lunedì 27 febbraio 2017

25 #PICCOLESTORIE - Storia di un incontro.

La nord del Corno Stella - Orobie
Sono passati dieci inverni da quell’incontro. Più volte sono tornato a sciare sulla nord del Corno Stella e ogni volta ho pensato a quella prima discesa e a chi, allora, mi ha stimolato a fare un passo oltre la croce di vetta. Anche ieri il mio pensiero è andato a quell’attimo.
Domenica 24 dicembre 2006 - Lui era lì! 
Lo vedo con la coda dell’occhio, mentre mi chino a posare gli sci sulla neve. Aggancio gli scarponi, blocco il puntale degli attacchi e mi rialzo. Sistemo i guanti, impugno i bastoncini ed inizio a risalire il pendio. Nessun cenno, nessun saluto, non una parola da entrambi, solo una rapida occhiata.
Le pelli scivolano e mordono la neve, alternandosi con ritmo, trasmettendo scorrevolezza e continuità ai movimenti del corpo che avanza. Lui è lì. Lo sento, non c’è bisogno di voltarsi per vederlo, è alcuni metri dietro me. Un’alba livida si fa spazio tra banchi di nubi, bassi sull’orizzonte.
Anche quel giorno, come ad ogni inizio di stagione, potere toccare la prima neve, mi mette di buon umore. Lo sguardo vaga libero come i pensieri, con leggerezza, mentre il corpo riscopre movimenti familiari, dapprima legnoso e duro, poi sempre più fluido e morbido.
Dopo avere superato tre scialpinisti ciarlieri ed un solitario indeciso, il pendio si fa più ripido, lui è sempre lì. Lo sento, ma qualcosa cambia, la sua traiettoria si allarga alla mia sinistra mentre punto con forza i bastoncini per evitare di scivolare all’indietro. Entra nel mio campo visivo, oltre il dosso, sul falsopiano è al mio fianco a pochi metri. Non una parola non un cenno, un silenzio piacevole, entrambi concentrati a ritrovare, dopo tanti mesi, scioltezza ed elasticità. Il rumore dei nostri sci sulla neve ed il nostro respiro parlano per noi.
Poi, non so come, le parole fluiscono. Il sole si fa spazio tra le nubi, alzandosi disegna i profili ed i volumi delle montagne attorno a noi. Non è importante cosa ci diciamo, ma come. Percepisco che posso fidarmi, che è la stessa passione, l’identica voglia di scoprire, la medesima curiosità a spingerci tra i monti.
Vuole portarsi gli sci in vetta per poi scendere, magari, lungo lo spallone nord, da anni penso a quella discesa. Naturalmente mi carico gli sci sullo zaino e, sotto gli sguardi interlocutori di alcuni scialpinisti, risaliamo la cresta finale sino alla croce, ricamata dalla neve e dal vento. Le condizioni sembrano buone, lui parte. Dopo alcune curve, prima di sparire al mio sguardo, si volta e mi fa un cenno d’assenso, lo seguo senza esitare. La neve è perfetta, luminosa e morbida accoglie il ricamo delle nostre tracce. Alla casera di Publino mi dice che vuole essere a casa presto, quindi intende risalire alla bocchetta per poi scivolare in Val Cervia e da li, riguadagnato il passo, scendere sino all’auto. Tentenno un attimo. La Val Livrio si apre sotto di noi, solo le tracce dei camosci decorano i pendii immacolati, ne scaturisce un silenzio magico, un richiamo profondo. Non posso resistere, non voglio resistere. Infine decido di continuare la discesa sino in fondo, al limitare del bosco. Ci salutiamo, augurandoci una buona giornata. Mi rendo conto che nemmeno so il suo nome. Mentre si allontana ci presentiamo, senza sapere se prima o poi le nostre passioni ci avrebbero portato nuovamente lungo la medesima traccia.
Da quel giorno non l’ho più rincontrato, nemmeno ieri, ma ciò che ritrovo identico ad allora è l’elegante spallone nord del Corno Stella che, tra ombra e luce mi regala un’opportunità per scendere con gli sci e poi immergermi nella selvaggia bellezza della Val Livrio. Ieri, non pago, con gli amici abbiamo vagato a lungo sull’altra faccia delle Orobie. Dalla diga del Publino abbiamo risalito il vallone sino alla Cima di Venina e poi al Monte Masoni. Spazi selvaggi, pendii immacolati, luoghi solitari e solo noi ad attraversarli con lo stupore di chi si sente testimone privilegiato di una confidenza che la montagna ti offre. Durante la discesa in Val Sambuzza, oltre il passo del Publino la nord del Corno Stella si staglia contro l’azzurro cielo. Ci fermiamo un attimo ad osservarla e sembra quasi impossibile che si possa scendere da lì. Forse senza quell’incontro fortuito non l’avrei mai discesa ed oggi non saremmo qui, distanti dal nostro punto di partenza e con tanta strada ancora da percorrere.

