LE TRAVERSIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

LE TRAVERSIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film
LE TRAVERSIADI: appunti di viaggio e diario di produzione del film

lunedì 28 dicembre 2020

NON PUÒ ESSERE TUTTO COME PRIMA

 Marzo 2020

Ho un piccolo cortile triangolare. Un bel triangolo rettangolo, né troppo piccolo né troppo grande. A giorni alterni, in pausa pranzo, prendo la bici dalla cantina e giro come un criceto nel mio cortile triangolare. Non troppo, quindici, venti minuti. Ad ogni vertice cambio la direzione con un nose press. All'inizio era tutto goffo, un continuo fermarsi. Lentamente il movimento è migliorato divenendo più fluido.

Ho una parete esterna della casa fatta di pietre antiche, blocchi di calcare che testimoniano 600 anni di vite accolte tra queste mura. Tutte le sere con Leonardo, mio figlio, strizziamo le piccole tacche e sfioriamo le minerali rughe, senza esagerare, traversi e passaggi. Io sogno le grandi montagne, lui i boulder tra i prati di fondovalle.

Quando il lockdown verrà allentato e sarà possibile fare attività sportiva all'aria aperta, lontano dalla folla, con il giusto distanziamento sociale, partirò da casa in bicicletta ritornando tra i monti.

Quindi continuo giorno dopo giorno a girare come un criceto nel cortile triangolare e sul muro di pietra, sino a quando non potrò allontanarmi da casa.

Aprile 2020

Al limitare del borgo, a cento metri da casa, se ne sta arroccata su di un dosso la chiesetta di San Rocco, protettore degli appestati, dei contagiati, degli emarginati, degli ammalati, dei viandanti, dei pellegrini, degli operatori sanitari, dei farmacisti, dei volontari. Ed ogni mattina, quando apro le imposte, la vedo e subito il pensiero va alle tragiche cronache di questi giorni. Poi accedo la radio e vengo travolto dalle notizie del contagio.

E tutto ciò contrasta con la bellezza del luogo. E la luce del giorno inonda la valle.

I ritmi del mondo e della natura si rinnovano potenti, incessanti avanzano e non si curano delle faccende umane, delle nostre gioie e dei nostri tormenti. La bellezza della natura non ha pietà, non si commuove e non partecipa al nostro dolore, alle nostre tragedie.

In questa bellezza trovo ristoro, trovo quiete, trovo la forza per immergermi nel vivere quotidiano.

Ed il pensiero si fa chiaro e la nostra piccolezza è un dato di fatto evidente.

Siamo impotenti di fronte alla tragedia e alla bellezza del mondo.



Maggio 2020

Avevo un’idea da tempo, che vagava da un neurone all'altro.

Il confinamento da Covid 19 ha fatto impazzire i due neuroni che, grazie ai tre mesi avuti a disposizione, sono riusciti ad agganciarsi tra loro e scoprire l’esistenza e l’utilità delle sinapsi. Una volta connessi non si sono più lasciati, alla faccia del distanziamento sociale, dell’amuchina, della mascherina e dei guanti. Il post confinamento ha poi mandato l’impulso al resto del corpo, mettendolo in azione.

Quindi, nell’ordine: la voglia di uscire, le restrizioni agli spostamenti, le ordinanze di chiusura di alcuni comuni, la necessità di distanziamento, il divieto agli assembramenti hanno stimolato i due neuroni che, stretti a braccetto, mi hanno apostrofato "È giunto il momento di partire e di fare. Ricordatelo! Non può essere tutto come prima."

Si abbozza un’idea.

Si tira una linea rossa.

Si parte per un nuovo viaggio a pedali.

Con un refrain fisso in testa: non può essere tutto come prima.

Questi mesi emergenziali mi hanno portato ad affrontare ogni questione cercando di spostare il punto d’osservazione, nel tentativo di avere uno sguardo rinnovato sul mondo e sulle cose.

Ecco, l’idea era già nell’aria, disarmante nella sua semplicità.

Salire in bicicletta, partire da casa, scalare una montagna e tornare a casa.

Me lo ero ripromesso durante il lockdown. Non può essere tutto come prima.

Piccole azioni, semplici e concrete, per ribadire, prima di tutto a me stesso, che dopo tutta questa tragedia non posso tornare a fare le cose come se niente fosse e non solo nella quotidianità scandita dai ritmi della famiglia e del lavoro. Con la consapevolezza che ciò non trasforma il mondo e non risolve i problemi, ma può aiutare a cambiare, a fare pulizia, a ridurre tutto all'essenziale, insomma a fare delle scelte.

