi. Siamo a quota 1680 e un dosso pianeggiante si protende sulla valle, ospitando i ruderi di due edifici e un brutto traliccio con dei ripetitori, che nulla toglie però alla bellezza del panorama. Di fronte si apre la conca di Lizzola dominata dalla chiesetta della Manina e dalla lunga dorsale del monte Sasna. Sul fondovalle, incastrato tra ripidi versanti boscosi, il fiume Serio serpeggia sinuoso, come se giocasse con i lunghi rettilinei d’asfalto della strada provinciale. Mancano oltre mille metri di dislivello per raggiungere “Ol Simàl” e quindi ci rimettiamo in cammino. Risaliamo i pascoli con una lunga diagonale verso destra, sino ai pressi di una singolare struttura circolare, edificata sopra una parete rocciosa. Ai suoi piedi,  quattro cavità artificiali raccolgono tutte le acque provenienti dalla gallerie sotterranee che intercettano tutte le valli che incidono i versanti compresi tra i rifugi Redorta  e Coca. Questa località è conosciuta come Pozzo ENEL e, vicino, si intercetta il sentiero della traversata bassa che unisce i due rifugi. Il pensiero che l’intera montagna sia stata forata per raccogliere le acque da utilizzare per la produzione di energia idroelettrica, ogni volta mi lascia stupefatto. Mentre cammino mi ritrovo ad immaginare quel labirinto sotterraneo in cui il buio e il gorgogliare dell’acqua sono i compagni del suono prodotto dai miei passi sulla pietra, in un improbabile trekking onirico. Mi riprendo dai pensieri mentre, seguendo il segnavia CAI 334, salgo la scalinata che taglia la roccia sino al pozzo. Ora la traccia si snoda evidente tra pascoli e ghiaioni, il suono dell’acqua che scorre in mille rivoli e torrentelli è l’unica compagnia che possiamo avere nella meravigliosa solitudine di questi luoghi. È da oltre tre ore che camminiamo e ormai siamo in quota. Qui l’aria è più fresca, il cielo terso e i panorami profondi. Il tempo scorre e il dislivello macinato aumenta, con costanza si sale senza esitazioni, verso la prossima sosta che faremo in un luogo da cui ci si può solo lasciare incantare.


Appena oltre un ripido tratto di sentiero,  si doppia un crinale e ci ritroviamo a quota 2320 metri. Come per incanto, non nel fondo di una conca o nel mezzo di una valle, ma proprio lì sul dosso, sospeso tra i monti, si apre un piccolo calice d’acqua dalle forme perfette. Limpido occhio della terra spalancato verso il cielo, che invita a prendersi una pausa per passeggiare lungo il suo limite e osservare il grandioso paesaggio riflesso, le cui forme si moltiplicano come fosse un caleidoscopio naturale. Protrarre la sosta sulle sponde del lago di Avert è naturale, non solo per recuperare le forze e prepararsi al balzo finale, ma soprattutto per godere il più a lungo possibile dello spettacolo che si dispiega davanti ai nostri occhi e, lentamente,  prendere consapevolezza che si sta attraversando la soglia di un luogo magico che ci porterà dritti al cuore.
Con qualche esitazione si riparte, anche se lo sguardo continua a cercare questo specchio liquido spalancato sul fianco della montagna e sospeso sulla valle. Si percepisce chiaramente l’energia emanata dalla montagna, si respira un’atmosfera rarefatta e selvaggia. La fatica inizia a farsi sentire, il sentiero si inerpica tra pascoli magri, diventando una traccia labile tra rocce rossastre e instabili ghiaioni. Ci troviamo a percorrere la testata della Valle Antica, un nome evocativo che ben si addice a questi luoghi spogli e primordiali in cui si avverte la potenza della natura, la forza della terra. Ben presto si incrocia il Sentiero delle Orobie, proveniente dalla Vedretta dei Secreti, altro toponimo su cui fantasticare, e si affronta l’ultimo strappo che porta a “Ol Simàl”.
Sei ore di cammino, millenovecento metri di dislivello, ed eccoci giunti dritti nel cuore delle Orobie. Non servono parole, basta il silenzio di questi luoghi a raccontare ciò che si prova: emozioni e pensieri che si rincorrono e lentamente si quietano,  sedimentano dentro di noi. Un sorso d’acqua e del cibo, gustati ascoltando la musica del silenzio che la montagna ci offre, aiutano  a godere tanta bellezza.