36 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE - "The other side"

Sabato 25 ‎febbraio ‎2017, ‏‎14:28:00 – Orobie "The other side"

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles ;
L'homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l'observent avec des regards familiers.

 Charles Baudelaire, Correpondeces - Les Fleurs du mal

"La Natura è un tempio dove colonne viventi 
Talvolta lasciano uscire confuse parole; 
l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli 
che l’osservano con sguardi familiari." C. B.

Io le montagne le devo attraversare, le devo vivere, le devo conoscere, mi ci devo immergere, mi ci devo perdere. E lì succedono molte cose, dentro e fuori di me, il corpo e la mente si fondono intimamente, l'esplorazione dei luoghi si accompagna all'esplorazione interiore. Questo accade tra le mie montagne.

Ieri.
Giornata lunga, giornata di soddisfazione. Tre cime intervallate da spazi immensi, nessuna traccia se non quelle dei camosci, nessuno in giro. Solitudine e silenzio. Neve e sole. Bianco e blu. Fatica e soddisfazione. L'altra faccia delle Orobie riesce ancora a regalarmi l'emozione di esplorare versanti e valli che non avevo mai percorso. Basta sporgersi e andare "Un millimetro in là" dove può accadere tutto e il contrario di tutto, dove non si può dare nulla per scontato, dove si può diventare Re di se stessi.