Ho iniziato con un giro bici&sci tra i Giganti delle Orobie, una specie di tributo a chi non c’è più e alla mia valle, la Valle Seriana. Qui il virus ha fatto una strage, non solo per la sua letalità congenita ma per scelte irragionevoli e irresponsabili, per una miopia manifesta della politica o, per meglio dire, per un’eclatante mancanza della Politica intesa nel suo senso più elevato: come atto di cura della cosa pubblica e del benessere di una comunità.

Nel mio comune, Alzano Lombardo, dal 23 febbraio al 27 marzo, 101 sono stati i morti, invece che i 10 dell’anno precedente, e solo 24 sono ufficialmente deceduti a causa del COVID. Moltiplicare questi numeri per i mesi del lockdown e per i comuni della bassa Valle Seriana, mette i brividi, toglie il fiato. Pensare che dietro ad ogni numero c’è una persona, una perdita, un vuoto da colmare, reti affettive e familiari lacerate, mi indigna come cittadino e come uomo mi sento in obbligo di farne anche solo testimonianza.

A questo penso mentre pedalo e torno tra i monti e mi ripeto: non può essere tutto come prima.

In questo viaggiare voglio sperimentare non il quanto ma il come, attraversare geografie e territori, incontrare chi ci vive, senza lasciare tracce ma raccogliendo immagini, emozioni e storie, anche storie di perdita, di morte e di assenza.

Così ricomincio e continuo a pedalare e a scalare cercando di dare un senso al mio agire.


Agosto 2020

Ed è la volta del ritorno sulle bastionate della Regina, per festeggiare l’anniversario di “A Federico”.

Quarant'anni fa, il 9 e 10 agosto, l’amico Ennio Spiranelli, giovanissimo, in compagnia di Gigi Rota e Sandro Fassi, segna una svolta nel mondo dell'arrampicata orobica. I tre, sulla parete sud della Presolana di Castione, salgono una nuova linea “A Federico”, dedicandola ad un amico, scomparso, poco tempo prima, per un incidente in canoa. Federico Madonna era un mio compaesano, i genitori avevano una macelleria in via Mazzini, vicino alla Basilica, ora c’è la sede del CAF-CGIL. Gli amici mi raccontano qualcosa di lui “Eravamo giovani. Lui era forte e rivoluzionario, in aperto contrasto con gli ambienti conservatori di quell’alpinismo classico di quel periodo” in cava a Nembro faceva passaggi incredibili e in Val di Mello si aggregò al gruppo dei Sassisti, era il più veloce di tutti nel risolvere i passaggi più difficili. La prima salita di “Patabang”, un capolavoro, una linea improteggibile che si sviluppa sulle placconate di granito della Valle, è sua. Ennio, Sandro e Gigi, dedicandogli la nuova via, ne consegnano il ricordo alle generazioni future. La scomparsa si trasforma in presenza, in memoria. Federico ci ha lasciati ma una traccia del suo passaggio resterà e non solo nel nome di una via d’arrampicata.

La via, a differenza di quanto si faceva allora, rimane chiodata e con le soste attrezzate a disposizione di chi volesse ripeterla. Per una ripetizione bastavano una scelta di excentric e dadi (allora i friends non si usavano e forse non c’erano ancora). “A Federico” diventa una della classiche moderne più ripetute della Presolana. Ancora oggi è protetta con soli chiodi e rimane una linea mai banale e che obbliga ad uscire in vetta per creste e sfasciumi, con una discesa severa e selvaggia. Dieci sono le lunghezze di corda, la linea è bellissima e la roccia pure, le difficoltà arrivano al VI+ e al VII.

Quindi per festeggiare l’anniversario non posso tornare sui bastioni della Regina, come per una ripetizione qualsiasi. Questi mesi emergenziali mi hanno portato ad affrontare ogni questione da una prospettiva diversa, nel tentativo di avere uno sguardo rinnovato sul mondo e sulle cose.