È ora di rientrare, il ritorno sarà lungo. Ci attende il ripido canalino e poi la discesa in planata sino al coreografico laghetto di Coca, quindi, con le gambe ormai molli e le ginocchia provate, percorreremo la lunga e conosciuta discesa dal rifugio Coca a Valbondione. Giunti in paese, volgendo lo sguardo verso quei versanti su cui si è svolto il nostro cammino, solo la fatica  ci confermerà che questo viaggio non è stato un sogno.


Pubblicato su "OROBIE" - ottobre 2014   

PICCOLE STORIE #12

DISPENSATORI DI SOGNI

Qual è il futuro della nostra associazione? È difficile dirlo, è difficile saperlo. Una cosa però è certa, in questo momento storico il mondo dell’associazionismo, e non solo il nostro, sta attraversando un periodo di crisi legato, principalmente, alla mancanza di partecipazione e di ricambio generazionale. Più volte il nostro Presidente, nei suoi editoriali, ha sollevato il problema con chiarezza e determinazione, interrogandosi e interrogandoci, invitando ciascun socio a dedicare qualche attimo del suo tempo alla nostra associazione. Le risposte sono state timide e i volti di chi organizza e si mette in gioco sono sempre i soliti, le facce nuove, che ringraziamo sentitamente, sono purtroppo poche.
La questione assume contorni preoccupanti soprattutto se guardiamo i numeri. La nostra sezione, nonostante la lieve flessione di iscritti dello scorso anno, conta oltre 10.000 soci. I corsi e le gite, proposte dalle commissioni e dalle scuole, sono sempre  frequentate con assiduità e molto spesso fanno il tutto esaurito. La palestra d’arrampicata pure, addirittura con problemi di sovraffollamento in alcune fasce orarie. Se dovessimo fermarci ai numeri potremmo dire che siamo in gran salute, mentre invece così non è. Se facciamo il rapporto tra chi fruisce dell’attività proposta dalla nostra sezione e chi la organizza, otteniamo dei valori completamente sbilanciati. Con la consapevolezza delle poche forze in campo, mosse da una grande passione, disponibilità e professionalità, i risultati sono stupefacenti e quindi, a maggiore ragione, dobbiamo interrogarci sul perché di questa situazione così squilibrata. Sono tantissime le persone che si avvicinano al mondo della montagna e alle bellezze della natura grazie al nostro club ma pochi sono quelli che si appassionano a tal punto dal dedicare una parte del loro tempo per diventarne promotori verso gli altri.
Perché accade questo? Perché a chi partecipa alle gite, ai corsi, alle serate, non arriva il messaggio che quello di cui godono è il frutto del lavoro volontario di altre persone che, come loro, amano la montagna? Forse siamo noi che sbagliamo e che non riusciamo a comunicare correttamente un concetto basilare: essere associati non vuol dire essere utenti, il CAI è un’Associazione di volontari e non un Agenzia di professionisti.
Quindi se vogliamo uscire da questa situazione di stallo e se desideriamo trovare una risposta a tutte le domande fatte sinora, dobbiamo prima di tutto dare una risposta a quest’ultima domanda: “La nostra associazione, il CAI, è un erogatore di servizi o un dispensatore di sogni?”
Ripartire da questa domanda - e dalle risposte che ognuno di noi si darà - penso sia importante per trovare il giusto equilibrio nelle proposte che faremo ai nostri associati, per affrontare da una nuova prospettiva e con fiducia l’anno che ci aspetta.


#10 UN'IMMAGINE DICE PIU' DI MILLE PAROLE


- Sabato 27 dicembre- ore 15:42:00 – Olera – Alzano Lombardo -

A volte, se ti fermi, se stai zitto zitto, se trattieni il fiato, se stai immobile, proprio allora ne senti la musica. Suoni soffici. Prima li avverti appena, ma se ti concentri e resti ancora un poco più immobile, ancora un poco più zitto, ancora un poco più fermo e trattieni il respiro ancora un poco, la musica sale e ti travolge, ti avvolge e ti incanta. E proprio allora ti chiedi: ma come potevo non sentirla prima?

domenica 30 novembre 2014

#6 PARETI E RACCONTI - Benigno, alpinista a KM0


GRIGNONE – parete ovest - Benigno Balatti racconta.