lunedì 13 febbraio 2017

24 #PICCOLE STORIE - Il ragazzo

“Ma poi, chissà la gente che ne sa,
chissà la gente che ne sa,
dei suoi pensieri sul cuscino che ne sa,
della sua luna in fondo al pozzo che ne sa,
dei suoi pensieri e del suo mondo.
Francesco De Gregori – Il ragazzo
Washington – Olympic National Park – Rialto Beach – Pacific North-West Trail
Il viaggio procede spedito e senza intoppi. La mongolfiera, sospinta dai venti che costanti spirano da nord est, sorvola la distesa d’acqua. L’oceano si stende a perdita d’occhio, in ogni direzione. La costa, da cui è partito nelle prime luci del mattino, ben presto è svanita. Quel grumo di terra e rocce, spazzato dai venti, inesorabilmente è stato fagocitato dalla linea dell’orizzonte, una perfetta sutura tra gli azzurri delle acque e i blu dei cieli. Il ragazzo, regolarmente, eroga gas al bruciatore e, con costanza, controlla l’essenziale strumentazione di bordo: un anemometro, una bussola, un altimetro ed un termometro. Nonostante la sua giovane età non è alla sua prima esperienza di volo, ma questa volta il suo progetto è temerario. Dapprima si era messo alla prova in brevi viaggi, sorvolando i monti e le pianure, seguendo un fiume o sopra i mari ma tenendo la linea di costa sempre in vista. Il tutto si risolveva nell’arco di uno o al massimo due giorni. Ora lo spazio senza limiti che gli offre l’oceano è il palcoscenico della sua prima vera avventura solitaria. Un luccicare raggiante e profondo, scaturisce dai suoi occhi, mentre controlla la carta nautica e fa il punto per verificare la rotta. Con gesti sicuri si sposta nella cesta di vimini. La sua piccola casa volante contiene quanto basta per il suo viaggio. Contenitori e sacche a tenuta stagna sono ben ancorati all’intelaiatura, racchiudono poche cose ben ordinate, essenziali e preziose: il combustibile per cucinare e per il bruciatore, il fornello e le stoviglie, il cibo e le scorte d’acqua, gli indumenti di ricambio e quelli per il maltempo, il sacco piuma per la notte. Quella navicella, sospesa al grande pallone giallo zafferano, sarebbe stata la sua casa sino al giorno in cui avrebbe raggiunto l’Isola. Se i suoi calcoli erano corretti e il maltempo non si fosse messo di traverso, entro la prima decade del mese avrebbe portato a termine la traversata. Il tempo scorre e il sole imperterrito sale, sino allo zenit ed oltre, lentamente prosegue e si abbassa sull’orizzonte. La mongolfiera avanza inseguendone la scia di luce che si stende sulle acque. Il ragazzo è costantemente indaffarato, concentrato nel compiere al meglio ogni cosa, attento. Non c’è spazio per la noia, c’è sempre qualcosa da fare, innumerevoli minuti gesti, semplici e vitali. Controllare gli strumenti, verificare la rotta, dare gas all’erogatore, cucinare, mangiare, bere. Piccole azioni che punteggiano la costante osservazione dello spazio che lo circonda e lo assorbe. I disegni delle correnti sul mare, gli arabeschi delle nubi nel cielo, i colori che inesorabili mutano senza tregua con l’avanzare del giorno e l’incedere della notte. A volte i voli dei cormorani, diretti chissà dove, lo sfiorano mentre, per alcune miglia, condivide la rotta con alcune balene. Ne segue i colpi d’ala sino a quando non si perdono in lontananza, ne ammira l’elegante fluttuare a pelo dell’acqua per poi vederle scomparire nelle profondità.
Spesso, da un cassetto fissato sotto la plancia degli strumenti, dove tiene le carte e fa i calcoli per la rotta, sfila un taccuino e scrive. A volte poche frasi, altre volte si intrattiene più a lungo e riempie intere pagine con una calligrafia minuta e ordinata, leggermente inclinata verso destra.
A volte si ferma e si sfiora le labbra con la sommità della matita. A volte la stringe tra i denti senza lasciare alcun segno nel tenero legno che ricopre l’anima di grafite. Osserva oltre il suo nido di vimini e acciaio, nylon e tela. Assorto scruta il mondo o forse si perde nelle profondità del suo animo, poi, d’improvviso, si rimette a scrivere. La notte si avvicina, notte buia e di luna nuova, solo le stelle a fargli compagnia. Gode degli ultimi raggi di sole che scaldano il viso e riverberano sul giallo fuoco della tela gonfia e tesa. È notte, si scalda qualcosa da bere mentre verifica ancora una volta la rotta. Nel buio il sibilo dell’erogatore pare più potente, mentre le fiammelle blu guizzano e danzano. S’addormenta.
Il corpo è percorso da un tremito. Si risveglia ed è confuso. Fatica a capire dove si trova. È supino a terra, le piastrelle, sotto di lui, sono gelide. La guancia ed il viso sono sudati e appiccicati alle pagine di un libro che gli fa da cuscino. Solleva il capo, sbatte le palpebre e si sfrega gli occhi con il dorso della mano, mette a fuoco le pagine sgualcite del suo atlante geografico e legge “Oceano Pacifico”. Si era addormentato e indistintamente ricorda qualcosa, forse un sogno. I brividi lo scuotono, con le mani solleva il busto dal pavimento, fa per alzarsi ma un conato lo piega in due e lo fa mettere sulle ginocchia. Vomita.
La mamma, richiamata dal trambusto, esce dalla cucina sotto il portico. Scuote la testa e guarda la scena. Il risotto giallo che aveva preparato per pranzo al figlio se ne sta la in una pozza maldigerita sul pavimento, sino all’ultimo chicco. Il figlio alza lo sguarda e la fissa incredulo. E lei impietosa: “Ragazzo! Te l’avevo detto di non sdraiarti a pancia in giù sul pavimento freddo. Adesso, pulisci!”