Marco è l’amico e il socio giusto per queste allegre mattate, lui è a scalare in Val dei Mulini, porta d’accesso alla Presolana di Castione. Lo chiamo e gli dico che, passati i temporali, lo raggiungerò per poi salire a dormire in zona rifugio Rino Olmo. Carico la bici di tutto il necessario per dormire e scalare. Il cielo ad ovest è di un blu lavato e pulito che profuma di fresco, ad est è ancora nero e temporalesco. Parto. Scendo in paese e risalgo la valle lungo la ciclabile, attraverso l’altopiano di Clusone in un tripudio di luce, l’aria è frizzante. Raggiungo Marco a Rusio. Mentre fa buio saliamo al rifugio Rino Olmo, lui a piedi con il suo zaino, io in bici con le mie borse. Tra gli abeti le lucciole punteggiano intermittenti il buio. È notte quando stendiamo i sacchi a pelo contro il muro del rifugio. Domenica 12 agosto, la Regina si mostra in un tripudio di luce e di colori. Arriviamo all’attacco, come al solito, le nebbie inghiottono tutto e fa freddo. Scaliamo sospesi nel nulla, a volte i ghiaioni appaiono ai nostri piedi, a volte sembra che il sole sia lì, pronto ad uscire, e ne sentiamo il tepore. Le dita si scaldano subito ed è bello arrampicare: il traverso, la mezzaluna, la madonnina, il camino, il gran diedro dell’ottavo tiro. Poi le creste e la vetta e la nebbia che mi disorienta, fatico ad individuare la giusta discesa. E penso a 40 fa, ad Ennio che, a 18 anni, era con Gigi e con Sandro.

Tornati al Rino Olmo, facciamo due chiacchiere con i rifugisti. Ci raccontano di questa strana estate, delle misure anti-covid adottate, dell’impossibilità di gestire i pernottamenti ma delle tantissime persone salite a trovarli. Centinaia di escursionisti che si sono goduti la montagna con consapevolezza ed attenzione. Ci gustiamo la compagnia, una tazza di tè bollente ed una fetta di torta di castagne, squisita a tal punto che Marco, grande chef, vuole la ricetta. Infine ci salutiamo. Marco rientra a piedi in Val dei Mulini. Io carico la bici e la spingo sino al passo degli Agnelli. Un’ultima fatica e poi mi attende una lunga ed infinita discesa su uno dei percorsi più belli per la MTB. I ghiaioni della Presolana di Castione, il Colle Presolana, il sentiero delle Capre, che circumnaviga le Corzene, Malga Cassinelli e il Passo della Presolana. Attraversato l’asfalto riprendo il sentiero sino a Lantana e poi giù in Val di Tede e i suoi lunghi sterrati sino ad Onore. Infine la ciclabile. Pedalo lungo il fiume Serio, attraverso la mia valle che si sta riprendendo, cercando di rimarginare questa ferita invisibile ed ancora aperta che ha segnato le vite di tante famiglie. I pensieri non sono allegri, ma questo è, e mi godo il fresco del tardo pomeriggio. La bellezza dei luoghi e della giornata trascorsa leniscono e aiutano a trovare un senso. È buio quando attraverso il centro storico di Alzano, mi fermo un attimo nella piazza della Basilica per riempire la borraccia. Lì vicino c’era la Macelleria della famiglia Madonna. Quarant’anni sono passati ed il ricordo di quel giovane uomo è ancora tra noi. Mi siedo per un attimo sui gradini della chiesa, sorseggio l’acqua fresca della fontanella e il silenzio mi avvolge, un silenzio accogliente che segna questa sera d’estate. Due persone attraversano la piazza e parlano sommessamente, il volto coperto dalle mascherine. Non posso non tornare alla paura che ho respirato a marzo, attraversando la piazza, e al silenzio pesante di questa primavera. Tutti eravamo chiusi in casa e nemmeno più suonavano le campane e le ambulanze, a sirene spente, sfrecciavano verso l’ospedale.



Saremo capaci di non dimenticare e di ricordarci di quanto accaduto in questo tragico 2020? Sapremo uscirne, non migliori, non peggiori, ma diversi? E mentre queste domande prendono forma e forza nella mia testa, con la consapevolezza che non potrà essere tutto come prima, riprendo la bicicletta e affronto con calma la salita sino ad Olera. Sono le 21 quando varco la soglia di casa, soddisfatto e colmo di stanchezza e di pensieri.

Uno va ad Ennio, Sandro e Gigi, e ad un giorno di 40 anni fa.

Uno va a Federico, che non ho avuto la fortuna di conoscere.

Uno va alla mia valle ferita e a tutti coloro che ci hanno lasciato.

 

28 dicembre 2020, Olera – Alzano Lombardo (BG)



“Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020”



martedì 21 aprile 2020

VAGABONDI AD ORIENTE - CERCANDO L'INCANTO

Tre giorni intensi
vagabondando tra le pieghe
delle Orobie ad oriente.