Questa mattina abbiamo un appuntamento a Mandello Lario. Benigno ha promesso di portare Matteo e me in un posto a cui è particolarmente legato, lo Zucco Sileggio. Una cima sospesa sopra il lago, una meta per nulla alpinistica, ma con un panorama decisamente esclusivo. La vista sul lago, come da tutte le montagne di questa zona, è impagabile ma, come ci fa notare Benigno, questo è l’unico punto da dove si può avere una visione frontale del parete ovest del Grignone. Parete di cui lui conosce ogni anfratto, ogni segreto e che noi desideriamo esplorare in sua compagnia. Però ora andiamo con ordine.
Benigno Balatti, classe 1954, parla con calma e la sua voce fluisce senza sosta con quella cantilena tipica dei paesi della sponda lecchese. Chiacchierando è evidente il forte legame che lo unisce a Mandello, paese dove è nato, cresciuto e, ancora oggi, vive. Paese nelle cui fabbriche ha lavorato come operaio e sulle cui montagne si è formato come alpinista. La sua casa è posta a monte della linea ferroviaria, anche se si vede il lago, i binari costituiscono una specie di confine tra due mondi. Così spiega Benigno: “Ci sono i Laghei e quelli sopra la ferrovia, sopra siamo i Montanari. Io vado anche al lago ma non sono capace nemmeno di nuotare, preferisco andare nei boschi, preferisco la montagna in tutti i sensi, non solo arrampicata, non solo alpinismo estremo ma anche andare per funghi, camminare, insomma rilassarsi.” Mentre parla prende lo zaino e usciamo di casa, ci avviamo lungo la strada verso la mulattiera che, oltre le ultime case, sale tra gli alberi spogli del bosco. Benigno sorride e ha uno sguardo mobile e irrequieto, da persona curiosa. Le sopracciglia spesso si inarcano in un espressione di meraviglia, disegnando sulla fronte rughe profonde e regolari. La sua voglia di raccontare le mille storie vissute tra le sue montagne è prorompente e travolge, questo suo entusiasmo è contagioso e trascina. Mentre camminiamo, quando siamo nei pressi del Santuario di Santa Maria, mi guarda e dice: “Pensa te, come cambiano le cose. Un tempo, fino a qualche hanno fa, ero uno che non parlava o parlavo poco. Ora invece ho voglia di raccontare e non mi importa di quello pensa la gente, se vogliono mi ascoltano, altrimenti … - si interrompe e ridacchia, per poi esclamare in dialetto – rimango sempre ù selvadec”.
Benigno ha scalato in tutte le Alpi e si è pure concesso alcune spedizioni extraeuropee, soprattutto in sudamerica. Il suo terreno prediletto è quello dell’alta montagna. Se parliamo del solo Monte Disgrazia, lì ha salito ben venti nuovi itinerari di ghiaccio e misto. Oggi però la storia che gli chiedo di raccontare è quella del suo alpinismo a Km 0, quello fatto partendo direttamente da casa a piedi e con lo zaino in spalla. Quell’alpinismo che dalle sponde del lago lo ha portato a vagabondare sui versanti più selvaggi delle Grigne, sino a scoprire le linee effimere che d’inverno compaiono sulla parete ovest della Grigna settentrionale e che conducono immancabilmente al rifugio Brioschi, arroccato sulla vetta della montagna.
Ormai è da più di un ora che camminiamo, sulla ripida traccia che risale il crinale verso lo Zucco di Tura e da lì al Sileggio ci troviamo sospesi nel sole. Alla nostra sinistra le acque del lago, increspate dal vento, si stendono come un nastro ad incastrarsi tra i monti, alla nostra destra, ammantate di neve e avvolte nell’ombra, le Grigne si offrono in tutta la loro bellezza. Sostiamo, ci sediamo nell’erba secca. Benigno, mentre racconta, osserva con attenzione le sue montagne che ci circondano e che ogni giorno vede dalla finestra di casa e dalle strade di Mandello. Le stesse montagne che lo hanno visto crescere e per le quali nutre una passione incondizionata. La stessa passione che continua ancora oggi a spingerlo verso l’alto, anche solo per camminare, esplorare e continuare a sognare.