35 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE - Ingordi

Domenica 12 ‎febbraio ‎2017, ‏‎13:03:58 – Vigna Vaga, Valsedornia (Valle Seriana)

Finalmente è arrivata e noi siamo tipi che ci si accontenta. Lei c’è e a noi tanto basta. Lei c’è ed è bellissima: bianca, candida, intonsa. Finalmente a ricoprire, con la sua magica coltre, le montagne di casa. Ingordi ci siam buttati. Non potevamo sottrarci dal godere di tutto questo candore e lo abbiamo attraversato, ce ne siamo nutriti, ci siamo letteralmente abbuffati. Salendo e scendendo. Vagando e concatenando: vette gremite da grappoli di scialpinisti e cime dimenticate. Boschi silenziosi e carichi di neve da attraversare. Ontanete fitte con cui litigare. Valloni immacolati dove lasciare la nostra traccia solitaria. Il tempo che passa e la fatica che cresce. La luce che cambia, la visibilità che migliora, qualche raggio di sole e la gioia che ad ogni curva ti fa subito scordare la stanchezza. 

giovedì 2 febbraio 2017

4 #APPUNTI - Irrequieto

IRREQUIETO
Potente il suo pulsare.
Immobile flusso
d’irrequiete forme glaciali.
Questo sento.
Profondo il suo gorgogliare.
Fragorosa irruenza
fissata nel gelo.
Così mi piace sentire.
Calma apparente,
come un velo a celare
l’intimo tumulto.

- mercoledì 1 febbtraio 2017 - #appunti




domenica 29 gennaio 2017

23 #PICCOLE STORIE - L’URLO, IL CASTELLO ERRANTE E ALTRI TESORI

"Ed io ti sento l’anima battere,
dietro il silenzio,
come un filo vivo di acque
dietro un velo di ghiaccio"

Antonia Pozzi - Notturno Invernale
Avvicinamento - 13/12/2012

Daniele cerca la strada tra le meduse de L'urlo - 13/12/2012
Abbiamo scoperto queste colate ed abbiamo iniziato a salirle nel dicembre 2012. Quell’anno il gelo era arrivato già al termine della stagione autunnale. Stavo scorrazzando con Ennio sopra le piane di Lizzola, tra i colatoi e i pendii del Crostaro, quando, osservando i giganti delle Orobie nello splendore della luce del primo mattino, la nostra attenzione venne catturata dallo scintillio di alcune colate poste a sinistra del rifugio Coca. “Chissà se ci si scala! – ci diciamo – Certo che sono cacciate su in tanta malora e andarci alla base deve essere un bel casino.” Prima di riprendere la nostra salita scattiamo alcune foto con l’intenzione di riguardarcele, con calma e ben ingrandite, sul monitor del computer. A casa ci rendiamo conto che potrebbe valere la pena farci un giro. Cerchiamo informazioni su eventuali salite in zona ma non troviamo nulla. Consulto le carte ed individuo quello che potrebbe essere l’accesso migliore. Sento Daniele, gli mostro la foto e gli dico: “Dobbiamo andare a vedere!” La sua risposta è stata sintetica: “Ok! Quando?”. Nemmeno una settimana dopo stiamo salendo il ripido sentiero che da Valbondione porta al rifugio Coca senza avere alcuna certezza di riuscire ad arrivare alla base delle cascate e, qualora raggiungibili, di trovarle nelle condizioni per poterle scalare. Tutto potrebbe risolversi in una grande sfacchinata e in un niente di fatto. Giunti al rifugio procediamo e scolliniamo oltre il dosso, i canali di valanga hanno già scaricato, li attraversiamo. Stambecchi e camosci sono in ogni dove, loro sono i veri custodi di queste terre.
 