È tardi. La prima giornata è stata lunga, molto lunga. È ora di rientrare al bivacco, un guscio di legno e lamiera rossa appollaiato sulla cresta, in un luogo incredibile. Ma ancora per qualche istante ci tratteniamo sulla vetta del Monte Torsoleto. L’intera Valle Brandet, ormai avvolta nell’ombra, si stende ai nostri piedi puntando dritta verso nord e là, in fondo, oltre le scure abetaie, il borgo di Sant Antonio si prepara alla notte.
Da quel pugno di case, incastrate alla confluenza delle valli di Brandet e di Campovecchio, ci siamo incamminati alle prime luci del giorno, con passo lento e accorto, sotto il peso di zaini carichi e con gli sci a spalla. Il torrente con il suo fragore ci tiene compagnia e, dopo il primo balzo, lentamente si quieta mentre risaliamo la vallata. A fare da controcanto c’è l’allegro cinguettare degli uccelli nascosti tra le chiome degli abeti. C’è profumo di primavera. Al rifugio Brandet il comignolo fuma e si scorge una luce oltre i vetri appannati, qualcuno si sta risvegliando. Proseguiamo tra chiazze di neve, pozze d’acqua ghiacciata e morbide lettiere di aghi e di muschi. Solo a Malga Casazza la copertura nevosa si fa continua e cospicua. La valle, sagomata da antichi ghiacciai, qui ha termine in un impressionante circo su cui convergono ripide valli laterali. Tutt’attorno, come una corona, svettano cuspidi candide che catturano i primi raggi di sole, brillano. Calziamo scarponi e sci, svoltiamo a destra e risaliamo la Valle del Piccolo. Gli abeti lasciano spazio ai larici e poi pure loro si diradano ed il pendio si fa sempre più ripido. Attraversiamo cumuli di valanga che fanno una certa impressione, cercando di non perdere la traccia labile del sentiero estivo. Attraversiamo la valle e ci portiamo in zone aperte dove dossi e conche si alternano a brevi tratti più ripidi. Dall’alto guardiamo i pendii del Palone di Lizzia solcati dalle valanghe, ora procediamo più tranquilli. Il paesaggio si apre, si fa imponente e ce n’è da colmare lo sguardo sino a ubriacarsene. Non vi è traccia alcuna di precedenti passaggi e gli unici segni di vita sono le corse e i balzi dei camosci o il frullare delle ali di alcune pernici bianche all’involo. Io e Marco per tutta la salita sappiamo solo dire “Che meraviglia!” e lo ripetiamo come fossimo due dischi rotti, senza aggiungere altro. Finalmente scolliniamo nel gigantesco catino che ospita il lago di Piccolo. Di questo specchio d’acqua, che riposa sotto metri di neve, so solo che è il lago naturale più grande di tutte le Orobie. Per fortuna nessuno lo ha imbrigliato con una diga e ne ha sfruttato le acque. Marco allunga la falcata, è impaziente di arrivare. Il profilo del passo e del crinale, che sale sino al bivacco Davide e alla vetta del Monte Torsoleto, si staglia contro il blu di un cielo oltremare. Sbucati sulla cresta restiamo senza parole, ormai il repertorio per esprimere il nostro stupore è stato abbondantemente saccheggiato, non possiamo che restare in silenzio. Davanti a noi l’intero crinale che divide la Val di Scalve dalla Val Camonica e, ben allineate come tante sentinelle, si dispongono le cime calcaree delle prealpi: la cima della Bacchetta, la cima di Baione, il Cimon della Bagozza e poi giù sino al Sossino e al Pizzo Camino, infine, in lontananza, la meravigliosa bastionata della Presolana. Per noi bergamaschi quelle sono le montagne di case, le terre conosciute, ma oggi abbiamo deciso di avventuraci per terre incognite, in questo lembo di Orobie al confine tra le valli bergamasche, valtellinesi e bresciane, dove è bello vagabondare con gli sci.