Aveva 13 anni quando con alcuni amici ha iniziato a scalare, le prime vie di quarto e quinto  grado furono utili per prendere dimestichezza, per giocare. Poi a 16 anni è arrivato il momento di percorrere le lunghe vie dalla Medale, la grande parete che sovrasta Lecco, ormai pronto ad affrontare difficoltà di sesto e settimo grado. Dopo la scuola dell’obbligo ha iniziato subito a lavorare, ma tutto il tempo libero era dedicato alla montagna e all’arrampicata. “Abitando in questo posto eravamo sempre in giro per i boschi e eravamo sempre allenati, per noi era naturale andare in montagna e con la Grignetta qua sopra casa, tutti i fine settimana salivamo ai Pian dei Resinelli, dormivamo in qualche baita, dove ci ospitavano. Si mangiava poco ma si era sempre in giro a scalare.” I suoi occhi sorridono mentre racconta e lo sguardo si abbassa a cercare quella striscia di case schiacciate tra la riva del lago e la montagna, da dove anche oggi siamo partiti. In quegli anni di formazione la figura di riferimento, per Benigno e i suoi amici, è la guida alpina Giuseppe Alippi, meglio conosciuto come  il Det. Con lui si lega in cordata e a 18 anni percorre le impegnative vie  del Sasso Cavallo e del Sasso Carbonari. In quei primi anni ’70 sulla difficile via Oppio faranno la prima ripetizione senza bivacco, per la prima volta una cordata riesce a venire a capo di quella linea strapiombante in giornata. “A 20 anni arrampicare era come una droga, non ci bastava mai. C’era anche il lavoro, era faticoso. Alla domenica sera tornavamo stanchi morti dopo un fine settimana passato in montagna, ma al lunedì mattina, mentre entravo in fabbrica, stavo già pensando a qualche progetto per il fine settimana successivo e i giorni volavano nell’attesa che arrivasse il venerdì sera.”


Riprendiamo il cammino e ben presto calchiamo la vetta dello Zucco Sileggio, davanti a noi la parete Ovest del Grignone si mostra in tutta la sua bellezza, alcune nebbie la velano per poi dissolversi. Grandi cornici di neve si protendono nel vuoto e incombono sui canaloni che la solcano, bordati da speroni calcarei. Sono ben sei le linee d’arrampicata che salgono la parete e due sono state salite per la prima volta da Benigno. Lui ce le indica e le descrive nel dettaglio, si ricorda esattamente tutto: date, orari, difficoltà, gli amici di cordata, è una fonte inesauribile di informazioni, dettagli e aneddoti. “Vedi? Questa, anche se la in fondo c’è il lago e la sua quota è modesta, per me è una grande montagna. D’inverno tutto si trasforma e diventa impegnativo, difficile, e se parti a piedi da casa nel pieno della notte, per poi trovarti in parete alle prime luci dell’alba, è come essere al Monte Bianco.” Lo ascolto e poi gli chiedo il perché di questo amore per l’inverno e le linee di ghiaccio e neve così effimere e mutevoli, itinerari che si devono curare, conoscere e salire al momento opportuno. “Quando ho iniziato a scalare non si faceva nulla in inverno. Ci si limitava ai canali della Grignetta, alla cresta Segantini e al canalone ovest sul Grignone. Però a me l’ambiente invernale piaceva tantissimo e ho subito capito che quello era il mio alpinismo, i luoghi dove vivere delle grandi avventure. Quindi ho iniziato ad esplorare e qui c’era tutto quello che cercavo e di cui avevo bisogno.
Benigno continua a raccontare della sua vita passata tra i canali, sulle rocce e sul ghiaccio della sua montagna, mentre lo ascolto mi perdo nel guardare la parete ovest che lentamente viene scolpita dai raggi del sole che, nel primo pomeriggio, iniziano a lambirne le costole rocciose e a disegnare con minuzia le cornici e le creste di neve. Il tempo scorre lento e al termine della giornata ci lasciamo con la promessa di rivederci al più presto, per andare a fare visita alla parete e salire insieme una delle sue linee, legati alla medesima corda.