Scrutiamo i pendii del Monte Avert ma  non vi è alcuna traccia di cascate e di ghiaccio. Iniziamo a scendere sino ad un dosso successivo. Da lì si iniziano ad intravedere delle colate azzurre che incrostano un bastione di roccia scura. “Chissà  come potremo arrivarci alla base” mi dico. Scendiamo ancora un poco lungo i ripidi tornanti del sentiero e ci portiamo su un poggio da dove finalmente possiamo apprezzare la meraviglia di ciò che ci si presenta allo sguardo. La foto scattata da lontano lasciava solo intravedere una parte del tesoro che se ne stava racchiuso in quell’anfiteatro sospeso e nascosto. Il sentiero ora procede a mezza costa e taglia tre linee convergenti nel canale percorso dalle valanghe che precipitano sino a Valbondione.
la parte alta - 21/01/2017
la parte intermedia - 21/01/2017



la parte bassa- 21/01/2017
Difficile descrivere l’emozione di quell’istante in cui tutto ciò che abbiamo immaginato e sognato si materializza e prende forma davanti ai nostri occhi. In quel momento ci rendiamo conto che non sarebbe bastato un giorno per salire le tre colate di ghiaccio che abbiamo di fronte, così come prendiamo atto che quel gran muro in alto a destra è il gioiello più prezioso di questo forziere. Decidiamo quindi che inizieremo calandoci lungo il colatoio centrale e poi, una volta risaliti, procederemo lungo quello di destra sino alla base di quello che sarà “L’urlo”.
Era il 13 dicembre del 2012 e durante quella prima uscita abbiamo trovato le condizioni migliori, il cielo era coperto e nevischiava, le temperature appena sotto lo zero. Abbiamo salito “Vent’anni dopo” e poi “L’urlo” con il suo meraviglioso muro finale. Inutile dire della grande soddisfazione e gioia che abbiamo provato in quel giorno. Arrampicare dove, per quanto ne sapevamo, nessuno lo aveva fatto prima ci ha regalato sensazioni particolari e farlo tra le montagne di casa è qualcosa che non ha prezzo.
"L'urlo" risalendo il colatoio - 13/12/2012

"L'urlo" risalendo il colatoio verso il muro finale - 13/12/2012

"L'urlo" risalendo il colatoio - 13/12/2012

"L'urlo" al cospetto del muro finale - 13/12/2012
"L'urlo" si aprono le danze - 13/12/2012
"L'urlo" uno sguardo verso "Il castello errante" - 13/12/2012


