LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film
LE TRAVRESIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

sabato 8 ottobre 2016

13 #PICCOLE STORIE

Venerdì 7 ottobre 2016 - Oggi. Oggi vado a lavorare in bici. Seguo la ciclabile nell’aria fredda del mattino. Cerco di non correre per non sudare ed evitare di arrivare in ufficio madido e puzzolente. Le colleghe non gradirebbero. Lo zaino è carico: le catene per evitare che la rubino, un cambio per il rientro, gli attrezzi per le riparazioni, una camera e la pompa per eventuali forature, le protezioni per ginocchia e gomiti da usare in discesa. Il venerdì la giornata lavorativa è breve. Ore 14 si stacca. Mi cambio e recupero la bici. Le vie del centro sono intasate di bancarelle e gente che passeggia, beve e mangia. Mi allontano pedalando lentamente, godendomi il profilo delle mura e della città alta che si stagliano contro un cielo azzurro autunno. Imbocco la Greenway del Morla, che nome pomposo e assurdo per una ciclabile. Nella cintura verde che abbraccia le mura venete della città vecchia, qualcuno corre, qualcuno passeggia con il cane, le acque della Morla scorrono tra i salici e i pioppi. La salita della Maresana si avvicina inesorabile. Come al solito sarà una bella lotta ma oggi l’aria è fresca e mi sento bene. Si inizia. Le rampe si susseguono inesorabili, il sudore cola sul volto e lungo la schiena. Il respiro è regolare e le gambe spingono senza lamentarsi troppo. La ruota gira sotto i miei occhi come fosse una preghiera tibetana, un mantra per il mio sguardo che la fissa, come fosse lei, la ruota, a trascinarmi i questa salita. Le gocce di sudore si staccano dal volto e bagnano il telaio. Diamine! Sono già in Maresana. Una breve pausa alla fontanella e riparto, inseguo la mia ruota. Ultimo strappo e poi la strada spiana verso la Croce dei Morti. Wow! Esulto e qualcuno, oltre una cancellata, mi risponde simpaticamente. Mi fermo e così conosco Alvise, ma di lui parlerò un’altra volta. Continuo e la mia ruota è stufa di asfalto e imbocca il sentiero che sale al Colle di Ranica. Pedalare è un piacere e mi ritrovo ben presto lungo il crinale dove si aprono radure e lo sguardo spazia sulla pianura. Ecco la croce della vetta. Pausa. Foto. 

Indosso le protezioni. Abbasso la sella. Ora vado a vedere se Alvise mi ha detto il vero. Da qualche anno non giro sui sentieri del Costone, meravigliosi single track a suo tempo poco o per nulla percorsi dalle MTB,. Parrebbe che Alvise e soci si siano messi a sistemarli e pulirli. Inizio la discesa e raggiungo il crinale del Costone. E dopo? E dopo non mi sono più fermato. Che meraviglia! Una discesa tutta d’un fiato sino in paese, senza sprecare nemmeno un metro di dislivello. Bravo Alvise.

Poi arrivo a casa e dopocena, mentre ascolto della musica, riguardo i pochi scatti che ho fatto su, al Colle. Lei è li che mi guarda, la mia ruota. Mi piace, mi sembra un occhio sul mondo, un occhio che osserva e non giudica ma che fa il suo lavoro. Però non riesco a trovare lo spunto per scrivere qualcosa anche se sento che è lì sulla punta delle dita e deve solo trovare il modo di uscire. Vado in camera, una pila di libri pencolante minaccia di franare dalla comodina - che strano usare questo termine, mi sembra così desueto -. Devo fare ordine e decidere cosa tenere lì, sulla comodina, pronto per essere letto prima del sonno. Riordino e tra le mani mi resta il libro “Le Giovani Parole” di Mariangela Gualtieri. Lo apro a caso e leggo.

Si succhia
cielo e terra. Si prende
l’arcata vibrante che cade
al centro della corolla.

Si prende la più bella
gittata dal cielo universo
e si tesse si tesse la luce
con l’ombra. Il secco
con l’umido del sotto terra.
Nei fiori.
da “Le Giovani Parole” di Mariangela Gualtieri


Resto a bocca aperta, questa poesia mi sta raccontando qualcosa, la leggo e la rileggo a mezzavoce, sino a sentire rotolare fluide le parole sulla lingua, così come rotolava la mia ruota oggi nel pomeriggio. Il fiore di Mariangela è la mia ruota. Il fiore succhia e la mia ruota impasta. Ecco l’immagine che oggi avevo sotto gli occhi senza riuscire a coglierla nella sua essenza. La mia ruota gira e impasta cielo e terra. Così nasce 17#unimmaginedicepiùdimilleparole
Grazie Alvise, grazie Mariangela e grazie alla mia ruota.

17 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE
Venerdì 7 ‎ottobre ‎2016, ‏‎15:24:52 – Colle di Ranica (726 m slm)
Il mondo oltre la ruota scorre e lei che fa? Gira, impasta cielo e terra. Brandelli d’azzurro restano impigliati tra i tasselli, mentre scendono a pigiarsi e perdersi nel verde dell’erba. Cenci di foglie e fango, raccolti con forza dal sentiero, la seguono sino a schizzare nella trasparenza dell’aria. E lei gira, instancabile impasta cielo e terra. Ora lenta, ora veloce, a volte si ferma come volesse osservare il mondo con quel suo occhio d’acciaio. Poi riparte. Sui crinali gira e, con lo sfarfallare dei raggi, intreccia la luce all’ombra. Nel fitto del bosco amalgama il secco dell’aria e l’umido suolo. E lei gira e impasta cielo e terra. Lei, la mia ruota, non è impassibile, oggi ha sorriso per tutto il tempo. Era felice.

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