GRIGNONE – PARETE OVEST


Ieri sera Benigno mi ha chiamato: “Domani sulla Ovest le condizioni saranno perfette! Lo zero termico si abbassa e questa notte gelerà tutto. Alle 4 ti aspetto al Cainallo, vedrai che prima di mezzogiorno saremo in vetta?” Rispondo senza esitare: “Ok! Ci sarò.” È ancora buio quando arrivo al luogo dell’appuntamento, Benigno è lì che mi aspetta, un vento freddo da nord strapazza le chiome spoglie dei faggi. Un saluto, due parole e siamo già in cammino verso la Bocchetta di Prada e il rifugio Bietti. Durante l’avvicinamento con il suo aiuto ripasso la storia della parete. Per ogni via, ogni luogo, ogni anfratto, dalla sua memoria scaturiscono mille ricordi, aneddoti, immagini e storie.
Il “Canalone Ovest” è la più evidente delle linee da salire in inverno, incide il centro della parete e punta dritto ai 2410 metri della cima della Grigna Settentrionale, anche conosciuta come Grignone. Fu percorso per la prima volta nel lontano 17 ottobre 1874, in discesa da Giovanni Gavazzi, Julien Grange e Primo Ballati
Nella parte di sinistra vi sono altre tre linee che sbucano sulla Cresta di Piancaformia. All’estrema sinistra troviamo Il “Canale della Fiamma” o “Couloir Festorazzi-Galperti”, aperto da Lorenzo Festorazzi e Francesco Galperti, nei òprimi anni duemila. Poi abbiamo l’evidente “Canalone di Sinistra”, un’altra grande classica da salire con piccozze e ramponi, di cui non si conoscono i primi salitori. Incastrato tra questo e il “Canalone Ovest”, troviamo il “Couloir Zucchi”, impegnativo itinerario, caratterizzato da una dura sezione su roccia, aperto nel 1959 da Corrado Zucchi e compagni. Nella porzione di destra della parete, dove predominano gli speroni e le barre rocciose, si sviluppano i due itinerari più impegnativi, entrambi aperti da Benigno nel dicembre del 2003. “Magic Line”, aperta con Massimo Poletti il 13 Dicembre e dedicata a Sergio Gianola, è ormai diventa una grande classica per chi ama le condizioni effimere della scalata su ghiaccio sottile. Ancora più a destra “La storia infinita” è stata aperta con Lorenzo Castelli e Andrea Fasoli il 17 e 18 Dicembre 2003. Questa linea, dedicata a Marco della Santa, per le precarie sezioni di misto e roccia da salire con piccozze e ramponi, è la più impegnativa e ha richiesto anche un bivacco in parete, per attendere che il rigelo notturno garantisse le migliori condizioni di sicurezza.



Mentre ascolto le infinite storie di Benigno, lo seguo per canali e pendii nevosi, la neve è portante e la progressione veloce e sicura. Senza rendermene conto saliamo il “Canalone di sinistra”. Immerso nell’ombra della fredda parete mi godo le chiacchiere e l’incredibile panorama che si apre sotto i nostri ramponi. Il lago è una presenza incredibile e il contrasto tra le vele che scivolano sui riverberi delle acque e noi che saliamo verso il cielo, scatena  emozioni difficili da raccontare. Benigno si ferma per un attimo al mio fianco, in punta di piccozze e ramponi mi osserva e sorridendo dice: “A fare queste cose torno bambino, perché mi diverto un sacco. Queste sono le cose che ho sempre sognato da quando ho iniziato a frequentare la montagna. È bellissimo!

Pubblicato su "OROBIE" - ottobre 2014   

domenica 19 ottobre 2014

#5 PARETI E RACCONTI - Le mani di Simone



QUALIDO - Simone Pedeferri racconta

Le mani di Simone si muovono nell’aria con decisione ed eleganza, gesti rapidi e precisi scanditi da pause e accelerazioni, si alternano in una danza sinuosa e imprevedibile. A volte sembra plasmino l’aria come fosse materia, altre volte che accarezzino una tela, oppure che stiano stendendo strati di colore. Le osservo, si fermano a mezz’aria, mentre le dita si muovono come stessero sfiorando la pietra, sino a quando, trovata la giusta posizione, si stringono attorno a piccoli appigli fatti di cielo e da cui iniziare la scalata. Lo sguardo, calamitato da queste mani, resta affascinato da quella esatta padronanza dello spazio che le circonda. Mi perdo a tal punto nell’ascoltare ciò che raccontano le sue mani, che a volte non seguo più la sua voce. “Scalata e arte sono due passioni totali, - afferma Simone - due mondi paralleli. Nell’arte il mio elemento ispirante è la natura, con i suoi paesaggi e lo spazio, elementi in cui mi immergo quando scalo sulle montagne di casa o nei luoghi selvaggi dell’Africa e del mondo. I colori che uso e che plasmo, arrivano proprio da qui, dalla natura che mi circondo e dalle esperienze che vivo. Le emozioni, le immagini e i momenti si stratificano, si accumulano, si coprono l’un l’altra. Quando lavoro le faccio emergere e con calma loro arrivano, si svelano. Ne ottengo fasce di emozioni che torno a sovrapporre e stratificare sulla tela. Dipingo con un segno scultoreo più che pittorico, un segno forte simile ai gesti della scalata, un segno materico come è materia la roccia su cui scalo. In parete, come in studio, la parte razionale e quella istintiva emergono e inizialmente si combattono, si studiano, si scrutano e infine si fondono sino ad entrare in armonia.” Le parole diventano quindi puro accompagnamento,  semplice punteggiatura del racconto fatto dalle sue mani, sempre pronte a narrare storie di amicizia, d’arrampicata e d’arte. Mani in grado di lasciare un segno sulla pietra e sulla tela, a sfidare il tempo.