"L'urlo" sembra di muoversi tra le forme di un sogno - 13/12/2012

"L'urlo" sembra non finire mai - 13/12/2012

"L'urlo" un'arrampicata esigente - 13/12/2012

"L'urlo" - 13/12/2012
Pochi giorni dopo, la vigilia di Natale, ci siamo tornati ma l’isoterma era schizzata a 2000 metri. Abbiamo attraversato i canali di valanga con molta attenzione e ci siamo quindi calati nel colatoio più a sinistra, quello che non prende mai il sole e non presenta pendii valangosi alla sua sommità. Giunti in fondo alla goulotte abbiamo evitando di sostare nel canalone di valanga e da lì siamo risaliti sino al sentiero. Mentre percorrevamo l’ultima lunghezza, abbiamo assistito ad uno spettacolo impressionante. Dai pendii sopra “L’urlo” è scesa una colata di neve marcia, che ha dato origine ad una vera e propria cascata. La massa di neve, dopo un salto nel vuoto, si è abbattuta nel canalone, percorrendolo a gran velocità. Nonostante fossimo a debita distanza e fuori tiro, non nascondo che un brivido mi percorse tutta la schiena. Quel giorno terminammo lì le nostre scalate.
Poi negli inverni successivi queste cascate non si sono più formate o se c’erano l’innevamento ne proibiva l’accesso. Finalmente in questo inverno secco e freddo ci siamo ritornati. Il 21gennaio, pur non essendo riusciti a salire nuovamente il muro finale de “L’urlo”, a causa dell’innalzamento dell’isoterma che ha permesso al sole di scaldarla per bene, abbiamo chiuso i conti con le altre colate. È nata la parte alta di Calcifer e, dopo avere percorso il colatoio de “L’urlo”, al suo termine ne abbiamo salito il ramo di sinistra. Mancherebbe ancora qualcosa per completare la collezione, ma non abbiamo fretta, con calma attenderemo il momento giusto e cercheremo di cogliere l’attimo.


Preparativi alla base di "Vent'anni dopo" - 13/12/2012

"Vent'anni dopo" L1, a sinistra si vede il colonnato che da accesso alla goulotte di "Calcifer" - 13/12/2012

"Vent'anni dopo" L1,  chi avrebbe mai immaginato di trovare tanta meraviglia - 13/12/2012


"Vent'anni dopo" L2,  un altro bel muro ci attende - 13/12/2012

"Vent'anni dopo" L2 - 13/12/2012



SCHEDA TECNICA
ZONA: Rifugio Mario Merelli al Coca - Cima d’Avert e Pizzo Castello - pendii est, sud-est
È un luogo decisamente scomodo da raggiungere di cui non abbiamo trovato alcuna info di precedente attività alpinistica. Molto probabilmente si tratta di prime salite ma ciò è secondario rispetto alla selvaggia bellezza in cui ci si trova sospesi. Le quattro cascate che abbiamo scalato ci sono piaciute e quindi le proponiamo, le abbiamo salite in anni e giornate diverse perché raramente vanno in condizioni. Qui solo gli stambecchi e i camosci vi faranno compagnia, osservandovi pacifici. Non è però un luogo per tutti ed i rischi oggettivi, legati alle valanghe e all’esposizione, sono elevati e non devono essere sottovalutati. Soprattutto quando si sale L’URLO o quando, calatisi alla base di CALCIFER e VENT’ANNI DOPO, si deve fare sosta sul bordo del canale di valanga che, in caso di riscaldamento, diventa anche collettore del materiale che crolla dalle frange e dai colonnati de L’URLO.
Già la salita al rifugio in inverno non è da sottovalutare, per la presenza di neve e ghiaccio lungo il sentiero. Inoltre si deve mettere in conto che per valutare le effettive condizioni delle cascate, è necessario sobbarcarsi l’intero avvicinamento.
ATTENZIONE – I rischi oggettivi sono notevoli e sono da valutare con attenzione.
Accesso – Da Valbondione (925m slm) si sale lungo sentiero (segnavia 301) sino al Rifugio Mario Merelli al Coca (1892m slm) in circa 2,00h 2, 30 h. Si procede lungo il sentiero 330, la cosiddetta “Traversata bassa Coca-Brunone”. In breve si sale al poggio posto a quota 1950, quindi si attraversa un primo ed un secondo canale che collettano le valanghe che si staccano dai ripidi pendii della Cima d’Avert. Porre la massima attenzione. Oltrepassatili si scende sino ad un secondo dosso da dove, finalmente, è possibile vedere i tre colatoi e le rispettive cascate. Si scende lungo alcuni tornanti sino a dove il sentiero procede in quota portando prima alla base de L’URLO, poi all’uscita di VENT’ANNI DOPO e infine a metà di CALCIFER. Questo tratto di sentiero è decisamente esposto e attrezzato con catene. Complessivamente ci si impiega dalle 2,30 h alle 3,30h
Materiale – solo viti da ghiaccio e cordoni d’abbandono per le doppie sugli alberi.
Lungo il sentiero che da accesso ai colatoi, è pericoloso sporgersi.