Il “Bivacco Davide” è accogliente. Svuotiamo gli zaini e spaliamo la neve. Il sole è caldo. Mentre sciogliamo la neve per fare riserve d’acqua, beviamo parecchio e mangiamo qualcosa. Ci riposiamo comodamente stesi contro le lamiere del nostro rifugio. La pace, la quiete e la solitudine sono assoluti e ci godiamo tutto in un silenzio sospeso. È fine aprile e le giornate sono lunghe, nel pomeriggio decidiamo di raggiungere la vicina vetta. Mettiamo nello zaino il minimo indispensabile, sapendo già che non resisteremo al meraviglioso pendio nord che abbiamo intravisto dal fondo valle. E così accade. Una rapida occhiata ad este, all’intero massiccio dell’Adamello e alle Prealpi Bresciane, e sul filo di cresta superiamo la linea d’ombra, dando inizio ad una discesa in neve fresca e leggera. Ci godiamo ogni curva, sempre più giù, sino dove si riesce. Poi, ci tocca risalire in vetta. È ora di rientrare al bivacco. Attendiamo il tramonto mentre sul fornelletto cuoce la zuppa e dalle sacche escono leccornie di ogni tipo e un ricambio di indumenti asciutti e caldi. Basta la fiamma del fornelletto e il lume di due candele per riscaldare un poco l’ambiente. Fuori è ormai buio ed il cielo è una trapunta nera imbastita di stelle.
Al risveglio tutto è ghiacciato. Riaccendiamo il fornelletto per scaldare la colazione e ci prepariamo per il secondo giorno. Abbiamo scorte per altri quattro giorni, siamo ottimisti pur sapendo che domani o dopodomani arriverà una perturbazione molto attiva che porterà copiose nevicate in quota. Oggi, giorno di Pasqua, iniziamo con una discesa ruvida, cercando una linea probabile per gli sci, tra balze rocciose, canalini e cumuli di valanga. Ancora una volta abbiamo lasciato il certo per l’incerto. Siamo scesi direttamente alla Malga Largone. Forse era meglio passare dal rifugio Torsoleto e dalla Cima dei Matti, sicuramente era più semplice. Poi, sempre con calma, abbiamo dato il via ad un lungo vagabondaggio sul limitare delle tre provincie: Brescia, Bergamo e Sondrio, le cui terre convergono e s’incontrano sulla bella piramide del Venerocolo. Quattro sono state le salite che poi si sono susseguite. Abbiamo assaporato ogni passo, ogni respiro, ci siamo incantati davanti ad ogni panorama, cogliendo anche i più insignificanti dettagli. Larici solitari si spingono alle quote più alte, a volte mi fermo e li osservo. I rami si flettono mossi dal vento, le gemme sono gonfie e pronte a cogliere il giusto attimo per dischiudersi. Sento pulsare la vita e riprendo il cammino. Dalla cupola ampia del monte Largone ci attende una discesa su velluto perfetto sino alle malghe di Sellero e di Sellerino. Poi, oltre il passo di Venerocolo, il sole ha lavorato leggermente la neve e qui disegniamo curve ampie e sinuose su di un “firn” perfetto, sino ai laghi sotto il passo di Venerocolino. Sulla salita al passo Demignone inizio ad accusare un poco di fatica che scordo immediatamente quando mi affaccio sull’impressionante vallone che scende a nord. Marco mi sta aspettando e freme per dare inizio alla discesa. Mi piace la compagnia di Marco, c’è intesa. Quando serve si viaggia vicini, ci si aiuta e sostiene, altrimenti ciascuno segue il suo passo i suoi ritmi, però senza mai perderci di vista, e ai cambi pelle ci si attende sempre per fare il punto e decidere insieme dove procedere. Nulla è scontato, ne siamo consapevoli e sappiamo che la nostra sicurezza e la riuscita del viaggio risiede nel lavoro di squadra. Ora c’è una valle solitaria, dalla neve intonsa e leggera, che attende di essere ricamata dai nostri sci. Insieme decidiamo dove saltare la cornice ed entrare sul pendio. Partiamo, mentre uno scende l’altro lo tiene d’occhio. Dove il pendio si fa più ampio e meno ripido si scende insieme. A malga Demignone ci concediamo una lunga pausa per riposarci, bere e mangiare qualcosa. Quindi, con il giusto ritmo e una buona crema abbronzante, spalmata ovunque, ci avviamo verso l'ultima salita. La lunga dorsale che sale dal passo di Belviso verso le creste che uniscono il monte Gleno al Trobe e allo Strinato, sino all’ampia sella del passo di Pila Grasso, si insinua netta e severa dentro il cielo, alla nostra destra. Da lì vorremmo passare domani, per andare a pernottare al rifugio Curò e proseguire oltre verso i 3000 delle Orobie. Purtroppo gli aggiornamenti meteo confermano l’arrivo della perturbazione ma noi continuiamo a sperare e rimandiamo la decisione a domani. Il sole è caldo ed il ripido pendio finale che ci conduce al passo del Vernano, ci fa sudare non poco. Ecco, ancora due inversioni e scolliniamo sull’ampia sella dove, poco più in basso, sorge il rifugio Tagliaferri, affacciato sul versante scalvino. Ci voltiamo ancora una volta verso il versante valtellinese, il tempo è bello, sembra impossibile che possa arrivare una perturbazione. La Val Belviso si stende sotto di noi e verdi foreste d’abete fanno da cornice all’immenso specchio d’acqua. Davanti a noi si mostra un altro lago da record, il lago del Belviso è l’invaso artificiale più grande di tutte le Orobie. Scendiamo al rifugio, il luogo è austero il paesaggio che lo circonda non è da meno. Spaliamo la neve per potere entrare nel locale invernale. È pulito e dotato del solo materiale per dormire, sul tavolo all’ingresso attrezziamo il nostro angolo cucina ed iniziamo a sciogliere neve sul fornelletto. Ben presto il rifugio va in ombra e il termometro precipita velocemente sotto lo zero. Si mangia e si chiacchiera, riusciamo pure a chiamare casa per dire che è tutto ok e per avere conferma delle previsioni meteo. Sopraggiunge la notte, usciamo per un ultimo sguardo che si perde in un cielo limpido e stellato. Questi momenti mi incantano, si chiude un’altra giornata solitaria in cui tutto è ridotto all’essenziale e la mente può vagare liberamente. È ora di andare a dormire.
Pasquetta. Un'alba livida ci accoglie al risveglio. Purtroppo le previsioni meteo ci hanno azzeccato. Oggi potrebbe anche andare di lusso ma domani arriverà una perturbazione molto attiva. Come avevamo paventato si cambia programma. Invece di proseguire verso le valli bergamasche, vagabonderemo ancora ad Oriente. Pochi passi ci conducono dal rifugio Tagliaferri al passo del Vernano. Che meraviglia, iniziare la giornata con una discesa. Oltre il crinale, che ci chiude la vista, c'è una montagna dalle forme eleganti, una piramide che svetta su queste terre, il Monte Telenek. Da lì si accede ad un luogo mitico per gli scialpinisti della mia generazione, il vallone delle Rose. Noi ci dirigiamo là. Velature più o meno consistenti si alternano a qualche schiarita, ma i cieli azzurri dei giorni scorsi sono solo un ricordo. Baite Radici di Campo, Malga di Campo, lago di Pisa, attraversiamo nuove valli e nuovi luoghi verso la nostra meta ed infine eccoci sul monte Nembra, di fronte alla piramide del Telenek. Il Vallone delle Rose è lì, che ci attende. Al suo termine la valle di Campovecchio promette una lunga ed infinita passeggiata. Ed infine si torna, con lo zaino colmo di emozioni, di esperienze e di nuove storie. Mentre gli occhi riposano nel verde le case di Sant'Antonio si avvicinano. E con l’amico Marco stiamo già fantasticando e progettando un nuovo vagabondaggio.