Il cielo è terso e l’aria decisamente fredda. Oggi in Valle di Mello siamo soli, a sinistra le grandi placconate di granito paiono groppe di giganteschi animali che sonnecchiano e si crogiolano nel sole, mentre sulla destra è il regno dell’ombra che domina incontrastato e già le prime bave di ghiaccio ornano il bordo delle cascate. La, in fondo, i due mondi convergono nell’imponente Monte Disgrazia, vigile custode dell’intera Valle. “Vent’anni fa cercavamo un posto simile allo Yosemite e lo abbiamo trovato qua. –Simone si ferma sotto un grande faggio e parla tranquillo – Un posto dove alla sera si potesse stare attorno a un fuoco, bivaccare sotto i massi e partire la mattina con lo zaino in spalla per scalare tutto il giorno. All’inizio partivo da Cantù per venire qua, poi gli eventi della vita mi hanno trattenuto in questa valle. Qui ho conosciuto Monica, mia moglie, e ho invertito la rotta. Questo luogo e le sue pareti mi hanno fatto crescere e, ancora oggi, continuano a farmi crescere. L’apprendimento non finisce mai sia sui massi che sui montiri, sulle vie brevi ma soprattutto sulle big-wall, l’ambiente che amo di più

In alto, le montagne sono già spruzzate dalla prima neve. Riprendiamo il cammino immergendoci nei colori dell’autunno che ormai si stanno spegnendo. Ancora vivido è il giallo dei larici mentre le pennellate oro delle betulle, tra il verde compatto degli abeti, restituiscono brillanti raggi di sole. Oggi il Precipizio degli Asteroidi è la nostra pietra d’angolo, ai suoi piedi svoltiamo a sinistra, abbandonando la placida mulattiera di fondo valle per risalire l’antico sentiero dei Melat, che si inerpica in Val Qualido.

Saliamo zigzagando tra faggi dalle architetture uniche, le foglie crepitano sotto i piedi, ci fermiamo spesso per osservare, tra le chiome spoglie, la grande parete del Qualido che inizia a delinearsi nella sua imponenza. Ad ogni sosta il racconto di Simone, prende forma, cresce e si rinnova, le mani con movimenti ampi ed eleganti sostengono e amplificano la narrazione. A volte ci indica una linea sulla grande parete e frugando tra i ricordi ci regala frammenti della sua vita, fatta di emozioni e amicizie: “Ci sono legami che vanno oltre le difficoltà affrontate in parete e che si consolidano per sempre. Gli amici sono stati fondamentali nella mia vita, ogni salita è indissolubilmente legata al volto di un amico, in maniera profonda.”

Il bosco si fa sempre più rado e in quota cede spazio ai pascoli, la parete si mostra in tutta la sua bellezza.

Passiamo come di consueto all’Hotel Qualido, un meraviglioso posto da bivacco posto sotto un grande masso di granito, ricavato da un antico ricovero di pastori. Simone apre il cancelletto ed entra, mentre gli occhi si abituano alla penombra dice: “In venti anni ho passato i mesi in questo posto. A un buco del genere ci si affeziona per forza. Quando ho fatto Joy Division ho passato più di tre settimane qua. Era il mio campo base. Per la gran parte del tempo ci sono stato da solo, salivo e scendevo lungo le corde fisse per provare i tiri di corda, ero un bambino super selvaggio. Ogni tanto salivano gli amici a trovarmi e per salire in parete con me, a scalare.

Usciamo dall’Hotel e saliamo ai piedi della parete dove giochiamo scalando le prime lunghezze di alcune vie. Oggi l’obbiettivo non è quello di salire una linea su questa big-wall, oggi ciò che ci interessa è scalare tra le parole e fare emergere, come scultori, da questa stratificazione di emozioni e i ricordi, le forme dell’intimo legame che unisce Simone alla parete del Qualido. “Vivere il Qualido non è solo arrampicare sulla parete. Vivere il Qualido è stare in questo ambiente, accendere il fuoco la sera, mangiare, vedere l’alba, attaccare la parete, ridiscendere, cercare di fare le vie in arrampicata libera. -  e continua Simone -  per me è stato importante potere godere di questa parete in tutte le stagione per sentire dentro di me di avere vissuto un intero percorso con lei.” Si interrompe e sorride, poi lo sguardo si perde nuovamente su quell’impressionante architettura di granito:“Se torni per anni su una parete, alla fine ti accorgi che non devi dimostrare niente a nessuno. Dopo tutto un percorso vuoi solo vivere dei momenti piacevoli e quindi vai alla ricerca di quei momenti di quelle sensazioni. Le sfumature che cogli sono diverse anche se la parete è la stessa, perché nel profondo sei tu che sei cambiato.”