"Calcifer" L2 - 24/12/2012

"Calcifer" L2 risalendo il ramo di destra - 24/12/2012

"Calcifer" L4 sopra il sentiero si procede nel canale intervallato da ripidi muretti - 21/01/2017

"Calcifer" L4  - 21/01/2017

"Calcifer" L5 lungo il ramo di destra - 21/01/2017

"Calcifer" L6 punti di vista - 21/01/2017

"Calcifer" L6 punti di vista - 21/01/2017

"L'urlo" e "Il castello errante"  - 21/01/2017

"L'urlo" e "Il castello errante" Quest'anno il colatoio è tutto ghiaccio vivo con ripidi e divertenti muretti - 21/01/2017

"L'urlo" e "Il castello errante" Quest'anno nel colatoio facciamo quattro lunghezze da 60m - 21/01/2017

"L'urlo" è bello cotto dal sole e dalle frange cola parecchia acqua, rinunciamo e a sinistra saliamo "Il castello errante"  - 21/01/2017

"L'urlo" e il Pizzo Coca. Che bella accoppiata. - 21/01/2017

Le frange terminali de "Il castello errante" sono veramente erranti e quindi ci limitiamo a salire la parte in ombra - 21/01/2017

"Il castello errante" tra ombra e luce - 21/01/2017

"Il castello errante" persi tra onde di ghiaccio - 21/01/2017

Si scende con lo sguardo calamitato da questo piccolo gioiello

1-CALCIFER
Difficoltà - IV/4 (6L)
Sviluppo - 330m
Quota attacco – 1650 m slm
Esposizione - est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 24/12/2012 (parte bassa) 21/01/2017 (parte alta)
È la cascata posta nel colatoio più a sinistra dei tre, non prende mai il sole. Il sentiero la taglia esattamente a metà, la parte bassa è quella più impegnativa. Si parte calandosi verso il basso. Prima calata dai fittoni del sentiero attrezzato, poi altre due su alberi. La base è posta nel canale di valanga, porre attenzione a dove si attrezza la sosta. Per la parte superiore le calate sono su abalakov.

2-VENT’ANNI DOPO
Difficoltà - IV/4+
Sviluppo - (3L) 150m
Quota attacco – 1650 m slm
Esposizione - est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 13/12/2012
È la cascata posta nel secondo colatoio, quello centrale. Prende il sole di primo mattino, dalla tarda mattinata tutta in ombra. Si sviluppa esclusivamente sotto il sentiero. Si parte calandosi verso il basso. Prima calata dai fittoni del sentiero attrezzato, poi altre due su alberi. La base è posta nel canale di valanga, porre attenzione a dove si attrezza la sosta.

3-IL CASTELLO ERRANTE
Difficoltà - IV/4+
Sviluppo - (1L) 40m
Quota attacco – 2000 m slm
Esposizione – est, sud-est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 21/01/2017
Si tratta dello scivolo e del muro finale posto a sinistra de “L’urlo”
ATTENZIONE – I rischi oggettivi sono notevoli come per “L’urlo”

4-L’URLO
Difficoltà - canale d’accesso IV/2, muro finale IV/5+
Sviluppo – canale d’accesso (4L) 240m, muro finale (1L) 50m
Quota attacco – 1780 m slm
Esposizione – sud-est
Daniele Natali, Maurizio Panseri - 13/12/2012
È la cascata più impegnativa e spettacolare, l’ultima lunghezza è la più impegnativa ed è posta alla sommità dell’ampio colatoio posto a destra, il primo che si incontra provenendo lungo il sentiero dal rifugio. L’esposizione sud-est la lascia esposta al sole sino alle prime ore del pomeriggio. Il colatoio si può presentare in ghiaccio vivo con brevi salti più ripidi o coperti di neve e quindi decisamente più facile. Discesa su abalakov e poi cordoni sulle piante sul lato destro (spalle a monte) del colatoio.