Articolo pubblicato su OROBIE Marzo 2020

LE TRAVERSIADI - Fuorilegge

Ore 3:30 del mattino. Era il 21 aprile di due anni fa. Primavera 2018.



Con l'amico Marco partiamo, senza sapere esattamente cosa troveremo lungo il cammino e se ce l'avremmo fatta a compiere l'intera traversata delle Orobie, dalla sponde del Lario alle rive dell'Oglio, in Valle Camonica.
Sulla carta i conti tornavano, avevamo pianificato tutto, nel minimo dettaglio: la traccia da percorrere, i metri di dislivello da affrontare, dove fare tappa, cosa mettere nello zaino e la logistica dei rifornimenti con il supporto degli amici. Ma nella realtà tutto poteva essere stravolto: la meteo. la neve, la tenuta fisica, le incognite dei passaggi chiave mai percorsi. Avevamo a disposizione 10 giorni e avevamo previsto 8 tappe, tenendoci 2 giornate jolly. Eravamo pronti anche all'inatteso, a fare fronte ad ogni traversia, a rimescolare le carte e cercare di continuare il viaggio. E con un sacco di dubbi che frullavano nella testa, ma una determinazione incosciente, quella mattina di due anni or sono, siamo partiti per la prima tappa.
Lo scavallamento del Grignone, in quella calda primavera, non era esattamente una tappa sci-alpinistica, era solo un vezzo a cui non volevamo assolutamente rinunciare: per attraversare i monti si deve partire dove questi emergono dalle acque. Partiamo leggeri, con il minimo indispensabile, 21 km di sviluppo e 2500 m di dislivello ci separano dalla cima del Grignone. La partenza da Varenna è surreale, in silenzio esaltato dai contrappunti sonori degli usignoli. E' buio e fa caldo. Prima di Esino ci coglie la luce del giorno, all'Alpe di Moncodeno, finalmente, calziamo gli sci e solo in vetta al Grignone incrociamo le prime persone, sedute a prendere il sole sulla panca all'ingresso del Brioschi. In Valsassina, ci attendono Alberto e Cristina, e nel pomeriggio recuperiamo il furgone. Da domani la "solfa" cambia, inizia la "vera" traversata e gli zaini "veri" sono già pronti con tutto il necessario per tre/quattro giorni, e pesano. Ad Alberto lasciamo le sacche con il materiale alpinistico, i rifornimenti e i ricambi, che ci farà avere a Foppolo, ed un'altra sacca per un eventuale altro rifornimento al Curò.
E in questi giorni di quarantena che nostalgia di quei giorni selvaggi, di quei silenzi, di quelle solitudini, di quella fatica in cui la gioia e la meraviglia si amalgamano nel sudore. Ora come allora nessun contatto, nessun contagio, nessun assembramento, io e Marco alla giusta distanza. Ma questo nostro alpinismo, a più di 200 metri da casa, ora è veramente fuorilegge?