La giornata volge al termine e ci incamminiamo verso valle, la parete è ormai in ombra, Simone la guarda ancora per un ultima volta. Chissà a cosa pensa, chissà quanti altri ricordi tornano a galla ad ogni sguardo, chissà quanti nuovi progetti frullano in quella testa.



Simone artista, Simone alpinista



Al rientro ci fermiamo a San Martino di Valmasino e ci rifugiamo nell’ambiente caldo e accogliente del Bar Monica. Qui lavora e abita Simone con la moglie Monica. Dopo esserci scaldati ci invita a salire di sopra dove, nella mansarda, vi è una parte del suo atelier. Lui, diplomato all’accademia di Brera, in questo spazio lavora e crea. Ci parla delle opere alle pareti e poste in ogni dove, ci racconta la sua visione dell’arte e del intimo legame con la natura e la scalata. Prende dei giganteschi rotoli di carta e li distende sul pavimento, li guarda soddisfatto. Da una certa distanza risalta evidente la figura di un uomo, ma quando mi avvicino comprendo che quell’uomo non è altro che la geografia della Valmasino, compresa la Valle dei Bagni e la Val di Mello. Mi chino ancora di più e non finisco di sorprendermi nel cogliere i dettagli e di vedere disegnati uno ad uno i massi granitici che realmente si trovano nella valle, con le loro forme esatte e le linee tracciate sulle loro piccole pareti. “Questo è il disegno originale che ho fatto per l’ultimo MelloBlocco – dice soddisfatto Simone – la  manifestazione che organizziamo ormai da 10 anni e che porta nella valle migliaia di persone, un’esperienza unica nel suo genere.” Poi, mentre mi indica i dettagli del disegno, le sue parole diventano una musica di sottofondo e mi perdo nel guardare le mani di Simone che si muovono sul disegno come se stesse dipingendo, come se stesse arrampicando.



QUALIDO BIG WALL – La storia secondo Simone



In Qualido alcune vie si possono ripetere anche in giornata, ma le sue dimensioni, la difficoltà e la lunghezza di molti itinerari, che oscilla tra i 500 e 800 metri, ne fanno una big wall su cui è possibile e a volte indispensabile passare più giorni, scalando, vivendo e dormendo in parete.

I sassisti hanno aperto la strada e se “Via Paolo Fabbri 43” (1978) è stata la prima via della parete con “Il paradiso può attendere” (1982), salita in cinque giorni di scalata, Paolo Masa, Jacopo Merizzi e Antonio Boscacci hanno chiuso alla grande quel Nuovo Mattino di cui sono stati protagonisti in Valle di Mello, fatto di ricerca e avventura. Oggi la si ripete anche in libera ma “Il paradiso” resta una scalata assolutamente avventurosa e selvaggia dove ci si deve adattare alla parete, alle sue regole e non c’è nulla di preconfezionato.

Poi si deve segnare il passaggio della meteora Tarcisio Fazzini, un fuoriclasse indiscusso. Con “Pejonasa wall” e “La spada nella roccia” (1989), vie ancora oggi temute e di riferimento, ha spinto a fondo il piede sull’acceleratore delle difficoltà. Con Fazzini possiamo parlare di arrampicata moderna in cui viene introdotto l’uso sistematico dei friends e dove compaiono i primi spit, usati con parsimonia per proteggersi sulle placche.

Sempre nel 1989 inizia l’era di Paolo Vitali e Sonja Brambati, la loro prima via “Transqualidiana”, ancora oggi pochissimo ripetuta, è una pietra miliare, dove Paolo ha snobbato sistematicamente i sistemi di fessure e si è avventurato sulle placche aperte, usando pochi spit e spingendo l’arrampicata libera. Numerose sono le vie aperte dalla coppia, tutte caratterizzate da sezioni in placca raccordate da logiche linee di fessure. “Artemisia” (1991), ”Galactica”(1992) e “Melat” (1993) sono forse le più belle e sicuramente tra le più ripetute.