ATTENZIONE – I rischi oggettivi sono notevoli, dai pendii sospesi sopra la cascata si originano grandi valanghe che percorrono tutto il colatoio che si deve risalire e poi il canalone che precipita verso Valbondione. Non ci deve essere neve o deve essere poca e ben assestata. Inoltre serve un periodo freddo e con isoterma bassa, in quanto tutto ciò che si stacca dalle frange e dalle colonne percorre a gran velocità il colatoio di accesso. Valutare attentamente le condizioni prima di affrontare questa cascata e il suo colatoio d’accesso.

Grazie a Ennio Spiranelli "Grande Grimpe" e a Stefano Codazzi "Climbing Tecnology"

Parte bassa: 1 - Calcifer; 2 - Vent'anni dopo

Parte alta: 1 - Calcifer; 2 - Vent'anni dopo; 3 - Il castello errante; 4 - L'urlo

mercoledì 25 gennaio 2017

22 #PICCOLE STORIE - L’urlo

L'urlo

Gocce. Gocce di mondi lontani, lente evaporano nei tempi e si disperdono nei venti, sino a quando si addensano in brume e precipitano in rugiade e brine, sino a quando si raccolgono in nubi, per sciogliersi in piogge e nevi. Un lento cammino, lungo e distante, perso negli spazi, guidato dai venti e dal sole. Sino a quando centinaia di gocce si inanellano in fili lievi a creare un impalpabile velo e, nel gelo dell’inverno, si trasformano in piccolissimi fiocchi. Cristalli di gocce che volteggiano nell’aria come piume delicate per posarsi nel silenzio leggero su bastioni di roccia nera. Tra le rocce, gocce venute da lontano, colano ovunque, per tuffarsi nel freddo vuoto dell’inverno dove il gelo le cattura. Notte dopo notte, goccia dopo goccia sbocciano le morbide forme del sogno, gioielli custoditi tra i monti in forzieri nascosti e inaccessibili, ad ornare un castello errante che sfugge allo sguardo dei più. Drappeggi, arazzi, colonne, vele, stalattiti, meduse, foglie, arabeschi, cesti d’acanto ricoprono le mura del castello, riflettendo le mille sfumature blu dei mari e dei cieli, memoria del lungo viaggio di quelle gocce.
Gocce di ghiaccio che si disvelano come un sogno. Gocce di ghiaccio che si dispiegano davanti ai nostri occhi, come una pagina bianca su cui scrivere delle proprie passioni, dove lasciare un segno dei propri desideri e della brama di salire, con una traccia invisibile ed effimera. Sulle mura del castello i ghiacci vegliano come guardiani, rilucendo nei primi raggi del mattino. Dalle mura si sprigionano riflessi luminosi e brillanti che ancor più attirano a loro, avvolgendoti nelle architetture di solide gocce. Al loro cospetto si resta ammaliati e gli occhi ne percorrono ogni piccola fenditura, forma, appiglio e appoggio. Si inizia così a salire e le infinite gocce, giunte da ogni dove, si lasciano accarezzare, si lasciano penetrare, accogliendo le punte degli attrezzi. Loro ti proteggono, ti avvolgono, ti accolgono nelle loro trasparenze opache, mentre sali, volteggiando con delicatezza su quel sipario effimero, la voglia di urlare la tua emozione esplode. Gocce di mare, gocce di nuvole, gocce di pioggia, gocce di neve catturate dal gelo per ornare quel muro nero di rocce. Così ci appaiono come un urlo di ghiaccio immobile nelle infinite sfumature dai suoni sospesi. Come un sogno. Ninna nanna nel blu della notte, ninna nanna con il blu dei ghiacci negli occhi e un urlo di felicità nel petto.