E non vedo l'ora che riaprano i cinema per potere continuare a raccontare questa storia fatta di neve, di sci e di uomini: "Le Traversiadi - Cinque viaggi (più uno) al limite delle Orobie". Nel frattempo mi dedico a mettere tutto nero su bianco con pazienza, in un nuovo progetto editoriale: "ATTRAVERSARE – SCIALPINISMO NELLE OROBIE - Itinerari e Storie"

Amici, a presto.

VERSANTE SUD

#perdersinmountainbike - nose press & the snake


Ho un piccolo cortile triangolare. Un bel triangolo rettangolo, né troppo piccolo né troppo grande. L'altro giorno Stefano mi ha scritto "Fai girare le ruote, è una buona cosa per il lattice. Dai due compressioni alla forcella e all'ammo. E pure al reggisella e non lasciarlo compresso." Insomma, più che consigli suonavano come ordini, e mi pare d'avere intuito che la mia bici non poteva starsene ferma in cantina sino alla prossima uscita. E poi, chissà quando farò questa prossima uscita.
Da quel messaggio, a giorni alterni, prendo la bici dalla cantina e giro come un criceto nel mio cortile triangolare. Non troppo, quindici, venti minuti. Ad ogni vertice sostituisco cambio la direzione con un nose press. All'inizio era tutto goffo, un continuo fermarsi. Lentamente il movimento è migliorato ed è sempre più fluido. Ho pure iniziato a girare sia in senso orario che antiorario. Ma che fatica. Però c'è anche parecchia soddisfazione. Continuerò anche nei prossimi giorni, sino al giorno in cui potrò lasciare la casa. In quel giorno so già dove porterò a scorazzare la mia bicicletta. In Valle Vertova, dal colle di Dasla, parte un sentiero spettacolare che unisce una lunga diagonale selvaggia ad un'infinita teoria di tornantini che serpeggiano su di un versante scosceso. "Snake" è il nome con cui è conosciuta questa seconda parte.
Quando il lockdown verrà allentato e sarà possibile fare attività sportiva all'aria aperta, lontano dalla folla, con il giusto distanziamento sociale, partirò da casa in bicicletta e andrò lì. Il Ceresola Wild Trail mi aspetta e sullo Snake vedrò quanto saprò dominare il nose press e se il lavoro da criceto, nel cortile triangolare, è stato fatto bene.

Grazie a Stefano ed ora scendo in cortile.

More info - It. 53 MTB da Bergamo ai laghi di Endine e Iseo

Nella foto - Franco Zanetti in action sul Jag Extreme Trail.