Sempre nel 1989 Gianni e Paolo Covelli, Silvio Fieschi e Fabio Spatola con la via “Mellodramma”, una grande linea in artificiale, danno un contributo alla storia alpinistica della parete. Altro momento significativo per la parete è quello legato alle vie aperte da Stefano Pizzagalli e Domenico Soldarini. Nel 1992 i due compiono un grande viaggio in perfetto stile big-wall, bivaccando in parete, e nasce così “Vertical Holidays”.

Poi c’è stato l’avvento dell’arrampicata libera con l’attività degli sloveni capitanati da Igor Koller e quindi di Simone. Si ripetono vecchie vie in artificiale cercando di salirle completamente in libera, si aprono nuove vie e si concatenano sezioni di vie differenti, sempre con l’ottica di salire in sola arrampicata libera. Gli sloveni iniziano nel 1995 con la prima libera de “Il paradiso” e nel 1996 aprono e liberano una breve via “Forse si, forse no” un piccolo cameo di sole tre lunghezze ma che, con il suo grado 8b, è la via più dura della parete. Nel 1999 Simone e Marco Vago si aggiudicano la prima libera de “La spada nella roccia” e sempre Simone, con Alberto Marazzi, salgono una bella e dura combinazione di 15 tiri che battezzano “Black snake”. Nel 2004 sempre Simone corona un sogno che insegue da tempo. La nuova linea è la combinazione di “Forse si, forse no” continuando sopra sino a raccordarsi ai tiri in artificiale di “Mellodramma” e finiere quindi su “Melat”. Dopo giorni e giorni passati in parete, a provare i singoli tiri, dopo 15 giorni di tentativi riesce a salire in tre giorni tutta la via completamente in libera. Nasce così “Joy Divisions” che, con i suoi 20 tiri e difficoltà sostenute sino al 8a, è la via di stampo moderno più dura di tutta la parete e probabilmente di tutta Europa e che ben figura anche a fianco delle vie moderne in libera di El Capitan, la mitica parete dello Yosemite in California.

Pubblicato su "OROBIE" - settembre 2014   

CLUSONE-ALZANO RUN

Ritratto da Cris

Oggi è stato un giorno speciale. Oggi in 2 ore 23 minuti e 15 secondi ho percorso 30 kilometri. Sin qui nulla di strano, anzi c’è già qualcosa di strano: solitamente preferisco le 42 kilometri e 195 metri. Oggi questi 30 kilometri però li dovevo percorrere e sono stati 30 kilometri dal sapore particolare. Ogni passo, ogni metro, ogni sguardo mi hanno trasportato in un viaggio nel tempo lungo oltre 20 anni. Era il 1991 quando ho iniziato a percorrere le sponde del fiume Serio. Avevo avuto il mandato di lavorare ad un progetto per verificare se e dove fosse possibile realizzare un percorso ciclopedonale da Clusone sino alle porte di Bergamo. Molti remavano contro e dicevano che erano soldi buttati e che lungo il fiume nessuno avrebbe mai voluto passeggiare e camminare. A molti sembrava impossibile e stavano a guardare ma qualcuno, per nostra fortuna, ci ha creduto, trovando le risorse necessarie per ricostruire pezzo dopo pezzo un ambiente fluviale massacrato dall’incuria e dall’abusivismo. Ormai il parco fluviale e la ciclabile sono parte integrante del paesaggio della valle, sono diventati la nuova piazza dove la gente si incontra e si ritrova. Però oggi avere l’onore di partecipare alla prima 30 km competitiva “Clusone-Alzano Run” e percorrerla con il pettorale numero 1 mi ha emozionato. Mentre correvo pensavo ai colleghi con cui ho lavorato, agli amministratori e ai politici che han fatto loro l’idea e hanno cercato i finanziamenti. Mentre correvo sotto gli occhi si srotolavano tutte quelle tavole ornate da linee colorate e retini, legende e schemi. Mentre correvo riaprivo ad uno ad uno i faldoni dei progetti in cui si ridisegnava lo spazio che oggi non è più prigioniero della carta ma è diventato reale: un corridoio verde che abbraccia il fiume e si insinua nel tessuto urbanizzato, un nastro di ghiaia e asfalto che mi ha accolto e si è lasciato percorrere per 30 kilometri. La cosa più difficile di questa corsa, oggi, è stata quella di comprimere i ricordi in 2 ore e qualche manciata di minuti.