#unimmaginedicepiudimilleparole - Spietata bellezza


Al limitare del borgo, a cento metri da casa, se ne sta arroccata su di un dosso la chiesetta di San Rocco, protettore degli appestati, dei contagiati, degli emarginati, degli ammalati, dei viandanti, dei pellegrini, degli operatori sanitari, dei farmacisti, dei volontari. Ed ogni mattina quando apro le imposte la vedo e subito il pensiero va alle tragiche cronache di questi giorni, ancor prima di accedere la radio ed essere travolto dalle notizie del contagio. E tutto ciò contrasta con la bellezza del luogo che risplende nella luce che inonda la valle. E poi, in questi giorni di primavera, si rinnova lo spettacolo. La chiesina e tutto il borgo sono avvolti dalla nube bianca dei fiori di ciliegio, decine e decine di piante in ogni dove. Una spruzzata candida e densa, sparsa attorno alle case e nei prati che a poco a poco sfuma nelle tinte brune dei boschi, dove il carpino ha dischiuso timidamente le gemme, nel verde tenero di giovani foglie, e l'orniello si appresta a dispiegare spighe fiorite, dalle tinte cremose e profumate. Ma ora è la bellezza dei ciliegi che stordisce e lascia ammutoliti, e quel ronzare di vita che ne popola le chiome.
I ritmi del mondo e della natura si rinnovano potenti, incessanti non si curano delle faccende umane, delle nostre gioie e dei nostri tormenti. La bellezza della natura non ha pietà e non si commuove e non partecipa al nostro dolore, alle nostre tragedie. Ma in questa bellezza trovo ristoro, trovo quiete, trovo la forza per immergermi nel vivere quotidiano. Ed il pensiero si fa chiaro e la nostra piccolezza è un dato di fatto evidente, impotenti di fronte alla bellezza del mondo.

Lei è lì, che io lo voglia o no. Lei è lì, che io la sappia cogliere o meno. E non posso non chiedermi, anche questa volta: “Chissà se ne facciamo parte, e in che misura, di tanta bellezza.”


 — presso Olera, Alzano Lombardo.

#neve - First love e la Tacca dei curiosi.


Ci sono attitudini a cui non si può rinunciare e che è bello coltivare, prendersene cura, fare crescere. Amare ed essere curiosi sono due attitudini, due modi d'essere, due propulsori che mi tengono vivo ed attento, in ascolto verso gli altri e pronto ad attraversare e accogliere il mondo.

Per inciso, la Tacca dei curiosi è un luogo magico, cercatela e andate a farci un giro.

#neve - con la luce

Sabato 01.02.2020 ore 17:28:07 

E alla fine del sabato, dopo tanta strada percorsa nella neve patocca, senza vedere praticamente nulla, vagando a vista dentro il bianco accecante delle nuvole basse, abbiamo capito che ne era valsa la pena. La luce dell'ultimo sole filtrava tra due strati di nubi e tutto ciò che non avevamo visto per l'intera giornata si è mostrato nella sua magnificenza. Gli zaini continuavano ad essere pesanti e la fatica si faceva sentire, come il freddo che mordeva le mani, ma noi ci sentivamo leggeri e appagati nel trovarci lì, avvolti nella luce del tramonto. E quell'intera giornata passata a cercare la giusta strada veniva illuminata da un senso compiuto. Eravamo lì per dare soddisfazione ai nostri desideri. Eravamo semplicemente lì, vuoti e pieni nello stesso istante, con lo sguardo colmo di tanta meraviglia.
Ancora un'ora ci separava dal locale invernale che ci avrebbe accolto per la notte. E intanto le nubi si dissolvevano nel silenzio della notte, svelando una luna candida e una luminosa spruzzata di stelle.

#spartiacque - Giorno unodidue
Passo di Zambla, cima Grem, cima Foppazzi, baite Camplano, Capanna 2000, Sentiero dei Fiori, baita di Vedra, passo Branchino, baite di Mezzeno, passo laghi Gemelli, rifugio laghi Gemelli (locale invernale).
12 ore; 27,20 km; 2.300 m D+


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Domenica 02.02.2020 ore 11:09:56 

Giornata strepitosa in cui devo fare il conto con le mie ambizioni, sempre troppo oltre le mie reali possibilità. Sulla carta sembra tutto facile, tutto veloce, tutto già fatto. E mi immagino di arrivare velocemente al Diavolo di Tenda. Poi, quando mi metto in cammino, tutto cambia. Lo spazio topografico diviene spazio reale da attraversare con la sola forza dei miei muscoli, il battere del mio cuore, il ritmo del mio respiro e una volontà caparbia a cui sono affezionato. Non mollare. Mi godo allora ogni passo, ogni sosta, ogni sguardo, ogni parola scambiata con il mio amico Marco. Mi godo pure il peso del zaino. Procedo, lungo lo spartiacque, colle dopo colle, cima dopo cima. Lascio scorrere il tempo senza affannarmi, dosando le energie che ancora mi restano. Attraverso e mi lascio attraversare, mentre scivolo sulla la neve.
#spartiacque - Giorno duedidue
laghi Gemelli, passo d'Aviasco, Monte dei Frati, Monte Val Rossa , Monte Cabianca, Lago dei Curiosi, Tacca dei Curiosi, Monte Madonnino, Baita Cernello, Monte Segnale, Valgoglio.
10 ore; 25,00 km; 1.500 m D+